venerdì 29 ottobre 2021

SPECIALE HALLOWEEN: HALLOWEEN - LA NOTTE DELLE STREGHE

"Malocchio e gatti neri, malefici misteri / il grido di un bambino bruciato nel camino / nell'occhio di una strega, il diavolo s'annega / e spunta fuori l'ombra: l'ombra della strega! / La vigilia d'Ognissanti han paura tutti quanti: / è la notte delle streghe! / Chi non paga presto piange! "
Buonanotte, amici e amiche. Cosa vi viene in mente non appena pensate ad Halloween? Personalmente la prima cosa che questa parola mi suggerisce è la colonizzazione culturale che gli Stati Uniti operano su di noi da circa 80 anni a questa parte, tanto da condurci persino a celebrare una loro festa senza avere la minima idea del suo significato. Ma hey, è anche una scusa come un'altra per celebrare il terrore (quello fantasioso, ovviamente), e da amante del cinema quale sono anch'io mi lascio coinvolgere e mi abbandono ogni anno alla visione (o revisione) dei miei horror preferiti. E, tornando alla domanda che ho posto all'inizio di questa recensione, il primo film che mi viene in mente quando penso alla notte delle streghe è il mitico cult di John Carpenter che ne porta il nome. Non è solo una mera questione di titolo: questo film riesce sempre a suscitarmi quelle sensazioni che, nel mio immaginario personale, associo istintivamente a questo periodo dell'anno: non solo la paura, ma anche l'autunno, le foglie che cadono, le notti cupe e fredde, tutto rievocato magnificamente nel film di Carpenter, ed è per questo che ogni anno non manco mai all'appuntamento con questo classico. Ma i meriti di Halloween – La notte delle streghe, questo il sottotitolo italiano, vanno ben oltre i miei gusti personali. Del resto, se io e innumerevoli critici di tutto il mondo lo consideriamo un capolavoro un motivo ci sarà, e stanotte, tra uno sgozzamento e un rito satanico, cercherò di spiegarvi perché. Tanto per cominciare, il film è considerato tra gli iniziatori del filone slasher; certo, in questo il buon Carpenter era stato anticipato ben sette anni prima dal nostro Mario Bava, che con il capolavoro Reazione a catena ha ispirato almeno una generazione di autori horror. È anche vero però che la vera e propria slasher-mania esplosa negli anni '80 si deve in larga parte al grandissimo successo proprio di Halloween e di altri film del periodo, come il canadese Black Christmas, successo ben comprensibile, soprattutto se ci documentiamo sulla produzione di questo film. Terza opera di Carpenter, è stata realizzata con un budget risibile e prodotta dalla allora fidanzata del regista Debra Hill. Gli attori si dovettero accontentare di un cachet ridotto, mentre l'iconica maschera dell'assassino venne ricavata da una raffigurante il capitano Kirk di Star Trek, acquistata per appena due dollari: l'inespressività del volto di William Shatner era esattamente quello che il regista voleva, e fu così che divenne il volto mascherato di Michael Myers. Per il casting si scelsero per forza di cose attori non particolarmente famosi, a partire da una giovanissima Jamie Lee Curtis nel ruolo di Laurie Strode, coinvolta nel film perché figlia di Janet Leigh, indimenticabile protagonista di Psycho, mentre per il ruolo del dottor Sam Loomis si optò per il veterano Donald Pleasence, dopo il rifiuto di altre star dell'horror britannico come Christopher Lee e Peter Cushing. Michael Myers, invece, venne interpretato, solo per il corpo, da Nick Castle, amico e collaboratore storico di Carpenter, mentre il viso venne fornito dal giovane attore emergente Tony Moran.
Gli elementi che rendono Halloween un capolavoro del genere sono tanti: basterebbe l'ascolto della colonna sonora che introduce il film per farci venire la pelle d'oca, tra l'altro composta dallo stesso Carpenter rimaneggiando il tema di Profondo rosso di Dario Argento (notare quanto l'Italia sia presente nel DNA di questo film). Subito dopo, la nostra attenzione viene immediatamente rapita dall'eccezionale piano sequenza che costruisce la prima scena del film, in cui il regista sfoggia un utilizzo allora sperimentale della steadicam, che di lì a due anni avrebbe dimostrato tutto il suo potenziale in un altro capolavoro, quello Shining realizzato abbastanza benino da quel tal Stanley Kubrick. La telecamera sviscera le origini del male con una soggettiva che mette lo spettatore nel mezzo della vicenda, rendendolo partecipe in prima persona dell'omicidio efferato da parte di un Michael Myers di 6 anni ai danni della sorella adolescente. Impossibile dimenticare la faccia del bambino appena divenuto assassino, il coltello grondante sangue in mano e la maschera di Halloween alzata sulla fronte. Questi cinque minuti di perizia tecnica e suggestione visiva basterebbero a consacrare la pellicola nell'Olimpo del cinema, ma è solo l'inizio. In questa storia ambientata quasi interamente il 31 ottobre 1978 in un piccolo quartiere del'Illinois, Carpenter costruisce la tensione in maniera impeccabile, con lenti movimenti di macchina che seguono, ora da vicino, ora da lontano, i nostri protagonisti, inconsapevoli del terrore che sta per colpire il loro tranquillo vicinato. Seguendo la logica hitchcockiana, il regista non ci mostra chiaramente l'assassino fino a ben oltre la metà del film, ritraendolo sempre in campo lungo, o di sbieco, o in ombra, ma mai in primo piano fin quasi alla fine. Lo spettatore è però costantemente consapevole della sua presenza in scena, cosa che alimenta il senso di angoscia per l'inconsapevolezza dei personaggi sullo schermo, destinati quasi tutti a una morte cruenta e inevitabile. Perché Michael Myers, come asserito più volte dal dottor Loomis, ha ben poco di umano, è un'inarrestabile macchina mortale, il male incarnato. Non a caso, nonostante venga ucciso almeno tre volte nel corso del film, il finale rimane aperto, lasciando i protagonisti (e gli spettatori) inorriditi al pensiero che questa entità così malvagia sia ancora in circolazione.
Insomma, un film del genere uscito in un periodo di tarda Nuova Hollywood, estremamente fertile e libero per gli artisti emergenti, non poteva che avere successo, anche grazie alla maestria con cui Carpenter e produzione sono riusciti a gestire il poco budget a disposizione, giocando di sottrazione e ammantando così la vicenda di un'aura quasi soprannaturale, un po' come Steven Spielberg aveva fatto con lo squalo nel suo omonimo capolavoro. La critica dell'epoca fu scettica, ma il successo al box-office non solo diede credibilità a un giovane regista alla sua terza opera, ma consacrò Jamie Lee Curtis come una delle scream queen più memorabili di sempre (tale madre...) e ravvivò la carriera di Pleasence, che ricoprirà una miriade di ruoli, per lo più in horror, fino alla sua morte nel 1995. Ad oggi, Halloween è a giusto titolo considerato un capolavoro del cinema e uno dei migliori film horror di tutti i tempi, e anche per questo dispiace che un autore come John Carpenter sia ancora oggi così poco celebrato e poco ricordato da critica e pubblico, nonostante abbia nella sua filmografia più cult e capolavori di molti registi ammirati di oggi. Halloween, per concludere, è un must-watch ogni ottobre, e se per caso la sera del 31 doveste avere la strana sensazione di essere osservati... assicuratevi che “l'ombra della strega” non stia bazzicando il vostro vicinato...

Dati tecnici

Regia: John Carpenter

Anno: 1978

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Compass International Pictures, Falcon International Productions

Fotografia: Dean Cundey

Musiche: John Carpenter

giovedì 21 ottobre 2021

LO CHIAMAVANO TRINITÀ: PER UN PUGNO DI FAGIOLI

Bentornati, amici e amiche! Oggi ho una confessione da farvi: non ho mai visto un film con Bud Spencer e Terence Hill prima di quest'anno. Potrà risultare incredibile per alcuni di voi, sapendo quanto sia appassionato di cinema, il fatto che in 26 anni di esistenza non abbia mai visionato nemmeno uno di quei film che per decenni hanno tenuto in piedi il palinsesto di Rete 4, fra una puntata di Colombo e una figura di merda in diretta di Emilio Fede. Per altri, il fatto che il primo western che recensisco su questo blog sia di fatto una parodia potrà sembrare barare. Ma cosa posso dirvi? Mi ci vorranno almeno un centinaio di visioni per poter disquisire degnamente sulla trilogia del dollaro o su Sentieri selvaggi, mentre sento che già dopo due visioni le mie idee su Lo chiamavano Trinità siano abbastanza chiare. Ebbene sì, si torna a parlare di cult e di cinema italiano, quindi direi di non indugiare oltre.

La seconda metà degli anni '60, in Italia, era un periodo dominato dallo spaghetti western. Il maestro Sergio Leone aveva rimodellato il genere forse più americano di sempre trasformandolo in qualcosa di nuovo, e gli altri registi di genere nel Paese non avevano tardato a prendere appunti. Presto scoppiò una vera e propria invasione di epigoni “leoniani”, alcuni di altissimo livello, altri decisamente più scontati. Nacquero i western politici, i thriller western, addirittura gli horror western, arrivando inevitabilmente alla parodia, con esempi come Il bello, il brutto e il cretino con Franco e Ciccio.

Hill e Spencer nei ruoli di Trinità e Bambino
Arrivati però al 1970, lo spaghetti western, così com'era esploso, stava lentamente sfiorendo sotto il peso del manierismo, e quello che fece E.B. Clucher (all'anagrafe Enzo Barboni) con Lo chiamavano Trinità fu forse il segnale più chiaro dell'inevitabile declino del genere. Del resto, si sa, quando dalla serietà si vira verso la farsa vuol dire che il filone si è esaurito, e il ricorso alla commedia è spesso visto come l'ultima spiaggia a cui approdare per salvarsi da un mare di banalità. Fortunatamente, però, Lo chiamavano Trinità è molto di più che una semplice parodia: è una felicissima fotografia del cinema italiano anni '70, di quella commedia che ancora osava mischiarsi al serio e che nella storia dei due fratelli Bambino e Trinità (due fantastici Bud Spencer e Terence Hill, lanciati proprio con questa pellicola) gioca con gli stereotipi del western all'italiana fondendoli con quelli della commedia slapstick, dando vita a un ibrido che sembra tutt'altro che innaturale.

Del resto, non appena le nostre orecchie avvertono il tema musicale di Franco Micalizzi fischiato dal mitico Alessandro Alessandroni, l'uomo dietro il famoso fischio delle musiche di Morricone per i film di Leone, veniamo subito trasportati in un'atmosfera decisamente familiare: a questi suoni tanto tipici quando splendidi si aggiungono le immagini delle primissime inquadrature, con un pistolero dai vestiti sporchi e dal cappello calato sul volto, talmente svogliato da lasciarsi trascinare dal suo cavallo sdraiato su una treggia, che per di più nemmeno parla per i primi 5 minuti di film.
È chiaramente un tipico personaggio alla Clint Eastwood, un semi-fuorilegge dalla mira infallibile e dal cuore d'oro, che incontra un ex bandito diventato sceriffo con il quale si allea per combattere un perfido latifondista che perseguita un'innocua comunità. Eppure, alla fine si ha la sensazione di aver assistito più a un cartone animato di Tex Avery che a un classico western all'italiana. Le sparatorie lasciano il posto ai pugni e ai ceffoni, e l'antieroe solitario non è più così tanto solitario, legato com'è al burbero fratello, un Bud Spencer che a quest'immagine da gigante buono dovrà gran parte della sua fortuna, con quel suo tipico sguardo svogliato che ti dà l'impressione che sia quasi costretto a fare uso della sua forza, quando preferirebbe farne a meno.
Le scene clue sono troppe da citare: Trinità che divora voracemente il suo piatto di fagioli salvo poi sentenziare che “facevano schifo”, Bambino che si libera dei tre uomini del maggiore Harriman in una frazione di secondo, la fantastica rissa tra mormoni e banditi alla fine del film, in cui la violenza viene stemperata da gag ed effetti sonori ormai diventati iconici. Per non parlare del finale, con Trinità che, dapprima deciso ad unirsi alla pacifica comunità di mormoni attratto dall'allettante idea della poligamia, scappa a gambe levate non appena apprende del duro lavoro e della costante preghiera che quello stile di vita impone. Anche gli aneddoti riguardo la produzione si sprecano: pare che per la scena dei fagioli Terence Hill si preparò digiunando per almeno 24 ore, mentre per i ceffoni si allenava tutti i giorni a casa sua schiaffeggiando una colonna, suscitando la perplessità della moglie, preoccupata per la sua sanità mentale.

Terence Hill nella famosa scena dei fagioli

Come tutti sappiamo, la formula delle "scazzottate" si rivelerà estremamente di successo, tanto da costruire la fortuna di tre intere carriere, quella di Barboni, che sfruttò l'onda del successo per sfornare immediatamente un sequel, e quelle di Spencer e Hill, per oltre un ventennio beniamini del pubblico italiano, e non solo.

Un film dunque impossibile da non guardare col sorriso, che oltre a inserirsi perfettamente nel vasto ed eterogeneo panorama della commedia all'italiana raccoglie degnamente il testimone di un'epoca ormai al tramonto, ma che per un breve periodo conoscerà rinnovata popolarità sotto forma di quello che qualcuno, non senza un velo di ironia, ha battezzato "fagioli western". Se tale termine sia spregiativo o lusinghiero lo lascerò decidere a chi di voi avrà voglia di dare un'occhiata a questo pezzo di storia dell'immaginario collettivo italiano. Nel frattempo io vi saluto e vi do appuntamento alla recensione di Halloween! A presto!


Dati tecnici


Regia: E.B. Clucher

Anno: 1970

Paese di produzione: Italia

Casa di produzione: Delta

Fotografia: Aldo Giordani

Musiche: Franco Micalizzi

domenica 19 settembre 2021

SUCKER PUNCH, DI ZACK SNYDER


Amici e amiche, rieccomi! Scusate il mese e mezzo di assenza, ma del resto l'estate c'è stata per tutti. Per ricominciare alla grande, per la prima volta eccovi una recensione... negativa! Non perdiamo dunque altro tempo e buttiamoci a capofitto. 

Ecco una cosa che dovreste sapere di me: non amo i videogiochi. Per cui una costante fin dalla mia infanzia è sempre stata guardare gli altri giocare, qualsiasi gioco o console fosse, spesso a malapena interessato a quello che vedevo. Ecco, la sensazione che ho avuto guardando Sucker Punch è stata esattamente questa: guardare un videogioco di un'ora e 50, con tanto di cinematic lunghissime che non potevo skippare. 

Progetto personale sviluppato da Zack Snyder nell'arco di 8 anni e finalmente portato a compimento dopo il successo (più che altro di pubblico) di film come 300 e Watchmen, il film esce nel 2011, spaccando a metà pubblico e critica. Chi lo ama ne elogia l'estetica videoludica e la struttura “a livelli”, considerandoli i suoi punti di forza nel coinvolgere lo spettatore nella storia. E a proposito di storia, il film parla di un'adolescente, la non meglio identificata Babydoll, internata dal patrigno in un istituto mentale dopo aver accidentalmente ucciso la sorella nel tentativo di difendersi, in modo che lui possa impossessarsi dell'eredità della di loro madre. La trama del film si dipana su tre livelli: il primo, superficiale, è quello del prologo che ho appena descritto, ambientato nel manicomio; il secondo si sviluppa già nel primo atto, quando iniziano le complesse fantasie illusorie della ragazza, che immagina di trovarsi in un bordello vecchio stile, vedendo lei e le altre internate come ballerine costrette a danzare e a compiacere i clienti per sopravvivere, attendendo l'arrivo di un misterioso “Giocatore” che si presenterà al bordello proprio nel giorno in cui, nella realtà, dovrebbe avvenire la lobotomia di Babydoll. Già confusi? Beh, non è finita qui, perché ogni volta che Babydoll danza assistiamo a una fantasia all'interno della fantasia, in cui lei immagina la fuga dalla sua prigione come se fossero i vari livelli di un videogame, con elementi tipici come oggetti da ottenere per proseguire, boss sempre più potenti da affrontare e ambientazioni diverse per ogni livello (il Giappone feudale con tanto di colt come armi, una battaglia della Grande Guerra in versione steampunk, un treno in corsa in un ambiente fantascientifico con una bomba da disinnescare a bordo). Ogni azione che la protagonista compie in queste fantasie corrisponde a un'azione che lei e le sue colleghe compiono nel bordello, con il fine ultimo rappresentato dalla fuga di queste questo luogo di prigionia. L'ipercomplessità della trama, che sembra avvicinare Snyder al peggior Nolan (o forse è il contrario?), è il problema principale, ma non l'unico, per cui esporrò i miei dubbi a riguardo alla fine di questa recensione. Per adesso, mi soffermo su quelli che sembrano essere i difetti tipici di un po' tutte le pellicole di questo regista. 

Per cominciare, l'estetica patinata: il nostro Snyder pretende di rendere un'atmosfera cupa e triste virando tutto sul grigio, ma mantenendo la scena costantemente illuminata, al punto che a malapena si nota una differenza tra la realtà dell'istituto mentale e le fantasie della protagonista, che dovrebbero essere delle felici oasi di speranza ma che risultano opprimenti tanto e più della realtà. Per non parlare della sovrabbondanza che domina ogni altro aspetto della pellicola: effetti realizzati con una computergrafica invasiva, dettagli e piani sequenza che sembrano più volti all'autocelebrazione che a veri fini stilistici, voce fuori campo che sciorina monologhi profondi quanto un Bacio Perugina... e poi le musiche. Per un amante della musica come me, un film con una soundtrack costituita, tra gli altri, da Bjork, Jefferson Airplane, Queen e Beatles, sembrava una manna dal cielo. Peccato che sia usata nel modo più sbagliato possibile. Canzoni grandiose, che però non solo non hanno un vero significato nel contesto delle scene in cui vengono inserite, tanto che potrebbero essere sostituite da qualsiasi altro brano dalle sonorità simili, ma che per di più sono delle piatte rivisitazioni remixate e ricantate, private della loro intensità a favore di un esasperato tentativo di drammaticità. 

Zack Snyder: incompreso o sopravvalutato?
E a proposito di drammaticità, passiamo a quello che considero il maggior punto debole del film: la sceneggiatura non ha alcun senso. Qui entrerò nel reame degli spoiler, per cui se siete interessati a visionare il film vi consiglio di passare avanti. Dunque: se gli scenari videoludici affrontati dalle protagoniste sono già di per sé una metafora del loro scappare dal manicomio, a cosa diavolo serve quella fantasia intermedia del bordello? Perché vi ricordo che Babydoll immagina di essere in un bordello, dove immagina a sua volta di trovarsi in un videogioco... Perché??? Quale grande messaggio voleva consegnare Snyder che necessitasse non di due, ma ben tre livelli narrativi? A proposito di questo, è bene analizzare questo aspetto: il regista ha dichiarato che l'intento di questo film sarebbe di criticare la visione maschilista e oggettivante della donna che molti hanno, specialmente negli ambienti nerd. Sorvolando su questa concezione piuttosto generalista e superficiale della cultura nerd, personalmente l'ambientare gran parte della storia in un bordello burlesque (ripeto, senza un vero motivo) popolato da ragazze bellissime che nella restante parte del film combattono con pose da sexy cosplayer mi fa pensare che la critica al patriarcato sia più una scusa che altro. Del resto non ho mai visto un manicomio anni '30 con delle internate così esteticamente perfette: Emily Browning, Jena Malone, Abbie Cornish, Vanessa Hudgens... Persino il personale è composto da gente di bell'aspetto: Oscar Isaacs, John Hamm, Carla Gugino, le persone brutte si contano letteralmente sulle dita di una mano. 

Senza entrare ulteriormente nei dettagli, Sucker Punch è un'opera pretenziosa, noiosa e kitsch, maldestra nel suo messaggio e fallimentare nell'intrattenere, con un finale forzato che rende ancora più inutile tutto quello a cui lo spettatore ha assistito fino ad allora. Questo è stato il magnum opus di Zack Snyder e il suo tentativo di essere profondo, un passo più lungo della gamba che è inevitabilmente finito nell'unico posto in cui meriterebbe di stare, il dimenticatoio.

Dati tecnici


Regia: Zack Snyder

Anno: 2011

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Warner Bros.

Fotografia: Larry Fong

Musiche originali: Tyler Bates, Marius De Vries

sabato 31 luglio 2021

20 ANNI DI SHREK - IL BELLO DI ESSERE SCORRETTI

“L'animazione è roba per bambini”. Tutti abbiamo sentito questa frase almeno una volta. Ed ogni volta mi chiedo come sia possibile che questo preconcetto così superficiale continui a permanere nella mente di così tante persone. L'animazione è stata utilizzata in modo “adulto” fin dall'inizio, che si tratti degli animatori sperimentali dei primi del '900 come Fishinger o Léger o dell'irriverenza di gente come Tex Avery, che fin dagli anni '30 hanno spinto la comicità a cartoni animati al limite della censura. Ma è solo negli anni '90 che l'animazione prettamente adulta riesce finalmente a imporsi sul pubblico, e per la precisione questo avviene in TV: grazie all'imprevisto successo dei Simpson (tra le serie più importanti della storia della televisione, per vari motivi) l'America ha visto nascere una vera e propria ondata di materiale animato orientato a un pubblico adulto, con serie come South Park, I Griffin, Beavis & Butthead e tantissime altre che sarebbe impossibile citare nella loro totalità e che hanno spinto ed esplorato le possibilità del mezzo animazione.

E al cinema? Beh, gli anni '90 furono il periodo del cosiddetto Rinascimento Disney, in cui l'azienda del Topo era tornata a dominare il mercato mondiale del cinema d'animazione dopo un periodo poco fiorente. Ma non tutto fu rose e fiori. La travagliata produzione del più grande successo del periodo, Il re leone, aveva causato uno scisma nella compagnia, con il responsabile del reparto animazione, l'ambizioso e irremovibile Jeffrey Katzenberg, che lasciò la Disney con risentimento e piani di vendetta verso coloro che, secondo lui, non gli avevano riconosciuto i meriti che aveva. Fu così che nel 1997 nacque la DreamWorks, fondata da Katzenberg, Steven Spielberg (scusate se è poco) e il magnate dell'industria discografica David Geffen: l'azienda fece della maturità il suo tratto distintivo, come a volersi distanziare dall'aura fiabesca e “innocente” delle pellicole targate Disney. Dopo aver messo a segno un pugno di perle che si misero senza problemi in competizione con le coeve uscite disneyane (addirittura il loro primo film, Z la formica, era un rifacimento della stessa identica premessa di A Bug's Life ed uscì nello stesso identico giorno!), nel 2001 i tempi furono maturi per la sferzata definitiva di Katzenberg e soci allo strapotere della casa del Topo.

Shrek, diretto da Andrew Adamson e Vicky Jenson, è molto più di un film. Rappresenta un grosso passo avanti nella concezione di certi topòi narrativi, di certi archetipi e di certe dinamiche tipici della concezione disneyana che raramente erano stati messi in discussione. Ma la cosa che rende Shrek così importante è che fa tutto in modo metanarrativo: lo spettatore sa perfettamente cosa il film sta parodiando, capisce senza margine di dubbio cosa la sua satira prende di mira, poiché questa gioca sapientemente su elementi a cui è stato esposto fin dall'infanzia e che quindi conosce molto bene. Del resto, chi può saperlo meglio di qualcuno che è stato capo dell'azienda che per decenni è stato il veicolo principale di tutti questi elementi?

E così, abbiamo tutte le caratteristiche della fiaba, ma ribaltate e ridicolizzate: l'eroe senza macchia e senza paura cede il posto a un antieroe che in qualsiasi altra fiaba sarebbe stato l'antagonista, un orco rozzo, egoista e scontroso; l'aiutante dell'eroe è un asino parlante che più che supportare il protagonista lo manda sui nervi con la sua logorrea; la principessa da salvare è una donna che cerca di conformarsi agli stereotipi di genere, aspettando passivamente che qualcuno la salvi nonostante, a giudicare dalle sue abilità fisiche e intellettuali, potrebbe benissimo salvarsi da sola (di certo avrebbe fatto meglio del nostro protagonista nell'esilarante scena contro il drago); e infine la ciliegina sulla torta, il principe.

Katzenberg, Spielberg e Geffen, fondatori della DreamWorks

Lord Farquaad è tutto meno che un personaggio positivo. È un subdolo, meschino approfittatore che manipola la vita delle persone esclusivamente per il potere. Sfratta i personaggi delle fiabe per impossessarsi della loro terra, ricatta Shrek convincendolo fare il lavoro faticoso per lui, cioè affrontare il drago e salvare la principessa Fiona, costringe quest'ultima a sposarlo nonostante non gli importi di lei, tutto per ottenere l'agognato potere e compensare la sua insicurezza di fondo dovuta probabilmente qualche mancanza di tipo fisico (la battuta a riguardo fatta da Shrek potrebbe riferirsi all'altezza... o a qualcos'altro). E se aggiungiamo che questo personaggio, nelle fattezze, ricorda sospettosamente Michael Eisner, CEO della Disney all'epoca, e che la sua pomposa residenza è una palese presa in giro di Disneyland, la cosa assume implicazioni ancora più sfacciate e, diciamolo, esilaranti. Shrek è prima di tutto, non dimentichiamolo, un film comico. Non una semplice parodia, come abbiamo detto, ma un'opera che abbraccia appieno quello che è pur continuando a metterlo costantemente alla berlina, un po' sulla scia di un altro cult, La storia fantastica, diretto da Rob Reiner nel 1987 e qui da noi non molto conosciuto. Ogni personaggio è una maschera comica efficacissima, da cui nascono momenti memorabili che non si fermano a flatulenze ed emissioni corporee (che sono presenti, il protagonista è pur sempre un orco), ma, in un continuo gioco con lo spettatore, esplorano le interazioni fra questi personaggi così fuori le righe, ma allo stesso tempo così amabili.

Perché, dopo tutto, Shrek è pur sempre una fiaba, post-moderna e multireferenziale, ma pur sempre una fiaba. La relazione fra Shrek e Fiona, in particolare nella sua risoluzione finale, è costruita perfettamente, ribaltando ma allo stesso tempo confermando la morale un po' più scontata di esempi come La bella e la bestia. L'antagonista è a dir poco memorabile, e la sua sconfitta forse ancora più soddisfacente rispetto a quella del classico villain fiabesco proprio perché trattata con quella dose di cattiveria che pervade e dà identità all'intera pellicola. La spalla comica, Ciuchino, funziona nella sua idiozia e petulanza perché è totalmente fuori luogo e di ben poco aiuto, per non parlare poi dei tantissimi personaggi secondari, da Pinocchio ai tre topini ciechi, dall'omino di zenzero (protagonista di una delle gag più nonsense e proprio per questo più divertenti del film) allo specchio magico, mutuato direttamente da Biancaneve. Non starò a citare tutti i momenti memorabili e tutte le citazioni presenti, mi limiterò a dire che avranno ancora più spazio nel sequel, uscito tre anni dopo e che a mio parere supera addirittura l'originale.

Il cattivo Lord Farquaad a confronto con
 lo storico presidente della Disney Michael Eisner
E non finisce qui, perché Shrek è stato influente non solo narrativamente e umoristicamente, ma ha anche cementato una pratica già esistente da tempo ma non ancora sfruttata a questi livelli: il fattore starpower. La produzione ha furbescamente puntato la stragrande maggioranza della campagna marketing sulla presenza di numerose star di Hollywood che hanno prestato la loro voce ai personaggi: da Mike Myers per Shrek, all'epoca popolarissimo per la sua saga di Austin Powers, a Cameron Diaz per Fiona, dall'incontenibile Eddie Murphy per Ciuchino a un grandissimo interprete cme John Lithgow per Lord Farquaad, e perché non inserire un veloce cameo di Vincent Cassel nel ruolo di un improbabile Robin Hood francofono? Insomma, questa pratica di infarcire i film d'animazione di nomi noti per attirare il pubblico si è diffusa a macchia d'olio proprio a partire da Shrek, a volte con risultati notevoli, molte altre come mero mezzo di autopromozione (I'm looking at you, Illumination).

Nel caso non si fosse capito, Shrek è stato un fulmine a ciel sereno nel mondo del cinema occidentale, in un periodo, quello dei primi anni 2000, in cui la stessa Disney attraversava una crisi di identità e lo scettro dell'animazione mondiale poteva essere di nuovo conteso. Certo, si potrebbe scrivere un saggio di centinaia di pagine sull'impatto di questo film, avrei potuto parlare dell'enorme lavoro svolto a livello di animazione (stiamo parlando del resto di uno dei primi lungometraggi interamente in grafica 3D), o di come gli avvocati della DreamWorks seguirono pedissequamente la produzione per evitare potenziali denunce da parte della Dismey, o ancora dell'utilizzo geniale delle musiche, in particolare le canzoni, ma ho voluto evitare di dilungarmi troppo.

L'orcone verde non solo ha modificato la concezione del pubblico di cartone animato, non solo ha influenzato le dinamiche stesse dell'intrattenimento al cinema, non solo è stato significativamente il primo vincitore dell'Oscar al miglior film d'animazione, ma ha avuto il merito di dimostrare a tutti, adulti e non, che andava ancora bene credere alle fiabe.


Shrek è amore, Shrek è vita.


Dati tecnici

Regia: Andrew Adamson, Vicky Jenson

Anno: 2001

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: DreamWorks Animation Studios

Musiche: Harry Gregson-Williams, John Powell

giovedì 22 luglio 2021

SMETTO QUANDO VOGLIO, DI SYDNEY SIBILIA

Non è un segreto che il cinema italiano, in particolare la commedia, abbia subito un tracollo a dir poco drastico ultimamente. E con "ultimamente" intendo negli ultimi 40 anni o giù di lì. Ma, fortunatamente, da una decina d'anni a questa parte il cinema del nostro Paese sembra star lentamente risorgendo. Abbiamo assistito all'arrivo di nuovi autori con nuove idee e nuove forme di intendere l'intrattenimento e addirittura, a tratti, il genere. E, anche se di strada da fare ce n'è ancora molta, quest'inaspettata primavera del cinema italiano ha dato nuova linfa anche alla commedia, come la piccola perla di cui voglio parlare oggi: Smetto quando voglio, opera prima di Sydney Sibilia co-prodotta da Matteo Rovere, regista in seguito di quel Veloce come il vento anch'esso acclamato dalla critica.

Uscita nel 2014 senza troppo trambusto, questa esilarante satira sulla precarietà del lavoratore italiano e l'inefficienza del nostro sistema universitario ha raggiunto in brevissimo tempo lo status di cult, generando due fortunati sequel. Le ragioni di questo successo? Beh, cominciamo dalla storia.

Dopo decenni in cui siamo stati abituati a situazioni inverosimili fatte di equivoci improbabili e personaggi tagliati con l'accetta, la trama è qualcosa di molto più vicino alle realtà quotidiane dell'italiano medio rispetto alla solita commedia italiana: il protagonista, Pietro Zinni (Edoardo Leo), è un ricercatore universitario timoroso e succube, che una volta licenziato dal suo ateneo decide di mettere su una banda fatta di suoi ex colleghi per produrre e spacciare una smart drug. Già dal soggetto notiamo un approccio fresco e nuovo che cita realtà televisive e cinematografiche d'oltreoceano, Breaking Bad su tutte, come evidente anche dal rapporto fra Pietro e la sua fidanzata Giulia (Valeria Solarino), a cui tenta di nascondere tutto e per la quale è pronto a correre tanti e tali rischi con la legge. L'approccio poco italiano si vede anche nella regia, che cerca di osare un po' di più imitando lo stile all'americana, tanto nella colonna sonora quanto nelle inquadrature e nel montaggio, anche se Sibilia brillerà ancora di più da questo punto di vista nei seguiti Masterclass e Ad honorem.

Le tematiche affrontate dal film sono fin troppo familiari alla nostra realtà: si parla dei pochi fondi alla ricerca, delle fughe di cervelli (per carità di Dio, lasciate perdere l'omonimo film di Paolo Ruffini), delle raccomandazioni di tipo politico, e la sceneggiatura, co-scritta dallo stesso Sibilia, risulta veramente brillante e per nulla scontata o indelicata, con battute e gag
I protagonisti del film
mai buttate a caso e che colgono quasi sempre nel segno. La comicità dilagante del tutto è fornita sia dalle situazioni, a tratti surreali ma mai totalmente irrealistiche (anzi, osservando il finale viene quasi in mente il malinconico
I soliti ignoti), sia dai personaggi ritratti splendidamente e interpretati altrettanto bene da un folto cast di attori noti sicuramente al pubblico, ma non immediatamente riconoscibili dallo spettatore medio: oltre al già citato Leo, nome abbastanza di spicco lanciato ancora di più dal successo di questa pellicola, non penso sia un caso che qui si trovino ben tre interpreti di Boris, altro eclatante esempio, stavolta televisivo, di satira sferzante ai (mal)costumi del Belpaese. Per la precisione abbiamo Pietro Sermonti, Paolo Calabresi e Valerio Aprea, gli indimenticabili Stanis La Rochelle, Augusto
Biascica e sceneggiatore numero 1 di
Boris, affiancati da un esilarante Stefano Fresi che interpreta il co-protagonista Alberto, il compianto Libero De Rienzo nel ruolo del truffaldino economista Bartolomeo, Lorenzo Lavia (figlio di cotanto padre, qui nei panni di latinista improvvisato benzinaio) e un ottimo Neri Marcorè nel ruolo dell'antagonista, il temibile spacciatore rivale Er Murena.

Il grande difetto del film è solo uno, ed è piuttosto evidente: la fotografia. Costantemente patinata e saturata, con i verdi e i gialli che accecano e i bianchi praticamente inesistenti. Apprezzo il voler creare un'identità visiva riconoscibile, ma un'estetica esageratamente vistosa come questa l'avrei vista funzionare solo se usata in momenti particolari, ad esempio per dare l'idea dell'effetto della droga sui personaggi. Così sembra solamente di essere in trip di LSD per un'ora e quaranta, e dopo un po' l'occhio si stanca.

Libero De Rienzo nel ruolo di Bartolomeo
Scelte discutibili a parte, il film rimane una mosca bianca nel panorama della commedia italiana post 2000, con una critica sociale efficace e intelligente e una comicità genuinamente divertente e ponderata. I due sequel, usciti nel 2017 e sempre in mano a Sibilia, non saranno da meno, specialmente il primo, e la strampalata “banda dei ricercatori” non smetterà di divertirci e, pensate un po', persino di emozionarci.

Insomma, l'intera trilogia di Smetto quando voglio è diventata un cult personale, essendo riuscita a stupirmi e divertirmi come pochi film italiani hanno fatto nell'ultimo decennio. Momenti che preferisco: tutte le scene con Maurizio (“Grande, professore!”) quelle con Paprika, che non parla una parola di italiano per tutto il film, eppure i suoi duetti con Alberto sono fantastici, e il rapporto burrascoso di Bartolomeo con i suoi futuri parenti sinti. A chi di voi non l'ha visto consiglio di recuperarlo, il divertimento non mancherà e il cervello rimarrà acceso.


Dati tecnici

Regia: Sydney Sibilia

Anno: 2014

Paese di produzione: Italia

Casa di produzione: Fandango, Ascent Film, Rai Cinema

Fotografia: Vladan Radovic

Musiche: Andrea Farri

domenica 18 luglio 2021

LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI, DI GEORGE ROMERO

L'horror: il genere controverso per eccellenza. Presente fin dagli albori del cinema, eppure costantemente censurato, condannato, o quantomeno guardato con sospetto. Parte di me non può non sospettare che all'origine di questa diffidenza ci sia una ragione molto più profonda della "pubblica decenza" o dell'ipocrisia perbenista alla "qualcuno pensi ai bambini!". Forse almeno parte di ciò è dovuto al fatto che l'horror, per sua stessa definizione, ci pone davanti quello che non vogliamo vedere. Ci costringe ad affrontare gli aspetti peggiori dell'umanità, quelli che fingiamo non esistano, lo sporco che nascondiamo sotto al tappeto. Compito del cinema di genere, a mio parere, è quello di raccontare la modernità attraverso di esso, e l'horror, proprio per la sua natura morbosa al limite del voyeurismo (per citare un certo signore che ne sapeva qualcosa, Alfred Hitchcock) molto spesso è quello che meglio si presta a tutto ciò. Magari sarà un caso, ma l'anno considerato cardine per lo sviluppo dell'horror moderno è quel 1968 noto a tutti per i cambiamenti culturali e sociali di cui è diventato simbolo. È l'anno culmine delle proteste studentesche, delle marce per i diritti civili, delle lotte per l'emancipazione, delle proteste antimilitariste.
Ma è anche l'anno in cui il pubblico occidentale, grazie a Roman Polanski e al suo
Rosemary's Baby
, apprende che il male può celarsi all'interno del proprio vicinato per bene e borghese. È l'anno in cui un giovane immigrato cubano sbatte in faccia agli americani le loro più grandi colpe mascherandole da zombie movie: sto parlando naturalmente di George A. Romero e di La notte dei morti viventi.
George A. Romero
Cult movie
per eccellenza, il film che ha inventato lo zombie moderno è frutto dell'unione di
otto squattrinati che, spinti dalla passione, mettono insieme una cifra risicata (114.000 dollari), girano in bianco e nero per convenienza, riciclano le musiche da altri film, si occupano in prima persona tanto della produzione quanto della sceneggiatura, del trucco e del montaggio e così facendo scrivono la storia del cinema.

Come ho accennato, lo zombie, non più legato alla dimensione voodoo caraibica ma qui giustificato senza troppi pensieri da fantomatiche radiazioni diffuse da una sonda della NASA tornata da Venere, viene inserito all'interno della società moderna, di cui diventa specchio e minaccia allo stesso tempo. Romero, insomma, si inserisce perfettamente nella logica caustica e straniante della Nuova Hollywood, e pensare che questo sia solo il suo primo tentativo alla sua inconfondibile critica orrorifica all'America consumista è a dir poco sorprendente.
Innanzitutto, il protagonista è un ragazzo nero, elemento ancora più significativo se pensiamo che in fase di sceneggiatura non era stato pensato come tale: l'attore Duane Jones, a detta di Romero, è stato scelto perché, semplicemente, il suo era stato il provino migliore. Questo aspetto, in relazione al finale, è forse il più decisivo, quello che più dà sostanza all'intera pellicola.
Ma ovviamente la grandezza del film non sta solo nel finale: l''introduzione magistrale col primo attacco delle creature ai danni di una coppia borghese di fratello e sorella in visita al padre al cimitero, la tensione insostenibile tra un gruppo eterogeneo di persone costrette a convivere in pochi metri quadrati (qualcuno ha detto “allegoria calzante”?), per non parlare della figlioletta dei due
redneck tramutata a sua volta in zombie, o gli arti senza vita che tentano di afferrare i protagonisti nel loro giogo mortale attraverso le fessure di porte e imposte barricate, sicuramente una delle scene più iconiche ed emulate nella storia di questo filone. La modernità dell'opera prima di Romero è intaccata esclusivamente dalla trattazione ancora stereotipica dei personaggi femminili, poco attivi e funzionali all'azione, e dal doppiaggio italiano, con una qualità audio che tradisce l'umile distribuzione del film, uscito in sordina inizialmente ma diventato nel giro di pochi anni una vera e propria icona.

Il protagonista Duane Jones
Ed infine, arrivati all'ultima scena, quel colpo di coda improvviso cancella dallo spettatore
qualunque speranza di redenzione, lasciandolo con una domanda a cui, ed è questa la cosa più inquietante, in realtà sa benissimo la risposta. Risposta lasciata non alle parole, ma alle immagini, letteralmente: una serie di fermi immagine ci conferma che quello che abbiamo visto è accaduto davvero, e nel 2021, con la brutalità della polizia, l'ascesa delle idee estremiste e la diffusione (o forse, a voler essere precisi, l'accettazione) sempre più massiccia della discriminazione di qualunque tipo, appare drammaticamente chiaro che se
La notte dei morti viventi fa paura ancora oggi forse c'è un motivo che va ben oltre lo splatter. E credetemi, le chiavi di lettura non finiscono qui.

Nel caso non si fosse capito, stiamo parlando di un autentico capolavoro, che nessun amante dell'horror dovrebbe farsi sfuggire. Tra l'altro, per un errore dei distributori dell'epoca, il film è di dominio pubblico, ed è pertanto facilmente rintracciabile in rete. Dunque non avete più scuse, fatevi un favore e guardate e riguardate questa perla più volte che potete!


Dati tecnici


Regia: George A. Romero

Anno: 1968

Casa di produzione: Image Ten

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Fotografia: George A. Romero, Joseph Unitas

mercoledì 14 luglio 2021

I 30 ANNI DI POINT BREAK

"Noi ci battiamo contro il sistema, quel sistema che uccide lo spirito dell'uomo. Noi siamo l'esempio per quei morti viventi che strisciano sulle autostrade nelle loro infuocate bare di metallo, noi dimostriamo con la nostra opera che lo spirito dell'uomo è ancora vivo."

Ieri abbiamo parlato di The Abyss, per cui oggi mi sembra giusto parlare di un altro cult, stavolta degli anni '90: Point Break. Perché? Per vari motivi.

Innanzitutto, perché in questi giorni ricorre il trentesimo anniversario della sua uscita nelle sale, per cui l'occasione di rispolverare questa perla era troppo ghiotta per non coglierla; secondo, perché mentre The Abyss è un film di James Cameron questo Point Break porta invece la firma di Kathryn Bygelow, ai tempi moglie dello stesso Cameron, il quale ha anche prodotto il film. Ma c'è anche un terzo motivo, molto più banale ma non meno significativo: questo film è semplicemente una bomba che dovrebbe essere visionata da tutti. Ma andiamo con ordine.


Nell'assolata California dei primi anni '90 il giovane agente dell'FBI Johnny Utah (ditemi se già il nome non è iconico) viene incaricato di indagare su una banda di rapinatori che sta svaligiando le banche della contea di Los Angeles: il suo compito è infiltrarsi all'interno di un gruppo di surfisti, sospettati di celarsi dietro le maschere dei presidenti americani che i rapinatori usano per non farsi riconoscere, ma presto si innamora di Tyler, spirito libero all'apparenza troppo distante da lui. Seguiranno rapine, inseguimenti, ostaggi, sparatorie e tutto ciò che ci si aspetterebbe da un normale poliziesco.

Kathryn Bigelow

Cosa rende, dunque, questo film migliore e unico rispetto agli altri migliaia di film d'azione americani del periodo? Per prima cosa, la tecnica è magistrale: la Bygelow, reduce dal già ottimo ma poco ricordato Blue Steel, supera se stessa, girando con una mano impressionante una sequela di scene rimaste nell'immaginario collettivo: come dimenticare l'inseguimento fra Johnny Utah (un Keanu Reeves come sempre inespressivo ma fortemente voluto dalla regista) e Bodhi, il guru del surf diventato fuorilegge interpretato da un magnifico Patrick Swayze? O la scena dell'elicottero e dei paracadute, forse il più alto momento di tensione del film. O, ancora, gli exploit del cinico veterano dell'FBI e del Vietnam Angelo Pappas (un irresistibile Gary Busey), che disintegra a parole il classico superiore ligio alle regole, che riconoscerete sicuramente come John C. McGinley, il mitico dottor Cox di Scrubs.


Ma non sono solo interpretazioni, regia e montaggio perfetti a rendere unico questo film: è lo spirito, la filosofia del surf che permea l'intera pellicola e che partendo da un gruppo di hippy scalmanati riesce a conquistare anche l'insospettabile Johnny grazie al carismatico leader Bodhi. Non a caso il suo nome è diminutivo di “Bodhisattva”, termine che nel buddhismo indica chi ha raggiunto l'illuminazione ma sceglie di non raggiungere il nirvana per poter restare tra le persone aiutandole a raggiungerlo anche loro: un po' come lo stesso Bodhi, diventato rapinatore più per esigenze spirituali che economiche, che riesce a convertire Johnny (e forse, ammettiamolo, anche noi stessi) al suo stile di vita votato alla libertà, perfettamente simboleggiato dalla splendida vastità dell'oceano e che renderà il magnifico finale ancora più emozionante e significativo.


Tutti questi elementi rendono
Point Break molto più che un semplice film action: si tratta di un percorso, che tra scene d'azione mozzafiato, una fotografia che catapulta lo spettatore nella calda estate californiana e dialoghi brillanti e profondi non può che consegnare questo film alla leggenda. Si tratta semplicemente di uno dei più grandi film d'azione degli anni '90, che l'arrivo dell'estate e il trentesimo anniversario ci danno occasione di rivedere per l'ennesima volta, sognando la California, come direbbero i Dik Dik.
Dunque godetevi l'estate e inseguite anche voi la vostra “grande onda”!


Dati tecnici


Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 1991
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Casa di produzione: 20th Century Fox
Fotografia: Donald Peterman
Musiche: Mark Isham