venerdì 25 marzo 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: THE BATMAN, DI MATT REEVES


Ed eccomi, con volontario ritardo, dopo che la tempesta si è calmata, a dire la mia su The Batman, ennesima incarnazione del cavaliere oscuro al cinema. 
E che vi devo dire?

Chiaramente un ottimo film d'intrattenimento, che Matt Reeves, reduce dagli ultimi due capitoli della nuova saga del Pianeta delle scimmie, confeziona sapientemente riuscendo a gestire benissimo quello che a conti fatti è un vero e proprio neo-noir. Avevamo già avuto ben due noir con Batman grazie a quell'uomo meraviglioso che è Tim Burton, ma qui ogni venatura ironica, ogni aspetto vagamente positivo viene eliminato, a favore di una detective story ben congegnata e un'atmosfera mutuata direttamente da esempi come Ridley Scott (la pioggia perenne non può non far pensare a Blade Runner) e David Fincher (l'ispirazione a Zodiac è evidente, come in parte quella a Seven, che a sua volta riprendeva a piene mani le atmosfere piovigginose del capolavoro di Ridley Scott). 

In una Gotham City talmente dannata che in confronto quella dei film di Nolan sembra Topolinia, vediamo un Bruce Wayne al limite della sua violenza ed autocommiserazione, interpretato in modo molto convincente da un Robert Pattinson che gioca di sottrazione, centrando appieno quello che è il personaggio.
Perché, in tutto questo, non è da sottovalutare come questa sia forse l'incarnazione che cattura più fedelmente lo spirito del fumetto: i personaggi comprimari sono quasi sempre azzeccati, in particolare un ottimo Paul Dano Enigmista la cui ispirazione sembra più legata a Hush e una Zoe Kravitz Catwoman palesemente tirata fuori da Anno 1, la presenza della mafia a Gotham, incarnata dal personaggio interpretato dal grande John Turturro, è opprimente come dovrebbe essere e soprattutto, finalmente, l'aspetto investigativo è al centro della storia, come è fin dalla genesi del fumetto, non a caso sulla testata Detective Comics.
Uniamo il tutto a una regia notevole, specie nelle scene d'azione, delle ottime musiche di Michael Giacchino e una fotografia cupa senza bisogno di desaturare tutto modello Snyder, e otteniamo quello che è sicuramente uno dei migliori film di Batman mai realizzati, che personalmente colloco per gradimento personale al di sopra dell'intera trilogia di Nolan e al di sotto delle due splendide opere burtoniane.

Per Fresco di celluloide oggi è tutto!

sabato 26 febbraio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: ASSASSINIO SUL NILO, DI KENNETH BRANAGH

E rieccoci, reduce da una delle recensioni più difficili che abbia mai scritto, alla rubrica Fresco di celluloide, in cui vi do le mie impressioni su film appena usciti in sala.

Dopo l'ottimo Assassinio sull'Orient Express e in attesa del pluripremiato Belfast, in odore di Oscar, Kenneth Branagh torna come regista e interprete di Hercule Poirot in Assassinio sul Nilo.

Un po' come il suo predecessore del 2017, anche questo si presenta come un ottimo giallo (e vorrei vedere, è Agatha Christie), con il solito delitto a porte chiuse e le solite ambientazioni esotiche. Queste ultime, unite alle scenografie, sono senza dubbio splendide da vedere, esaltate da un comparto tecnico di livello, solo che qui, complice probabilmente il fatto che gran parte dell'azione si svolga in esterni, l'intervento della computergrafica è a tratti troppo invadente. Per carità, niente di atroce, ma decisamente un difetto fin troppo evidente, che lede al fascino esotico che una pellicola del genere dovrebbe avere.

Praticamente perfetta, invece, la sequenza iniziale, con un bianco e nero eccezionale e delle atmosfere che mi hanno addirittura ricordato Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, e che dimostrano l'abilità di Branagh tanto dietro quanto davanti la macchina da presa.

Il cast galleggia fra l'eccellente (Emma Mackey, Annette Bening e un Russell Brand che non avevo completamente riconosciuto) e il mediocre (Gal Gadot, tanto bella quanto incapace), ma in generale ognuno porta a casa discretamente la propria parte.

Se avete apprezzato Assassinio sull'Orient Express e ne volete ancora, questo Assassinio sul Nilo è un ottimo modo per passarvi la serata, anche se consiglierei di dare un'occhiata anche alle vecchie trasposizioni degli anni '70/'80 dei romanzi della Christie, come il film di Sydney Lumet del 1974, con un grande Albert Finney nel ruolo di Poirot attorniato da un cast stellare.

Ci vediamo presto!

venerdì 25 febbraio 2022

JOAN LUI: È SANTO, È SANTO!

Bentornati, amici e amiche. Dopo tanto tempo, ho ritrovato la spinta giusta per un'altra recensione negativa, la seconda di questo blog.

E per questa mia rinvigorita verve distruttiva devo ringraziare calorosamente Rete 4 e la sua fantastica programmazione notturna, perché altrimenti non so quando avrei avuto l'occasione (e soprattutto la voglia) di visionare questo scempio. Sto parlando di un autentico scult, un film talmente imbarazzante da meravigliarmi della sua stessa esistenza, partorito dalla mente ebbra di autocelebrazione di un luminare come Adriano Celentano.


L'obbrobrio in questione è Joan Lui - Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì. Sorvolando su un titolo già tremendo di suo che personalmente avrei sostituito con un più calzante Joan Lui Superstar, chi è vigile sul web saprà che il Molleggiato si è spesso dimostrato una fonte eccezionale di cringe, come insegnano pezzi di storia del trash come la sua famigerata intervista a un irritatissimo David Bowie e la “visionaria” serie animata Adrian, del 2019. Ma se quest'ultima rientra sicuramente tra i più grandi disastri della storia della televisione italiana, Joan Lui è senza alcun dubbio il suo corrispettivo cinematografico. Partiamo dal principio.


Celentano, forte del successo attoriale datogli da pellicole cult come Asso e Il bisbetico domato, cercava da tempo finanziamenti per realizzare il suo magnum opus, un musical apocalittico sulla condanna e redenzione dell'umanità, con canzoni scritte da lui, set mastodontici e coreografie esplosive. Con uno spropositato budget di 20 miliardi di lire dell'epoca, garantito dalla Cecchi Gori, da Silvio Berlusconi (e lottando contro me stesso cercherò di non commentare in alcun modo questo dettaglio) e addirittura dalla Germania Ovest, e dopo ben due anni e mezzo di preproduzione, le riprese del film furono posticipate e allungate fino allo sfinimento, e le centinaia di ballerini chiamati direttamente dagli Stati Uniti per il film dovettero attendere per settimane in un albergo prima di girare finalmente le prime scene, facendo vorticare così ancora di più i costi di produzione.

Dopo questa odissea, forse ancora più interessante del prodotto finale, il film uscì nelle sale italiane il giorno di Natale del 1985 (e non credo proprio sia un caso), scritto, diretto, montato, musicato e interpretato dall'Adriano nazionale... e fu uno dei più grandi fallimenti commerciali che il cinema italiano ricordi.

I motivi di tale débacle sono innumerevoli e dolorosamente palesi, e partono già dal soggetto.

Adriano è venuto per redimere i nostri peccati.
La premessa di base è: Adriano Celentano è il Messia. E se pensate che questa sia un'iperbole per sottolineare lo smisurato ego del cantante, vi sbagliate. Il protagonista, Joan Lui, è chiaramente una rappresentazione del Messia, che, senza farsi mancare gli apostoli, Giuda compreso, compie la sua seconda venuta sulla Terra corrotta dai mali dell'umanità: i rapporti sessuali profani e peccaminosi, le sigarette di droga dei giovinastri, la mancata considerazione delle sacre scritture. Scopo di questo misterioso santone è quello di salvare il mondo con la diffusione del suo Verbo, rigorosamente cantando, ponendosi al di sopra di ognuno, mostrandosi estraneo a qualunque colpa, infallibile.

In altre parole, due ore e quaranta di morali spicciole, banali e trasudanti insopportabile democristianità, che il Molleggiato sciorina con una goffaggine esilarante, sotto ogni punto di vista. Innanzitutto dalla sceneggiatura, a malapena definibile tale, fatta di dialoghi sconnessi, spesso ai limiti del comprensibile, e situazioni appiccicate tra di loro con lo sputo, quasi sempre dei pretesti per forzare in gola allo spettatore dogmatiche ramanzine catto-bigotte che farebbero salire il crimine anche a Gandhi.

Ma il film non sarebbe diventato la leggenda che è se fosse solamente noioso. L'imbarazzante sceneggiatura, infatti, non è che la punta di questo pretenzioso iceberg.

Chiariamo subito la questione più importante: Celentano non solo non sa sceneggiare, ma non sa dirigere e non sa montare un film. Certo, non ho avuto il piacere di visionare le altre tre fatiche registiche del nostro, ma credetemi, questa, più le due puntate di Adrian che ho buttato giù, bastano e avanzano per convincermi dell'insindacabilità di questa mia affermazione.

Una regia che definire televisiva sarebbe farle un complimento e, soprattutto, un montaggio da attacco epilettico affossano ancora di più sotto il livello dell'umana sopportazione scene già abbastanza deliranti di per sé.

Volete vivere un'esperienza veramente mistica? Andatevi a cercare la scena in cui il nostro messia, con tanto di stigmate, irrompe in un festino all'interno di una chiesa/discoteca (avete letto bene) e, cantando in una lingua inventata, guarisce uno storpio mentre delle suore in calze a rete gli danzano intorno. Dieci minuti interminabili che riassumono perfettamente tutto quello che c'è di sbagliato in questo disastro: oltre agli evidenti problemi di gestione di ego dell'autore e le sue continue autocitazioni, quello che forse più inquieta è notare l'incredibile sessismo che impregna il tutto, con donne rappresentate per tutto il film in pose scosciate senza alcun motivo. Non fa eccezione, naturalmente, Claudia Mori, trascinata a forza dal marito per regalarci la visione dei suoi generosi seni, in un'altra delle scene più assurde del film.

E, come se non bastasse, a fare da contorno non poteva mancare una buona dose di razzismo. Basti osservare la scena d'apertura del film, con inquadrature interminabili che mostrano il protagonista percorrere un treno per poi trovarsi circondato da gente di colore che, non si capisce bene perché, lo tratta con disprezzo non appena lo vede arrivare.

Una Claudia Mori assolutamente non sessualizzata
Ma naturalmente, al di là delle sue dubbie implicazioni etico-morali e della permanente tortura inflitta alle orecchie dello spettatore, Celentano non dimentica di urtare anche la nostra vista, e pensa bene di deliziarci con costumi e scenografie kitsch che fanno chiedere in cosa siano stati spesi tutti quei soldi e, ciliegina sulla torta, coreografie talmente brutte e mal gestite da far sembrare un video dei Village People l'intero ensemble dell'Opéra di Parigi.


Tutto considerato, a voler essere costruttivi, si potrebbe riconoscere a questo film il risultato notevole, per quanto poco invidiabile, di aver fallito in ogni singolo aspetto: mal diretto, scritto in preda a deliri di onnipotenza e non, montato in modo inconcepibile, mal recitato e mal musicato.

E come se non bastasse il danno, si aggiunge la beffa (fin troppo prevedibile) dell'insuccesso commerciale, dato che Joan Lui è uno dei più grandi flop del cinema italiano, con appena 7 miliardi di lire per una delle pellicole più costose realizzate nel nostro Paese. A poco valsero i disperati tentativi della Cecchi Gori di far fronte all'imminente disastro tagliando il minutaggio del film di mezz'ora, mossa che portò un infuriato Celentano a intentare causa chiedendo e ottenendo il sequestro del film, salvo poi tagliarlo egli stesso per la versione televisiva in onda sulla Mediaset negli anni successivi.

Insomma, come accennato all'inizio di questa recensione, un vero e proprio disastro, talmente incredibile e surreale che bisogna vederlo per crederci davvero. Un po' come un incidente stradale, da cui non è possibile distogliere lo sguardo nonostante l'orrore che rappresenta.

Perché Joan Lui, esattamente come Adrian, nel suo inconsapevole orrore audiovisivo, è infine una delle esperienze più indimenticabili che uno spettatore possa vivere, in grado di regalare ilarità, noia, imbarazzo e rabbia, tutte allo stesso tempo. È uno dei peggiori film che vedrete mai, e la cosa più strana è che, forse, nemmeno ve ne pentirete.


Dati tecnici

  • Regia: Adriano Celentano
  • Anno: 1985
  • Paese di produzione: Italia, Germania Ovest
  • Casa di produzione: Cecchi Gori Silver Film, Extrafilm Produktion
  • Fotografia: Alfio Contini
  • Musiche: Adriano Celentano, Pinuccio Pirazzoli, Ronny Jackson, Gino Santercole
  • Tutto il resto: Adriano Celentano

sabato 12 febbraio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: NIGHTMARE ALLEY, DI GUILLERMO DEL TORO

Per la rubrica Fresco di celluloide oggi vi parlo di Nightmare Alley, alias La fiera delle illusioni, ultima fatica di Guillermo Del Toro.

Remake dell'omonimo film del 1947, eppure non si direbbe. Perché in mano a Del Toro anche una storia già raccontata appare nuova, come già ci hanno dimostrato perle come Il labirinto del fauno e La forma dell'acqua. In ogni suo film il regista messicano ci immerge in un nuovo mondo, e Nightmare Alley non fa eccezione. Fra scenografie straordinarie e suggestive, fotografia impeccabile e grandi interpretazioni (con un Bradley Cooper nel ruolo che fu di Tyrone Power), assistiamo a una parabola, l'ascesa e la caduta di un uomo che abbandona l'umiltà in favore della cupidigia.

È incredibile, per un'opera ambientata nel mondo del circo firmata da un autore che sguazza nel fantastico, ma l'irreale e la giocosità sono stavolta quasi bandite, senza nemmeno un'oncia di speranza lasciata allo spettatore una volta arrivato al finale.
E la crudezza, dell'animo ancora più che della vista, è assolutamente necessaria per un film di formazione, tra le migliori pellicole dell'anno.

E così, in attesa del suo Pinocchio, prima incursione di Guillermo nell'animazione, non posso che consigliare a tutti di correre al cinema per questa perla. A me, sicuramente, ha fatto venire voglia di recuperare il film originale.

sabato 29 gennaio 2022

X-MEN, DI BRYAN SINGER

La mutazione è la chiave della nostra evoluzione, ci ha consentito di evolverci da organismi monocellulari a specie dominante sul pianeta. Questo processo è lento e normalmente richiede migliaia e migliaia di anni, ma ogni centinaio di millenni l'evoluzione fa un balzo in avanti.

- Charles Xavier


Bentornati, amici e amiche! È passato un po' di tempo dall'ultimo articolo, e ancora di più da una recensione di un film specifico. Per ritornare in carreggiata, quale modo migliore di trattare un filone di cui non avevo mai trattato prima? Ecco dunque la mia prima recensione di un cinecomic... 

Pur essendo un grande appassionato di fumetti, ho sempre guardato con distacco al genere supereroistico. Per me il più grande ostacolo a quella specie di fonte meravigliosa inesauribile era principalmente la spropositata vastità di scelta: quando si parla di Marvel e DC (e cito solo queste due per semplificarmi la vita) si parla di veri e propri universi compositi, con continuity intricatissime, reboot, what-if, e un labirinto di eroi, antieroi, cattivi, squadre e chi più ne ha più ne metta che metterebbero in difficoltà anche il lettore più navigato cresciuto a Topolino o a Bonelli.

È fondamentalmente per questo motivo che mi sono realmente approcciato al genere molto tardi, verso i vent'anni, ma se adesso posso dire di aver acquisito un minimo di conoscenza riguardo il mondo delle calzamaglie e delle tutine attillate lo devo principalmente a Bryan Singer e alla sua saga dedicata agli X-Men: fu proprio la serie prodotta dalla Fox fin dal 2000 a farmi appassionare ai fumetti dai quali fu tratta, e di questo non sarò mai abbastanza grato, perché il mitico fumetto creato nel lontano 1963 da Stan Lee e Jack Kirby, tra i più venduti e acclamati di sempre, è a mani basse il mio preferito in ambito supereroistico. L'elemento principale che personalmente eleva il team di mutanti al di sopra di molti altri nomi illustri, che pure apprezzo, è la forte e onnipresente critica sociale: le imprese di questo eterogeneo gruppo, a malapena considerabile eroico nel vero senso del termine, sono sempre state caratterizzate da un sostrato di tematiche molto serie e, purtroppo, estremamente attuali, quali la discriminazione e la paura dell'uomo nei confronti dell'ignoto, spingendosi perfino a toccare xenofobia, pulizia etnica e segregazione.

Semplicemente, si tratta di uno degli esempi più interessanti e politicizzati (del resto Stan Lee non ha mai nascosto le sue idee progressiste) del mondo dei comics statunitensi, che rischiava facilmente di risultare banalizzato e impoverito da una trasposizione cinematografica, in un periodo in cui il filone dei cinecomic era ancora da definire. Ma fortunatamente le scelte della Fox, nella figura della produttrice Lauren Shuler Donner, nel trattare il progetto si rivelarono azzeccate: innanzitutto la Donner, guarda caso moglie di quel Richard Donner che lanciò il concetto di cinecomic con il leggendario Superman del 1978, affidò il progetto a Bryan Singer, reduce da thriller acclamati dalla critica come I soliti sospetti, che venne scelto dopo il rifiuto di nomi del calibro di Kathryn Bygelow e Robert Rodriguez. Mossa intelligente anche perché, oltre ad essere dotato di un'ottima tecnica, Singer è notoriamente bisessuale, e dunque ideale per trattare un tema delicato come quello della discriminazione. Non a caso, il regista volle fortemente Sir Ian McKellen, attore inglese d'estrazione teatrale e grande attivista per i diritti della comunità LGBT, consacrato come idolo del mondo nerd grazie a questo film e alla sua interpretazione di Gandalf nel Signore degli Anelli di Peter Jackson.

Bryan Singer

Potranno sembrare elementi di poco conto, ma non lo sono se consideriamo che il primo film, uscito nel 2000, riesce nel difficile compito di esprimere appieno le due facce di qualcosa di ipercommerciale ma spesso anche profondo come X-Men: l'azione spensierata da fumetto, con eroi dotati di poteri straordinari che salvano il mondo, e la drammaticità del sentirsi temuti e odiati da tutti esclusivamente in quanto diversi. La sequenza d'apertura è l'ultima che ci si aspetterebbe da un film come questo: in un gruppo di ebrei appena deportati ad Auschwitz un bambino, mentre viene separato dalla madre, manifesta per la prima volta il potere di controllare il magnetismo. Quel bambino è Erik Leshnerr, alias Magneto. Un Magneto che nella scena subito dopo, adulto, si confronta con l'ex amico Charles Xavier, anch'egli un mutante, e già in questi primi minuti l'ottima sceneggiatura fa immediatamente comprendere come il vero scontro di quello che dovrebbe essere un film di supereroi non starà tanto nell'azione, quanto negli ideali: Xavier e Magneto sono due facce della stessa medaglia, due risultati dello stesso trattamento, ma diametralmente opposti nel loro modo di reagire a un mondo che, come recita il prologo del fumetto, “li odia e li teme”. Anche un poco informato spettatore medio potrebbe intuire che dietro l'ideale di convivenza pacifica tra uomini e mutanti di Xavier e la crociata suprematista di Magneto si nascondano nient'altro che le dottrine sociopolitiche rispettivamente di Martin Luther King e Malcolm X. Probabilmente, alla luce delle parole d'odio messe in bocca al senatore Robert Kelly, non troppo dissimili da quelle che sentiamo ogni giorno nel nostro mondo, intuirebbe anche che il piano malvagio di Magneto di iniettare il gene X alla maggior parte dei leader mondiali, i cui corpi non sopravviverebbero alla mutazione, non è niente in confronto a quello di cui gli esseri umani si macchiano quotidianamente, arrivando persino a varare una legge di registrazione per “tenere sotto controllo” i mutanti, ormai sempre più presenti e dunque visti come una minaccia.

Hugh Jackman nei panni di Wolverine
Ma non temete, questo film non è solo retorica e ideologie: è anche un concentrato di personaggi memorabili, frasi a effetto e combattimenti che la regia di Singer gestisce alla perfezione, coadiuvata da un buon montaggio e da una fotografia che sa quando essere fredda e quando calda. Notevole ad esempio una scena di grande impatto come quella in cui la giovane Anna-Marie, ovvero “Rogue” (Anna Paquin), sviluppa per la prima volta i suoi poteri mutanti, dove le luci naturali che filtrano dalle finestre donano alla scena le giuste dosi di tenerezza e inquietudine.


Ma visto che ho nominato i personaggi, perché non parlare della rappresentazione ai limiti della perfezione che hanno ricevuto nel passaggio tra carta e celluloide? E come non iniziare da Wolverine, che sembra tirato letteralmente fuori dal fumetto grazie a un Hugh Jackman esteticamente perfetto, lanciato con questo ruolo dopo aver scartato nomi illustri come Russell Crowe, Glenn Danzig (sì, QUEL Glenn Danzig) e John C. McGinley (se vi chiedevate perché il dottor Cox di Scrubs odiasse Hugh Jackman, ecco spiegato il motivo). Nella fantastica scena del bar non assistiamo solo all'incontro tra i due personaggi principali, ma a un eroe d'infanzia che prende vita dinanzi a noi, destinato a diventare talmente iconico da sopravvivere sullo schermo per quasi vent'anni. Ma anche gli altri non sono certo da meno: ho già citato McKellen, ma non sfigurano un grandioso Patrick Stewart nel ruolo di Xavier o una splendida Halle Berry nel ruolo di Tempesta, la cui bravura è sufficiente a mettere in ombra altri interpreti non esattamente all'altezza. Già, quando ho menzionato la scena con Rogue non ho specificato quanto la recitazione della Paquin lasciasse a desiderare... Fortunatamente si è riscattata ai miei occhi grazie al suo piccolo ma significativo ruolo in The Irishman.

Sono molto ben resi anche i rapporti tra i vari personaggi, in particolare il burrascoso triangolo amoroso tra Logan/Wolverine, Jean Grey (interpretata dall'attrice olandese Famke Janssen) e Scott Summers/Ciclope (James Marsden), prima che i sequel rompessero un po' le uova nel paniere. Meno parliamo di Fenice in X-Men - Conflitto finale meglio è...

Xavier e Magneto nella scena finale del film
Nonostante tutti i pregi, va detto, il film risulta un po' invecchiato per alcune piccole cose, come certi effetti al computer un po' troppo finti o personaggi di contorno come Sabretooth o Toad, leggermente ridicoli a vederli oggi. Piccole ingenuità attribuili al periodo, che a mio parere scompaiono di fronte al trucco straordinario sul personaggio di Mystica o agli effetti sul senatore Kelly trasformato in mutante.

L'inaspettato successo ottenuto da questo film al botteghino porterà a un florilegio di sequel, prequel e spin-off, che definire altalenante risulterebbe quanto mai eufemistico. Non mi dilungherò molto a riguardo, mi limiterò a dire che capitoli come il successivo X-Men 2, uscito tre anni dopo, e il sequel/reboot/prequel Giorni di un futuro passato, tratto da una delle saghe fumettistiche più belle della storia Marvel, giustificano pienamente l'esistenza di questa saga, tanto epica quanto disordinata come i fumetti a cui si ispira.

Tirando le somme, a questo film va riconosciuta una certa importanza nell'ambito del cinema blockbuster, perché considerato da molti, me compreso, il primo vero cinefumetto moderno, anticipatore di esempi illustri come gli splendidi Spider-Man di Sam Raimi e di molti altri decisamente meno ispirati, ma che, nel bene e nel male, hanno contribuito a settare i canoni di una moda che col tempo avrebbe sempre più affinato se stessa, arrivando all'asfittica situazione odierna in cui, purtroppo, i fallimenti sono decisamente più delle vittorie (in senso puramente artistico, si intende). Gli X-Men di Bryan Singer dimostrano come l'intrattenimento può essere di livello anche senza dover spegnere il cervello, e sono sicuramente tra i cinecomic a cui torno più volentieri.


Dati tecnici


Regia: Bryan Singer

Anno: 2000

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: 20th Century Fox, Marvel Entertainment

Fotografia: Newton Thomas Sigel

Musiche: Michael Kamen

lunedì 24 gennaio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: THE TRAGEDY OF MACBETH, DI JOEL COEN


Benvenuti in una nuova rubrica dedicata alla recensioni flash di film appena usciti! Da adesso in poi, per rimpolpare la quantità di post di questo blog e non farlo sembrare un deserto, ho deciso che posterò i miei pareri a caldo su film usciti da poco che ho appena visionato. 

E quale modo migliore di cominciare se non con The Tragedy of Macbeth, l'ultimo film dei Coen? O meglio, di Joel Coen, che per la prima volta lavora senza l'aiuto di suo fratello Ethan, assente anche dal ruolo di produttore.
Si tratta dell'ennesima trasposizione dell'opera immortale di William Shakespeare, ultima di una lunga serie che ha visto gli sforzi di giganti come Roman Polanski, tanto per citarne uno.

Qui, tra set minimali chiaramente (e adeguatamente) di matrice teatrale, formato in 4:3 e un bianco e nero meraviglioso ad opera di Bruno Delbonnel, il rimando è chiaramente alla storica riduzione curata da Orson Welles nel 1948.
Coen omaggia due grandi maestri, uno del teatro e uno del cinema, in maniera impeccabile, con un esercizio di stile che ha tutta la perizia tecnica che fu di Welles e tutto la caratura epico-morale dell'intramontabile capolavoro di Shakespeare, impreziosita poi da interpreti d'eccezione come Denzel Washington e Frances McDormand.

Trovate questa perla su Apple Tv+, anche se consiglio la versione originale: non fraintendetemi, io ADORO Francesco Pannofino, ma trovo che la sua voce non si abbini più tanto al volto di Washington, a causa probabilmente dell'età. Ma hey, allo stesso tempo la McDormand è ancora doppiata da Antonella Giannini, il che è sempre un punto in più. 

Dunque date un'occhiata e fatemi sapere cosa ne pensate del film, oltre che di quest'idea! A presto.


mercoledì 22 dicembre 2021

I 10 MIGLIORI FILM DEL 2021


È il momento. Siamo arrivati inesorabilmente alla fine dell'anno. Spero che in questo 2021, sicuramente migliore dell'anno precedente, abbiate avuto la possibilità di andare al cinema il più spesso possibile, se pur con mascherine, distanziamenti e amenità varie. Io sicuramente non mi sono fatto mettere i bastoni fra le ruote e, tra un litigio con i trasgressori delle regole anti Covid e una discussione con chi teneva il telefono acceso con l'illuminazione al massimo, ho visto senza dubbio molta più roba rispetto all'anno scorso (quando tra l'altro dei pochi film che ero riuscito a vedere in sala me ne saranno piaciuti cinque...).

Comunque, come ogni testata, pagina o blog di cinema che si rispetti, anch'io ho deciso di stilare una lista dei film migliori del 2021, o quantomeno dei film che io ho preferito tra quelli usciti in quest'anno solare. Come d'obbligo, alcune precisazioni per pararmi il culo: se non trovate qualche titolo che secondo voi meriterebbe un posto in questa lista, considerate la possibilità che non mi sia piaciuto quanto a voi o, molto semplicemente, non l'abbia visto. Del resto, se avessi il tempo e il denaro per vedere ogni singola pellicola in sala penso che lo farei, senza contare il fatto che titoli molto attesi come Ultima notte a Soho e Annette nella mia città non sono proprio arrivati...

Per cui, anticipando subito che non troverete l'ultimo Spider-Man, direi di non perdere altro tempo e iniziare. In ordine allegramente sparso, questi sono i film che ho apprezzato di più nel 2021:



Nomadland
di Chloé Zhao


Partiamo con un film uscito nell'anno solare 2020, ma arrivato in Italia solo a fine aprile e non in sala grazie a una fantastica scelta di distribuzione (grazie, Disney). Il film vincitore del Leone d'Oro alla mostra di Venezia è stato uno dei film commerciali più politici dell'anno, e sotto questa luce il fatto che si sia aggiudicato tre premi Oscar, tra cui quello al miglior film, appare forse meno sorprendente di quanto si potrebbe pensare. La pellicola tratta un tema molto serio e socialmente rilevante, ma non lo fa in tono polemico, focalizzandosi più sulle implicazioni esistenziali di una situazione ai limiti del disumano che coinvolge molti, troppi lavoratori. La condanna al capitalismo rimane sullo sfondo di quella che è soprattutto un'opera contemplativa, in cui la collettività è più importante di quella che sarebbe la protagonista (una Frances McDormand meritatamente premiata con il suo terzo Oscar), anche perché l'ottima regia sceglie di esaltare soprattutto le splendide ambientazioni, con campi lunghi e lunghissimi che fanno sembrare i personaggi umani quasi delle formiche in balìa del mondo. Perché in fondo è questo che sono i piccoli dipendenti per le multinazionali: formiche che devono produrre, fino a quando non si fanno più soldi. Dopodiché, li attende la vita fuori dal formicaio, costretti a lottare per sopravvivere.

Tutto ciò, unito a una magnifica colonna sonora del maestro Ludovico Einaudi, riserva a questo film un posto tra i migliori dell'anno, assurdo per me se penso che quest'anno la stessa Zhao sia stata anche dietro la macchina da presa di Eternals, film Marvel talmente anonimo che potrebbe tranquillamente averlo diretto mio cugino.


Rifkin's Festival di Woody Allen


Altro film uscito a fine 2020, ma arrivato in ritardo in Italia a causa della pandemia, è l'ennesimo ottimo film di uno dei più grandi maestri della commedia mondiale, che nonostante l'ormai veneranda età continua a dimostrare una lucidità senza pari. Con Rifkin's Festival Allen si diverte come un ragazzo, ribadendo sì gli stessi temi che propone da oltre 50 anni, ma rappresentandoli con una freschezza e una brillantezza che risulterebbero sorprendenti anche per un giovinastro. Il protagonista Mort Rifkin (Wallace Shawn) si aggiunge alla folta schiera di “cloni” caratteriali dell'autore, vagando (letteralmente) tra incertezze coniugali, blocchi dello scrittore e crisi esistenziali e trovando (forse) la salvezza nella figura di una dottoressa spagnola interpretata dalla bellissima Elena Anaya, che sono molto contento di aver ritrovato dopo averla apprezzata in quel capolavoro di La pelle che abito del monumentale Pedro Almodòvar.
Con un rinfrescante guizzo di creatività, Allen sceglie di dare forma alla psiche dell'insicuro Mort attraverso quello che sia lui che lo stesso regista amano di più: il grande cinema. La regia si fa magnificamente camaleontica nel replicare perfettamente alcune scene dai capolavori di Fellini, Godard, Welles e, ovviamente, Bergman. 
E da fan sfegatato delle opere di Allen non appena ho visto quel finale, tributo al grande maestro svedese e allo stesso tempo autocitazione ad uno dei primi e più grandi capolavori del maestro di New York, non ho potuto non sorridere pensando: “Buon vecchio zio Woody, l'hai fatto ancora”.


A Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli



Primo film italiano della lista, e sono felice di dire che non sarà l'ultimo. Quando si dice nomen omen: Paolo Strippoli e Roberto De Feo (già responsabile dell'ottimo The Nest, a mio parere superiore) ci regalano appunto una classica storia horror, una divertente rilettura di alcuni stilemi del genere filtrate da un'ambientazione geo-culturale tutta italiana. Un film a basso costo che non tradisce assolutamente la sua natura economica, e in cui gli autori si rivelano in grado di citare tanto Shining quanto Midsommar, con un comparto tecnico-visivo assolutamente all'altezza e una buona dose di meta-cinema a farla da padrone. La maggior parte degli attori, poi, se la cava più che bene, a partire dalla bravissima Matilda Lutz, già protagonista di Revenge, e perfino la piccola Alida Baldari Calabria, che sicuramente conoscerete come la Fata Turchina del Pinocchio di Matteo Garrone.

Insomma, un esperimento di genere che mi ha molto divertito, e che pertanto, nonostante le numerose critiche che l'hanno stroncato, reputo meritevole di un posto in questa lista. Mi dispiace solo di non poter includere un altro horror italiano uscito quest'anno, Il mostro della cripta, che purtroppo mi ha convinto solo in parte e che ho trovato maldestro in alcuni punti. Detto ciò, entrambi questi titoli non possono che far bene al nostro cinema, sperando davvero che possano contribuire a una rinascita del genere in questo Paese.


Luca di Enrico Casarosa



Purtroppo, l'unico film d'animazione di quest'anno che mi ha veramente colpito. Pur avendo apprezzato la Disney con il suo Encanto (decisamente meno con Raya e l'ultimo drago), è la Pixar ad averla vinta, con uno dei suoi lavori più spensierati degli ultimi anni. Luca non è né una straordinaria avventura in mondi fantastici, né una profonda esplorazione dell'animo umano, ma semplicemente una deliziosa parentesi estiva, una storia di amicizia e accettazione del diverso narrata attraverso un McGuffin: i due bambini protagonisti, Luca e Alberto, sono dei mostri marini, che cambiano in forma umana sulla terraferma e si ritrasformano a contatto con l'acqua. Il litorale costiero della Liguria, terra natale del regista Enrico Casarosa, e gli anni '60 sono il pittoresco sfondo di questa piccola fiaba moderna, che nasconde un tema molto importante sotto la candida semplicità tipica dell'infanzia.
Personaggi simpaticissimi, ambientazioni suggestive, uno stile visivo unico mai visto prima nei lavori della Pixar e una colonna sonora meravigliosa che va ad includere anche noti brani pop italiani rendono questo film una gioia per gli occhi, le orecchie e il cuore, e Casarosa, al suo primo lungometraggio dopo il poetico corto
La luna, manda un sentito messaggio d'amore per il suo Paese, con uno spirito più vicino a quello di un'opera di Fellini o dello Studio Ghibli che alla convenzione disneyana, tanto che persino il nome del paesino, Portorosso, è a solo una lettera di distanza da Porco Rosso, il capolavoro di Hayao Mityazaki anch'esso ambientato in Italia e anch'esso felliniano nell'animo. Una coincidenza? Mi piace pensare che non sia così.

Dunque, anche se mi mancano ancora alcuni titoli come Belle di Mamoru Hosoda, la Pixar vince anche quest'anno sul fronte animazione.


Dune di Deins Villeneuve



Quest'anno l'aspetto blockbuster si è rivelato piuttosto deludente dal mio punto di vista, con solo due titoli ad entrare tra i miei preferiti dell'anno. In mezzo al solito casino di supereroi, remake Disney e Fast & Furious (aiuto), l'evento dell'anno è stato senza dubbio Dune, prima parte della trasposizione del monumentale ciclo fantascientifico di Frank Herbert. Si tratta di una delle opere più importanti della letteratura di fantascienza, considerata per molto tempo, un po' come Il Signore degli Anelli, praticamente impossibile da portare sullo schermo. Già autori del calibro di David Lynch e Alejandro Jodorowsky hanno tentato l'impresa in passato, il primo riuscendoci in parte (colpa della produzione), il secondo non riuscendoci affatto.
 Il buon Denis Villeneuve, però, non è nuovo ai miracoli di questo tipo, essendo riuscito a tirare fuori un degno sequel di
Blade Runner a 35 anni dall'originale, e con Dune si porta a casa l'ennesimo film della Madonna. Stiamo parlando di un vero e proprio colossal, con effetti speciali allo stato dell'arte, un nutrito cast stellare e milioni e milioni spesi per un film che, a causa della pandemia e dei piani della Warner con HBO Max, rischiava di mancare la sala. Fortunatamente in sala ci è andato, ed ha anche incassato bene. E lasciatemelo dire, da parte di qualcuno che ha amato il libro, Villeneuve ha fatto davvero un lavorone. Il film è una space opera che non solo rende giustizia agli scritti originali (anche se si parla solo della prima parte del libro), ma riesce ad elevare l'epica della narrazione con una messa in scena davvero paurosa: gli effetti non sono sovrabbondanti, bensì sono al servizio dell'opera, il casting è azzeccatissimo, regia, montaggio e fotografia sono roba dell'altro mondo... e poi ci sono le musiche.
Hans Zimmer firma alcune delle sue composizioni migliori, una mole di lavoro tale da coprire ben tre album e per la quale il musicista ha rifiutato di lavorare a Tenet, diretto dall'amico Christopher Nolan.

Insomma, pur avendo una natura seriale e nonostante non mi senta di considerarlo al pari di altre opere di Villeneuve, da grande amante della fantascienza “impegnata” non potevo non apprezzare questo incredibile risultato, un film che, come tutte le prove migliori del regista canadese, riesce ad essere d'intrattenimento quanto profondo, senza annoiare mai nonostante le due ore e mezza di durata. Non vedo l'ora di vedere la parte 2 che uscirà nel 2023.


The Suicide Squad di James Gunn



Secondo e ultimo blockbuster, in assoluto il film che mi ha più divertito quest'anno. Solo uno come James Gunn poteva resuscitare dalle ceneri qualcosa di abominevole come il Suicide Squad del 2016, uno dei peggiori film che abbia visto in vita mia.
La DC (o meglio, la Warner), pur mirando chiaramente agli incassi, fa la scelta più azzeccata affidando all'uomo dietro il successo dei due Guardiani della Galassia la regia di questo sequel/soft reboot: il risultato è un film più violento, più divertente, con migliori effetti, migliori musiche, migliore scrittura, miglior regia, miglior TUTTO.
A differenza di Ayer, Gunn regala uno spettacolo di altissimo livello, girando un grande omaggio al cinema d'exploitation realizzato però con un budget milionario, e il suo stile, che resta intatto, si adatta perfettamente a questi personaggi, a cui finalmente viene resa giustizia e che finalmente risultano simpatici (Harley Quinn in primis), a tratti addirittura drammatici.
Lo scontro finale con un alieno stella marina di dodici piani parla chiaro: potrai togliere un regista alla Troma, ma non toglierai mai la Troma a un regista. Meravigliosamente trash.


The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun di Wes Anderson



Ritorniamo al cinema d'autore, con uno dei miei registi preferiti in assoluto. Wes Anderson, a mio parere, non ne sbaglia una, e la sua ultima fatica, presentata a Cannes, non fa eccezione. Questo sublime omaggio al mondo del giornalismo è un tipico film di Wes Anderson, frase questa che si presta a diverse interpretazioni, a seconda della sensibilità di ognuno: per alcuni si tratta di un'opera manieristica di un autore ormai intrappolato nei suoi stessi cliché, per altri, me compreso, il tipico film di Wes Anderson vuole dire gioia visiva, un tripudio di colore (quando il colore c'è), inventiva, sperimentazione tecnica e tematiche alte passate attraverso un velo di bizzarria e apparente ingenuità.
Per quanto mi riguarda, non ci troviamo davanti a uno dei migliori film del regista texano, ma si tratta comunque dell'ennesima dimostrazione della perizia e della poesia che quest'uomo riesce sempre a sprigionare, magari anche a costo di ripetersi o disorientare. 

Pur non essendo certo un I Tenenbaum o un Grand Budapest Hotel, The French Dispatch è la tipica esperienza che regala il tipico film di Wes Anderson, e per quanto mi riguarda ciò è più che sufficiente per qualificarsi come uno dei migliori dell'anno.


È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino



Restando fra i grandi autori ma tornando in Italia, non potevo non includere È stata la mano di Dio, senza dubbio il film più personale di uno degli artisti più acclamati del nostro Paese.

Sorrentino gira un po' il suo Amarcord offrendo uno spaccato della Napoli anni '80 dal punto di vista di una famiglia come tante, che trova nell'arrivo di Maradona in città una speranza. Sebbene non manchino i classici momenti in cui ogni inquadratura sembra urlare “sono il nuovo Fellini!”, il regista riesce comunque a rimanere sobrio quando serve, descrivendo con veridicità e un tocco di poesia una realtà che conosce molto bene. 
Servillo è grandioso come sempre e il giovane Filippo Scotti si è decisamente guadagnato il premio Mastroianni come miglior attore emergente alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Ma anche gli altri interpreti non sono da meno, in particolare una Luisa Ranieri che ha praticamente “David di Donatello alla miglior attrice non protagonista” stampato in fronte.

Pur non entrando nella top 5 dei suoi film, È stata la mano di Dio è il migliore di Sorrentino da dieci anni a questa parte, ed è un vero peccato che si sia potuto godere la sala per solo un mese prima di finire relegato su Netflix.


The Last Duel di Ridley Scott



Senza dubbio il film più sottovalutato di questa lista, considerando che si è rivelato un enorme fallimento al box-office e non se ne sente parlare in giro quanto si meriterebbe.
Per quanto mi riguarda, se le catastrofiche recensioni di House of Gucci dovessero rivelarsi fondate non sarebbe una tragedia, considerando che per quest'anno Ridley Scott ha dimostrato di essere in piena forma con The Last Duel: con il pretesto di raccontare l'avvenimento storico dell'ultimo “duello di Dio”, avvenuto nel 1386, la splendida sceneggiatura di Matt Damon e Ben Affleck (!) fa un illuminante discorso sul concetto di stupro e consenso, ponendo al centro di tutto la figura di una donna vittima (o almeno così pare) della violenza di un mondo patriarcale che vedeva il sesso femminile come un bene da usare ed esporre piuttosto che come un essere umano con una dignità. Un mondo che mi piacerebbe pensare sia molto cambiato in 600 anni, se non fosse che i discorsi al limite del delirante che sentiamo uscire dalla bocca dei personaggi di Matt Damon e Adam Driver suonano spaventosamente simili ad alcuni che ho sentito realmente con le mie orecchie. È un film crudo, girato da Scott con una maestria innegabile e che, tralasciando un Ben Affleck totalmente fuori parte, vanta interpretazioni di altissimo livello, in particolare quella di Jodie Comer, che detto francamente è materiale da Oscar.

Troppo passato in sordina, ma del resto non c'è da stupirsi, considerando che è disponibile su Disney+ già a due mesi dell'uscita nelle sale...



Diabolik
dei Manetti bros.


Prima parlavamo di un possibile ritorno del genere in Italia, e un altro film che mi fa ben sperare è l'ultima fatica dei Manetti, uscito da una settimana e che, non ve lo ripeterò mai abbastanza, dovete andare a vedere, perché una roba del genere NON DEVE fare flop.

Diabolik è un cinefumetto riuscito praticamente in tutto, un esercizio di stile pop e divertente con il quale i registi riescono a rendere giustizia a uno dei fumetti più amati della storia del nostro Paese, oltre che a citare addirittura il grande Mario Bava con scelte di regia e fotografia veramente grandiose a tratti figlie del film cult del 1968. Dalla sceneggiatura giocosa ai personaggi, dalle interpretazioni (Miriam Leone a parte) all'aspetto tecnico, tutto funziona alla stragrande nel replicare lo stile e l'atmosfera degli anni '60, periodo in cui il rivoluzionario fumetto delle sorelle Giussani iniziò la pubblicazione. L'unica pecca è forse il finale, non a livello narrativo ma per la messa in scena da pubblicità del profumo, sembrava che dovesse partire Parlami d'amore, Mariù da un momento all'altro.

Per il resto, è un film sostanzialmente perfetto per ciò che vuole essere: un film d'intrattenimento, realizzato con tutti i crismi e che mi ha pure fatto venire voglia di rispolverare la mia collezione di fumetti di Diabolik.

Una scommessa assolutamente riuscita, che spero vivamente risulti vincente anche dal punto di vista economico.


Dunque, questi sono i film che mi hanno più colpito in questo 2021 ormai quasi finito.
Cosa ne pensate? Quali sono i film che avete preferito quest'anno? Fatemelo sapere con un commento.
Io vi ringrazio per aver letto e vi auguro di passare un felice Natale e un anno nuovo di gran lunga migliore di quello appena trascorso. Ciao!