sabato 29 gennaio 2022

X-MEN, DI BRYAN SINGER

La mutazione è la chiave della nostra evoluzione, ci ha consentito di evolverci da organismi monocellulari a specie dominante sul pianeta. Questo processo è lento e normalmente richiede migliaia e migliaia di anni, ma ogni centinaio di millenni l'evoluzione fa un balzo in avanti.

- Charles Xavier


Bentornati, amici e amiche! È passato un po' di tempo dall'ultimo articolo, e ancora di più da una recensione di un film specifico. Per ritornare in carreggiata, quale modo migliore di trattare un filone di cui non avevo mai trattato prima? Ecco dunque la mia prima recensione di un cinecomic... 

Pur essendo un grande appassionato di fumetti, ho sempre guardato con distacco al genere supereroistico. Per me il più grande ostacolo a quella specie di fonte meravigliosa inesauribile era principalmente la spropositata vastità di scelta: quando si parla di Marvel e DC (e cito solo queste due per semplificarmi la vita) si parla di veri e propri universi compositi, con continuity intricatissime, reboot, what-if, e un labirinto di eroi, antieroi, cattivi, squadre e chi più ne ha più ne metta che metterebbero in difficoltà anche il lettore più navigato cresciuto a Topolino o a Bonelli.

È fondamentalmente per questo motivo che mi sono realmente approcciato al genere molto tardi, verso i vent'anni, ma se adesso posso dire di aver acquisito un minimo di conoscenza riguardo il mondo delle calzamaglie e delle tutine attillate lo devo principalmente a Bryan Singer e alla sua saga dedicata agli X-Men: fu proprio la serie prodotta dalla Fox fin dal 2000 a farmi appassionare ai fumetti dai quali fu tratta, e di questo non sarò mai abbastanza grato, perché il mitico fumetto creato nel lontano 1963 da Stan Lee e Jack Kirby, tra i più venduti e acclamati di sempre, è a mani basse il mio preferito in ambito supereroistico. L'elemento principale che personalmente eleva il team di mutanti al di sopra di molti altri nomi illustri, che pure apprezzo, è la forte e onnipresente critica sociale: le imprese di questo eterogeneo gruppo, a malapena considerabile eroico nel vero senso del termine, sono sempre state caratterizzate da un sostrato di tematiche molto serie e, purtroppo, estremamente attuali, quali la discriminazione e la paura dell'uomo nei confronti dell'ignoto, spingendosi perfino a toccare xenofobia, pulizia etnica e segregazione.

Semplicemente, si tratta di uno degli esempi più interessanti e politicizzati (del resto Stan Lee non ha mai nascosto le sue idee progressiste) del mondo dei comics statunitensi, che rischiava facilmente di risultare banalizzato e impoverito da una trasposizione cinematografica, in un periodo in cui il filone dei cinecomic era ancora da definire. Ma fortunatamente le scelte della Fox, nella figura della produttrice Lauren Shuler Donner, nel trattare il progetto si rivelarono azzeccate: innanzitutto la Donner, guarda caso moglie di quel Richard Donner che lanciò il concetto di cinecomic con il leggendario Superman del 1978, affidò il progetto a Bryan Singer, reduce da thriller acclamati dalla critica come I soliti sospetti, che venne scelto dopo il rifiuto di nomi del calibro di Kathryn Bygelow e Robert Rodriguez. Mossa intelligente anche perché, oltre ad essere dotato di un'ottima tecnica, Singer è notoriamente bisessuale, e dunque ideale per trattare un tema delicato come quello della discriminazione. Non a caso, il regista volle fortemente Sir Ian McKellen, attore inglese d'estrazione teatrale e grande attivista per i diritti della comunità LGBT, consacrato come idolo del mondo nerd grazie a questo film e alla sua interpretazione di Gandalf nel Signore degli Anelli di Peter Jackson.

Bryan Singer

Potranno sembrare elementi di poco conto, ma non lo sono se consideriamo che il primo film, uscito nel 2000, riesce nel difficile compito di esprimere appieno le due facce di qualcosa di ipercommerciale ma spesso anche profondo come X-Men: l'azione spensierata da fumetto, con eroi dotati di poteri straordinari che salvano il mondo, e la drammaticità del sentirsi temuti e odiati da tutti esclusivamente in quanto diversi. La sequenza d'apertura è l'ultima che ci si aspetterebbe da un film come questo: in un gruppo di ebrei appena deportati ad Auschwitz un bambino, mentre viene separato dalla madre, manifesta per la prima volta il potere di controllare il magnetismo. Quel bambino è Erik Leshnerr, alias Magneto. Un Magneto che nella scena subito dopo, adulto, si confronta con l'ex amico Charles Xavier, anch'egli un mutante, e già in questi primi minuti l'ottima sceneggiatura fa immediatamente comprendere come il vero scontro di quello che dovrebbe essere un film di supereroi non starà tanto nell'azione, quanto negli ideali: Xavier e Magneto sono due facce della stessa medaglia, due risultati dello stesso trattamento, ma diametralmente opposti nel loro modo di reagire a un mondo che, come recita il prologo del fumetto, “li odia e li teme”. Anche un poco informato spettatore medio potrebbe intuire che dietro l'ideale di convivenza pacifica tra uomini e mutanti di Xavier e la crociata suprematista di Magneto si nascondano nient'altro che le dottrine sociopolitiche rispettivamente di Martin Luther King e Malcolm X. Probabilmente, alla luce delle parole d'odio messe in bocca al senatore Robert Kelly, non troppo dissimili da quelle che sentiamo ogni giorno nel nostro mondo, intuirebbe anche che il piano malvagio di Magneto di iniettare il gene X alla maggior parte dei leader mondiali, i cui corpi non sopravviverebbero alla mutazione, non è niente in confronto a quello di cui gli esseri umani si macchiano quotidianamente, arrivando persino a varare una legge di registrazione per “tenere sotto controllo” i mutanti, ormai sempre più presenti e dunque visti come una minaccia.

Hugh Jackman nei panni di Wolverine
Ma non temete, questo film non è solo retorica e ideologie: è anche un concentrato di personaggi memorabili, frasi a effetto e combattimenti che la regia di Singer gestisce alla perfezione, coadiuvata da un buon montaggio e da una fotografia che sa quando essere fredda e quando calda. Notevole ad esempio una scena di grande impatto come quella in cui la giovane Anna-Marie, ovvero “Rogue” (Anna Paquin), sviluppa per la prima volta i suoi poteri mutanti, dove le luci naturali che filtrano dalle finestre donano alla scena le giuste dosi di tenerezza e inquietudine.


Ma visto che ho nominato i personaggi, perché non parlare della rappresentazione ai limiti della perfezione che hanno ricevuto nel passaggio tra carta e celluloide? E come non iniziare da Wolverine, che sembra tirato letteralmente fuori dal fumetto grazie a un Hugh Jackman esteticamente perfetto, lanciato con questo ruolo dopo aver scartato nomi illustri come Russell Crowe, Glenn Danzig (sì, QUEL Glenn Danzig) e John C. McGinley (se vi chiedevate perché il dottor Cox di Scrubs odiasse Hugh Jackman, ecco spiegato il motivo). Nella fantastica scena del bar non assistiamo solo all'incontro tra i due personaggi principali, ma a un eroe d'infanzia che prende vita dinanzi a noi, destinato a diventare talmente iconico da sopravvivere sullo schermo per quasi vent'anni. Ma anche gli altri non sono certo da meno: ho già citato McKellen, ma non sfigurano un grandioso Patrick Stewart nel ruolo di Xavier o una splendida Halle Berry nel ruolo di Tempesta, la cui bravura è sufficiente a mettere in ombra altri interpreti non esattamente all'altezza. Già, quando ho menzionato la scena con Rogue non ho specificato quanto la recitazione della Paquin lasciasse a desiderare... Fortunatamente si è riscattata ai miei occhi grazie al suo piccolo ma significativo ruolo in The Irishman.

Sono molto ben resi anche i rapporti tra i vari personaggi, in particolare il burrascoso triangolo amoroso tra Logan/Wolverine, Jean Grey (interpretata dall'attrice olandese Famke Janssen) e Scott Summers/Ciclope (James Marsden), prima che i sequel rompessero un po' le uova nel paniere. Meno parliamo di Fenice in X-Men - Conflitto finale meglio è...

Xavier e Magneto nella scena finale del film
Nonostante tutti i pregi, va detto, il film risulta un po' invecchiato per alcune piccole cose, come certi effetti al computer un po' troppo finti o personaggi di contorno come Sabretooth o Toad, leggermente ridicoli a vederli oggi. Piccole ingenuità attribuili al periodo, che a mio parere scompaiono di fronte al trucco straordinario sul personaggio di Mystica o agli effetti sul senatore Kelly trasformato in mutante.

L'inaspettato successo ottenuto da questo film al botteghino porterà a un florilegio di sequel, prequel e spin-off, che definire altalenante risulterebbe quanto mai eufemistico. Non mi dilungherò molto a riguardo, mi limiterò a dire che capitoli come il successivo X-Men 2, uscito tre anni dopo, e il sequel/reboot/prequel Giorni di un futuro passato, tratto da una delle saghe fumettistiche più belle della storia Marvel, giustificano pienamente l'esistenza di questa saga, tanto epica quanto disordinata come i fumetti a cui si ispira.

Tirando le somme, a questo film va riconosciuta una certa importanza nell'ambito del cinema blockbuster, perché considerato da molti, me compreso, il primo vero cinefumetto moderno, anticipatore di esempi illustri come gli splendidi Spider-Man di Sam Raimi e di molti altri decisamente meno ispirati, ma che, nel bene e nel male, hanno contribuito a settare i canoni di una moda che col tempo avrebbe sempre più affinato se stessa, arrivando all'asfittica situazione odierna in cui, purtroppo, i fallimenti sono decisamente più delle vittorie (in senso puramente artistico, si intende). Gli X-Men di Bryan Singer dimostrano come l'intrattenimento può essere di livello anche senza dover spegnere il cervello, e sono sicuramente tra i cinecomic a cui torno più volentieri.


Dati tecnici


Regia: Bryan Singer

Anno: 2000

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: 20th Century Fox, Marvel Entertainment

Fotografia: Newton Thomas Sigel

Musiche: Michael Kamen

lunedì 24 gennaio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: THE TRAGEDY OF MACBETH, DI JOEL COEN


Benvenuti in una nuova rubrica dedicata alla recensioni flash di film appena usciti! Da adesso in poi, per rimpolpare la quantità di post di questo blog e non farlo sembrare un deserto, ho deciso che posterò i miei pareri a caldo su film usciti da poco che ho appena visionato. 

E quale modo migliore di cominciare se non con The Tragedy of Macbeth, l'ultimo film dei Coen? O meglio, di Joel Coen, che per la prima volta lavora senza l'aiuto di suo fratello Ethan, assente anche dal ruolo di produttore.
Si tratta dell'ennesima trasposizione dell'opera immortale di William Shakespeare, ultima di una lunga serie che ha visto gli sforzi di giganti come Roman Polanski, tanto per citarne uno.

Qui, tra set minimali chiaramente (e adeguatamente) di matrice teatrale, formato in 4:3 e un bianco e nero meraviglioso ad opera di Bruno Delbonnel, il rimando è chiaramente alla storica riduzione curata da Orson Welles nel 1948.
Coen omaggia due grandi maestri, uno del teatro e uno del cinema, in maniera impeccabile, con un esercizio di stile che ha tutta la perizia tecnica che fu di Welles e tutto la caratura epico-morale dell'intramontabile capolavoro di Shakespeare, impreziosita poi da interpreti d'eccezione come Denzel Washington e Frances McDormand.

Trovate questa perla su Apple Tv+, anche se consiglio la versione originale: non fraintendetemi, io ADORO Francesco Pannofino, ma trovo che la sua voce non si abbini più tanto al volto di Washington, a causa probabilmente dell'età. Ma hey, allo stesso tempo la McDormand è ancora doppiata da Antonella Giannini, il che è sempre un punto in più. 

Dunque date un'occhiata e fatemi sapere cosa ne pensate del film, oltre che di quest'idea! A presto.


mercoledì 22 dicembre 2021

I 10 MIGLIORI FILM DEL 2021


È il momento. Siamo arrivati inesorabilmente alla fine dell'anno. Spero che in questo 2021, sicuramente migliore dell'anno precedente, abbiate avuto la possibilità di andare al cinema il più spesso possibile, se pur con mascherine, distanziamenti e amenità varie. Io sicuramente non mi sono fatto mettere i bastoni fra le ruote e, tra un litigio con i trasgressori delle regole anti Covid e una discussione con chi teneva il telefono acceso con l'illuminazione al massimo, ho visto senza dubbio molta più roba rispetto all'anno scorso (quando tra l'altro dei pochi film che ero riuscito a vedere in sala me ne saranno piaciuti cinque...).

Comunque, come ogni testata, pagina o blog di cinema che si rispetti, anch'io ho deciso di stilare una lista dei film migliori del 2021, o quantomeno dei film che io ho preferito tra quelli usciti in quest'anno solare. Come d'obbligo, alcune precisazioni per pararmi il culo: se non trovate qualche titolo che secondo voi meriterebbe un posto in questa lista, considerate la possibilità che non mi sia piaciuto quanto a voi o, molto semplicemente, non l'abbia visto. Del resto, se avessi il tempo e il denaro per vedere ogni singola pellicola in sala penso che lo farei, senza contare il fatto che titoli molto attesi come Ultima notte a Soho e Annette nella mia città non sono proprio arrivati...

Per cui, anticipando subito che non troverete l'ultimo Spider-Man, direi di non perdere altro tempo e iniziare. In ordine allegramente sparso, questi sono i film che ho apprezzato di più nel 2021:



Nomadland
di Chloé Zhao


Partiamo con un film uscito nell'anno solare 2020, ma arrivato in Italia solo a fine aprile e non in sala grazie a una fantastica scelta di distribuzione (grazie, Disney). Il film vincitore del Leone d'Oro alla mostra di Venezia è stato uno dei film commerciali più politici dell'anno, e sotto questa luce il fatto che si sia aggiudicato tre premi Oscar, tra cui quello al miglior film, appare forse meno sorprendente di quanto si potrebbe pensare. La pellicola tratta un tema molto serio e socialmente rilevante, ma non lo fa in tono polemico, focalizzandosi più sulle implicazioni esistenziali di una situazione ai limiti del disumano che coinvolge molti, troppi lavoratori. La condanna al capitalismo rimane sullo sfondo di quella che è soprattutto un'opera contemplativa, in cui la collettività è più importante di quella che sarebbe la protagonista (una Frances McDormand meritatamente premiata con il suo terzo Oscar), anche perché l'ottima regia sceglie di esaltare soprattutto le splendide ambientazioni, con campi lunghi e lunghissimi che fanno sembrare i personaggi umani quasi delle formiche in balìa del mondo. Perché in fondo è questo che sono i piccoli dipendenti per le multinazionali: formiche che devono produrre, fino a quando non si fanno più soldi. Dopodiché, li attende la vita fuori dal formicaio, costretti a lottare per sopravvivere.

Tutto ciò, unito a una magnifica colonna sonora del maestro Ludovico Einaudi, riserva a questo film un posto tra i migliori dell'anno, assurdo per me se penso che quest'anno la stessa Zhao sia stata anche dietro la macchina da presa di Eternals, film Marvel talmente anonimo che potrebbe tranquillamente averlo diretto mio cugino.


Rifkin's Festival di Woody Allen


Altro film uscito a fine 2020, ma arrivato in ritardo in Italia a causa della pandemia, è l'ennesimo ottimo film di uno dei più grandi maestri della commedia mondiale, che nonostante l'ormai veneranda età continua a dimostrare una lucidità senza pari. Con Rifkin's Festival Allen si diverte come un ragazzo, ribadendo sì gli stessi temi che propone da oltre 50 anni, ma rappresentandoli con una freschezza e una brillantezza che risulterebbero sorprendenti anche per un giovinastro. Il protagonista Mort Rifkin (Wallace Shawn) si aggiunge alla folta schiera di “cloni” caratteriali dell'autore, vagando (letteralmente) tra incertezze coniugali, blocchi dello scrittore e crisi esistenziali e trovando (forse) la salvezza nella figura di una dottoressa spagnola interpretata dalla bellissima Elena Anaya, che sono molto contento di aver ritrovato dopo averla apprezzata in quel capolavoro di La pelle che abito del monumentale Pedro Almodòvar.
Con un rinfrescante guizzo di creatività, Allen sceglie di dare forma alla psiche dell'insicuro Mort attraverso quello che sia lui che lo stesso regista amano di più: il grande cinema. La regia si fa magnificamente camaleontica nel replicare perfettamente alcune scene dai capolavori di Fellini, Godard, Welles e, ovviamente, Bergman. 
E da fan sfegatato delle opere di Allen non appena ho visto quel finale, tributo al grande maestro svedese e allo stesso tempo autocitazione ad uno dei primi e più grandi capolavori del maestro di New York, non ho potuto non sorridere pensando: “Buon vecchio zio Woody, l'hai fatto ancora”.


A Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli



Primo film italiano della lista, e sono felice di dire che non sarà l'ultimo. Quando si dice nomen omen: Paolo Strippoli e Roberto De Feo (già responsabile dell'ottimo The Nest, a mio parere superiore) ci regalano appunto una classica storia horror, una divertente rilettura di alcuni stilemi del genere filtrate da un'ambientazione geo-culturale tutta italiana. Un film a basso costo che non tradisce assolutamente la sua natura economica, e in cui gli autori si rivelano in grado di citare tanto Shining quanto Midsommar, con un comparto tecnico-visivo assolutamente all'altezza e una buona dose di meta-cinema a farla da padrone. La maggior parte degli attori, poi, se la cava più che bene, a partire dalla bravissima Matilda Lutz, già protagonista di Revenge, e perfino la piccola Alida Baldari Calabria, che sicuramente conoscerete come la Fata Turchina del Pinocchio di Matteo Garrone.

Insomma, un esperimento di genere che mi ha molto divertito, e che pertanto, nonostante le numerose critiche che l'hanno stroncato, reputo meritevole di un posto in questa lista. Mi dispiace solo di non poter includere un altro horror italiano uscito quest'anno, Il mostro della cripta, che purtroppo mi ha convinto solo in parte e che ho trovato maldestro in alcuni punti. Detto ciò, entrambi questi titoli non possono che far bene al nostro cinema, sperando davvero che possano contribuire a una rinascita del genere in questo Paese.


Luca di Enrico Casarosa



Purtroppo, l'unico film d'animazione di quest'anno che mi ha veramente colpito. Pur avendo apprezzato la Disney con il suo Encanto (decisamente meno con Raya e l'ultimo drago), è la Pixar ad averla vinta, con uno dei suoi lavori più spensierati degli ultimi anni. Luca non è né una straordinaria avventura in mondi fantastici, né una profonda esplorazione dell'animo umano, ma semplicemente una deliziosa parentesi estiva, una storia di amicizia e accettazione del diverso narrata attraverso un McGuffin: i due bambini protagonisti, Luca e Alberto, sono dei mostri marini, che cambiano in forma umana sulla terraferma e si ritrasformano a contatto con l'acqua. Il litorale costiero della Liguria, terra natale del regista Enrico Casarosa, e gli anni '60 sono il pittoresco sfondo di questa piccola fiaba moderna, che nasconde un tema molto importante sotto la candida semplicità tipica dell'infanzia.
Personaggi simpaticissimi, ambientazioni suggestive, uno stile visivo unico mai visto prima nei lavori della Pixar e una colonna sonora meravigliosa che va ad includere anche noti brani pop italiani rendono questo film una gioia per gli occhi, le orecchie e il cuore, e Casarosa, al suo primo lungometraggio dopo il poetico corto
La luna, manda un sentito messaggio d'amore per il suo Paese, con uno spirito più vicino a quello di un'opera di Fellini o dello Studio Ghibli che alla convenzione disneyana, tanto che persino il nome del paesino, Portorosso, è a solo una lettera di distanza da Porco Rosso, il capolavoro di Hayao Mityazaki anch'esso ambientato in Italia e anch'esso felliniano nell'animo. Una coincidenza? Mi piace pensare che non sia così.

Dunque, anche se mi mancano ancora alcuni titoli come Belle di Mamoru Hosoda, la Pixar vince anche quest'anno sul fronte animazione.


Dune di Deins Villeneuve



Quest'anno l'aspetto blockbuster si è rivelato piuttosto deludente dal mio punto di vista, con solo due titoli ad entrare tra i miei preferiti dell'anno. In mezzo al solito casino di supereroi, remake Disney e Fast & Furious (aiuto), l'evento dell'anno è stato senza dubbio Dune, prima parte della trasposizione del monumentale ciclo fantascientifico di Frank Herbert. Si tratta di una delle opere più importanti della letteratura di fantascienza, considerata per molto tempo, un po' come Il Signore degli Anelli, praticamente impossibile da portare sullo schermo. Già autori del calibro di David Lynch e Alejandro Jodorowsky hanno tentato l'impresa in passato, il primo riuscendoci in parte (colpa della produzione), il secondo non riuscendoci affatto.
 Il buon Denis Villeneuve, però, non è nuovo ai miracoli di questo tipo, essendo riuscito a tirare fuori un degno sequel di
Blade Runner a 35 anni dall'originale, e con Dune si porta a casa l'ennesimo film della Madonna. Stiamo parlando di un vero e proprio colossal, con effetti speciali allo stato dell'arte, un nutrito cast stellare e milioni e milioni spesi per un film che, a causa della pandemia e dei piani della Warner con HBO Max, rischiava di mancare la sala. Fortunatamente in sala ci è andato, ed ha anche incassato bene. E lasciatemelo dire, da parte di qualcuno che ha amato il libro, Villeneuve ha fatto davvero un lavorone. Il film è una space opera che non solo rende giustizia agli scritti originali (anche se si parla solo della prima parte del libro), ma riesce ad elevare l'epica della narrazione con una messa in scena davvero paurosa: gli effetti non sono sovrabbondanti, bensì sono al servizio dell'opera, il casting è azzeccatissimo, regia, montaggio e fotografia sono roba dell'altro mondo... e poi ci sono le musiche.
Hans Zimmer firma alcune delle sue composizioni migliori, una mole di lavoro tale da coprire ben tre album e per la quale il musicista ha rifiutato di lavorare a Tenet, diretto dall'amico Christopher Nolan.

Insomma, pur avendo una natura seriale e nonostante non mi senta di considerarlo al pari di altre opere di Villeneuve, da grande amante della fantascienza “impegnata” non potevo non apprezzare questo incredibile risultato, un film che, come tutte le prove migliori del regista canadese, riesce ad essere d'intrattenimento quanto profondo, senza annoiare mai nonostante le due ore e mezza di durata. Non vedo l'ora di vedere la parte 2 che uscirà nel 2023.


The Suicide Squad di James Gunn



Secondo e ultimo blockbuster, in assoluto il film che mi ha più divertito quest'anno. Solo uno come James Gunn poteva resuscitare dalle ceneri qualcosa di abominevole come il Suicide Squad del 2016, uno dei peggiori film che abbia visto in vita mia.
La DC (o meglio, la Warner), pur mirando chiaramente agli incassi, fa la scelta più azzeccata affidando all'uomo dietro il successo dei due Guardiani della Galassia la regia di questo sequel/soft reboot: il risultato è un film più violento, più divertente, con migliori effetti, migliori musiche, migliore scrittura, miglior regia, miglior TUTTO.
A differenza di Ayer, Gunn regala uno spettacolo di altissimo livello, girando un grande omaggio al cinema d'exploitation realizzato però con un budget milionario, e il suo stile, che resta intatto, si adatta perfettamente a questi personaggi, a cui finalmente viene resa giustizia e che finalmente risultano simpatici (Harley Quinn in primis), a tratti addirittura drammatici.
Lo scontro finale con un alieno stella marina di dodici piani parla chiaro: potrai togliere un regista alla Troma, ma non toglierai mai la Troma a un regista. Meravigliosamente trash.


The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun di Wes Anderson



Ritorniamo al cinema d'autore, con uno dei miei registi preferiti in assoluto. Wes Anderson, a mio parere, non ne sbaglia una, e la sua ultima fatica, presentata a Cannes, non fa eccezione. Questo sublime omaggio al mondo del giornalismo è un tipico film di Wes Anderson, frase questa che si presta a diverse interpretazioni, a seconda della sensibilità di ognuno: per alcuni si tratta di un'opera manieristica di un autore ormai intrappolato nei suoi stessi cliché, per altri, me compreso, il tipico film di Wes Anderson vuole dire gioia visiva, un tripudio di colore (quando il colore c'è), inventiva, sperimentazione tecnica e tematiche alte passate attraverso un velo di bizzarria e apparente ingenuità.
Per quanto mi riguarda, non ci troviamo davanti a uno dei migliori film del regista texano, ma si tratta comunque dell'ennesima dimostrazione della perizia e della poesia che quest'uomo riesce sempre a sprigionare, magari anche a costo di ripetersi o disorientare. 

Pur non essendo certo un I Tenenbaum o un Grand Budapest Hotel, The French Dispatch è la tipica esperienza che regala il tipico film di Wes Anderson, e per quanto mi riguarda ciò è più che sufficiente per qualificarsi come uno dei migliori dell'anno.


È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino



Restando fra i grandi autori ma tornando in Italia, non potevo non includere È stata la mano di Dio, senza dubbio il film più personale di uno degli artisti più acclamati del nostro Paese.

Sorrentino gira un po' il suo Amarcord offrendo uno spaccato della Napoli anni '80 dal punto di vista di una famiglia come tante, che trova nell'arrivo di Maradona in città una speranza. Sebbene non manchino i classici momenti in cui ogni inquadratura sembra urlare “sono il nuovo Fellini!”, il regista riesce comunque a rimanere sobrio quando serve, descrivendo con veridicità e un tocco di poesia una realtà che conosce molto bene. 
Servillo è grandioso come sempre e il giovane Filippo Scotti si è decisamente guadagnato il premio Mastroianni come miglior attore emergente alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Ma anche gli altri interpreti non sono da meno, in particolare una Luisa Ranieri che ha praticamente “David di Donatello alla miglior attrice non protagonista” stampato in fronte.

Pur non entrando nella top 5 dei suoi film, È stata la mano di Dio è il migliore di Sorrentino da dieci anni a questa parte, ed è un vero peccato che si sia potuto godere la sala per solo un mese prima di finire relegato su Netflix.


The Last Duel di Ridley Scott



Senza dubbio il film più sottovalutato di questa lista, considerando che si è rivelato un enorme fallimento al box-office e non se ne sente parlare in giro quanto si meriterebbe.
Per quanto mi riguarda, se le catastrofiche recensioni di House of Gucci dovessero rivelarsi fondate non sarebbe una tragedia, considerando che per quest'anno Ridley Scott ha dimostrato di essere in piena forma con The Last Duel: con il pretesto di raccontare l'avvenimento storico dell'ultimo “duello di Dio”, avvenuto nel 1386, la splendida sceneggiatura di Matt Damon e Ben Affleck (!) fa un illuminante discorso sul concetto di stupro e consenso, ponendo al centro di tutto la figura di una donna vittima (o almeno così pare) della violenza di un mondo patriarcale che vedeva il sesso femminile come un bene da usare ed esporre piuttosto che come un essere umano con una dignità. Un mondo che mi piacerebbe pensare sia molto cambiato in 600 anni, se non fosse che i discorsi al limite del delirante che sentiamo uscire dalla bocca dei personaggi di Matt Damon e Adam Driver suonano spaventosamente simili ad alcuni che ho sentito realmente con le mie orecchie. È un film crudo, girato da Scott con una maestria innegabile e che, tralasciando un Ben Affleck totalmente fuori parte, vanta interpretazioni di altissimo livello, in particolare quella di Jodie Comer, che detto francamente è materiale da Oscar.

Troppo passato in sordina, ma del resto non c'è da stupirsi, considerando che è disponibile su Disney+ già a due mesi dell'uscita nelle sale...



Diabolik
dei Manetti bros.


Prima parlavamo di un possibile ritorno del genere in Italia, e un altro film che mi fa ben sperare è l'ultima fatica dei Manetti, uscito da una settimana e che, non ve lo ripeterò mai abbastanza, dovete andare a vedere, perché una roba del genere NON DEVE fare flop.

Diabolik è un cinefumetto riuscito praticamente in tutto, un esercizio di stile pop e divertente con il quale i registi riescono a rendere giustizia a uno dei fumetti più amati della storia del nostro Paese, oltre che a citare addirittura il grande Mario Bava con scelte di regia e fotografia veramente grandiose a tratti figlie del film cult del 1968. Dalla sceneggiatura giocosa ai personaggi, dalle interpretazioni (Miriam Leone a parte) all'aspetto tecnico, tutto funziona alla stragrande nel replicare lo stile e l'atmosfera degli anni '60, periodo in cui il rivoluzionario fumetto delle sorelle Giussani iniziò la pubblicazione. L'unica pecca è forse il finale, non a livello narrativo ma per la messa in scena da pubblicità del profumo, sembrava che dovesse partire Parlami d'amore, Mariù da un momento all'altro.

Per il resto, è un film sostanzialmente perfetto per ciò che vuole essere: un film d'intrattenimento, realizzato con tutti i crismi e che mi ha pure fatto venire voglia di rispolverare la mia collezione di fumetti di Diabolik.

Una scommessa assolutamente riuscita, che spero vivamente risulti vincente anche dal punto di vista economico.


Dunque, questi sono i film che mi hanno più colpito in questo 2021 ormai quasi finito.
Cosa ne pensate? Quali sono i film che avete preferito quest'anno? Fatemelo sapere con un commento.
Io vi ringrazio per aver letto e vi auguro di passare un felice Natale e un anno nuovo di gran lunga migliore di quello appena trascorso. Ciao!

venerdì 3 dicembre 2021

DIETRO IL FUMETTO: CHI ERA JERRY SIEGEL

In un periodo come questo in cui al cinema troviamo più cinecomic che poltrone è impossibile immaginare che ci sia qualcuno che non abbia anche solo un minimo di familiarità col mondo dei supereroi. Che sia per i centomila film del Marvel Cinematic Universe o per i cartoni animati che ci accompagnavano da bambini, tutti abbiamo anche solo un'idea di cosa sia un supereroe.

È forse un po' più lecito chiedersi in quanti tra queste folle oceaniche di spettatori abbiano anche solo una vaga idea da dove venga tutta questa sovrabbondanza di superpoteri, costumi, scontri e nemici da sconfiggere. Tutti sanno benissimo chi siano Bruce Wayne, Peter Parker o Tony Stark, ma probabilmente un altro nome, quello di Jerry Siegel, risulterà sconosciuto ai più.

Certo, l'autore sarà sempre destinato ad essere oscurato dalla popolarità delle sue opere, eppure se pensiamo a un personaggio come Stan Lee, fondatore della Marvel Comics, la sua fama e iconicità come demiurgo del fumetto sono ben consolidate nell'immaginario di tutti anche dopo la sua morte.

Ma prima di Stan Lee e della Marvel, Jerry Siegel, giovane americano figlio di immigrati
ebrei della Lituania in fuga dall'antisemitismo, diede inizio, insieme all'amico disegnatore Joe Shuster, all'intero genere supe
reroistico: nel 1933, i due amici uniti dall'amore per la fantascienza crearono il personaggio di Superman per un racconto in testo e illustrazioni autopubblicato in una delle prime fanzine della storia. Da lì la strada fu tutt'altro che in discesa, e nei successivi cinque anni i due tentarono invano di vendere la loro idea al King Features Syndicate, l'ente che si occupava di distribuire le strisce a fumetti sui quotidiani. Perché, fin dagli albori del fumetto, erano i quotidiani il maggior veicolo di diffusione del fumetto, con innumerevoli titoli a volte dalla natura autoconclusiva, ma più spesso promulgatori di lunghe epopee che si sviluppavano per mesi e mesi, al ritmo di una striscia al giorno o di una tavola a settimana: il Braccio di Ferro di Elzie C. Segar, il Flash Gordon di Alex Raymond e il Dick Tracy di Chester Gould sono solo gli esempi più famosi di un mercato gigantesco, dove trovavano spazio centinaia di autori dei generi più disparati.

La copertina di Action Comics n°1

Ma non fu dai quotidiani che arrivò la risposta che Jerry e Joe aspettavano, bensì da un mondo relativamente nuovo: i comic book. Al prezzo allora rivoluzionario di 10 centesimi la National Publications, oggi conosciuta come DC Comics, pubblicò la prima storia con protagonista Superman nel primo numero di Action Comics: fu la nascita non solo del filone supereroistico, ma anche del formato comic book. Se in precedenza questo tipo di riviste era relegato esclusivamente alla ristampa di storie già comparse sui quotidiani, Action Comics #1 fu il primo a presentare contenuti completamente nuovi, aprendo la strada per un intero medium. Il successo fu impressionante, ma purtroppo i due autori non poterono mai goderne appieno.

Ancora giovani e ingenui, Jerry e Joe accettarono infatti di vendere tutti i diritti sul personaggio alla casa editrice, e così, quando l'Uomo d'Acciaio divenne un fenomeno spopolando tra i lettori americani di tutte le età, i due rimasero con 130 miseri dollari. Ma, almeno, poterono continuare a scrivere la serie regolare del personaggio percependo uno stipendio, almeno fino al 1943, quando Siegel venne chiamato alle armi dall'esercito impegnato nella Seconda Guerra Mondiale. Al suo ritorno, tre anni dopo, lo accolse una doccia fredda: non solo scoprì che la DC aveva rubato la sua idea di Superboy, la versione giovanile di Superman, ma deteneva anche i diritti di tutto il merchandise sul personaggio, compreso un radiodramma di grande successo. La questione si risolse con un accordo secondo il quale la casa editrice avrebbe mantenuto tutti i diritti in cambio di 94.00 dollari.

Ma anche stavolta, lo sfortunato Jerry trovò pane per i suoi denti: poco dopo aver lasciato la DC, infatti, il divorzio dalla sua prima moglie lo lasciò con gravi problemi finanziari, e lo sceneggiatore cercò di risollevare le proprie sorti prima creando il supereroe comico Funnyman insieme a Shuster, senza successo, poi accettando lavori come scrittore freelance. Quello che oggi conosciamo come il creatore del personaggio più leggendario della storia del fumetto viveva in quel periodo in un monolocale e aveva serie difficoltà a pagare le tasse.
Proprio per questo, spinto dalla seconda moglie, nel 1959 tornò con la coda fra le gambe a scrivere storie di Superman per la DC, dovendo però sottostare al volere della direzione, senza alcun potere creativo o decisionale. Perlomeno, adesso poteva di nuovo provvedere alla sua famiglia, se non fosse che nel 1966 venne nuovamente licenziato quando la DC scoprì la sua intenzione di querelare di nuovo per i diritti sui suoi personaggi. Manco a dirlo, perse anche stavolta. Il povero Jerry si ritrovò nuovamente in cattive acque, fino a quando, esattamente come nel 1938, la salvezza arrivò da dove meno si sarebbe aspettato.

Nel 1968 si rivolge infatti alla casa editrice Western, che in quel periodo deteneva i diritti per pubblicare i fumetti con personaggi Disney: il creatore di Superman si ritrovò così a scrivere per il mensile Huey, Dewey & Louie Junior Woodchucks, dedicato alle avventure delle Giovani Marmotte, alternandosi nientemeno che con Carl Barks, ideatore proprio delle Giovani Marmotte. Qualora non sappiate chi sia Barks, considerate semplicemente che la sua importanza nell'universo fumettistico Disney, quello che ancora oggi trovate ogni settimana su Topolino, è pari, se non maggiore, a quella che Stan Lee ha avuto in Marvel. Fu così che due tra i più grandi giganti del fumetto americano si ritrovarono casualmente a condividere lo scettro della stessa testata, ma questo fu solo l'inizio.

Siegel e Shustre al lavoro su Superman

Nel 1971, infatti, entrò in gioco un altro personaggio leggendario, ancora più inaspettato perché stavolta italiano. Mario Gentilini, primo storico direttore di Topolino, si trovava in visita agli studi Disney a Burbank, e poco lontano, a Los Angeles, conobbe proprio Jerry Siegel. Fu questo strano incontro a riesumare la carriera di Siegel, lanciandola in uno dei suoi periodi migliori: Gentilini gli propose infatti di scrivere sceneggiature con i personaggi Disney da pubblicare sulle testate italiane, principalmente Topolino e Almanacco Topolino, che a quei tempi godevano di grandissima popolarità e diffusione nel nostro Paese. Da padre fondatore del fumetto supereroistico, Siegel passò così allo status di Maestro Disney italiano, e se pensate che sia un passo indietro vi sbagliate: la scuola Disney italiana è infatti tra le più apprezzate e influenti al mondo, e Jerry si trovò a scrivere storie per le matite di autori del calibro di Romano Scarpa e Giorgio Cavazzano (semplicemente due dei più grandi fumettisti italiani di sempre).

Questa è dunque la storia di una delle carriere più peculiari della storia del fumetto, ma non finisce qui. Nel 1978, infatti, la Warner Bros., proprietaria della DC dal 1969, produsse Superman, di Richard Donner, il primo grande blockbuster della storia del cinema dedicato a un supereroe, destinato a diventare un successo commerciale e di critica.
Non appena appreso dell'imminente uscita del film, Siegel contattò la Warner informandola delle sue precarie condizioni di lavoro: forse mossa a compassione, l'azienda decise di venire incontro all'uomo responsabile di quel grande successo, accettando di concedere a lui e a Shuster un compenso annuo di 20.000 dollari (che poi divennero 30.000) come sorta di pegno morale per l'utilizzo del personaggio. Certo, forse fu semplicemente per evitare ulteriori azioni legali, sta di fatto che da allora ogni film, fumetto e opera di qualsiasi tipo relativa a Superman reca la dicitura “Superman creato da Jerry Siegel e Joe Shuster”, una conquista non di poco conto in un mondo in cui per anni gli autori non venivano quasi mai accreditati come tali.

Ma c'è qualcosa di cui non ho ancora parlato, un episodio parecchio significativo se pensiamo a tutto quanto è successo dopo.

Nel 1932, quando Jerry aveva 7 anni, suo padre venne aggredito da un rapinatore nel suo negozio di abbigliamento, arrivando a morire di crepacuore per l'accaduto.

Una terribile tragedia. Un'ingiustizia. E qual è il compito di un supereroe, se non rimediare a qualunque tipo di ingiustizia, in nome di un bene superiore?

È questo che mi piace pensare: Superman, e di riflesso tutti i supereroi, non sono nati per un impulso economico o in virtù di chissà quale velleità artistica: sono nati perché un bambino ha perso suo padre.

Da tempo malato di cuore, Jerry Siegel morì a Los Angeles nel 1996, a 81 anni, per un infarto, come entrambi i suoi genitori. Anche la sua morte ha un che di poco glorioso, dopo una vita vissuta all'ombra di altri.

E forse è proprio per questo motivo che ho così a cuore la sua figura. La figura di un uomo che ha passato un'infanzia difficile, che ha affrontato mille difficoltà di ogni tipo, che ha dato uno dei più grandi contributi nella storia della cultura pop, non solo per quanto riguarda i supereroi, ma che è rimasto per gran parte della sua esistenza nell'anonimato. Un uomo che però, nonostante tutto, non si è mai arreso.

Spero pertanto che sempre più gente cominci a ricordare, ogni volta che leggerà un fumetto, guarderà un film, una serie o anche solo penserà al concetto stesso di supereroe, che tutto è partito da un piccolo uomo di nome Jerry Siegel.


mercoledì 17 novembre 2021

BRONX, DI ROBERT DE NIRO

Fin da quando mi sono appassionato al cinema, ho sempre amato i gangster movie.
Film come Il padrino, Quei bravi ragazzi e Pulp Fiction sono tra i miei preferiti in assoluto, ed ho amato serie come I Soprano e, perché no, Breaking Bad per avermi dimostrato che anche la televisione è stata in grado di regalare vere e proprie perle a questo filone.
Ma oggi voglio parlarvi di un film appartenente al sottobosco del mondo gangster, sicuramente un cult, ma mai osannato e ricordato come gli esempi che ho appena citato.

Bronx è un gangster movie considerato spesso “minore”. Eppure segna l'esordio dietro la macchina da preso di un gigante come Robert De Niro, tra gli interpreti maggiormente associati al genere, qui coprotagonista insieme a un grande caratterista come Chazz Palminteri, autore anche dell'opera teatrale A Bronx Tale, da cui il film è tratto.

Ispirata dalla vera infanzia del suo autore, si tratta di una storia piccola, quasi una parabola, incorniciata all'interno di una via di un quartiere di New York, in cui piccoli boss della malavita locale incrociano la vita di un giovane italo-americano come tanti e del suo premuroso padre. I rapporti tra tutti questi personaggi vengono descritti splendidamente nella sceneggiatura di Palminteri, in particolare il bellissimo legame tra il personaggio di De Niro (il padre) e suo figlio Calogero, interpretato da adolescente da Lillo Brancato e da piccolo dall'ottimo attore bambino Francis Capra. E forse è un caso, ma in questo contesto apparentemente molto classico fatto di mafiosi dai soprannomi caratteristici, sparatorie nel mezzo della strada e disagio giovanile, è proprio lo spirito di Frank Capra (il regista) che sembra permeare il tutto, quando notiamo che ciò che trova più spazio in questa storia che dovrebbe parlare di mafia sono i rapporti umani. Non solo quello tra Calogero e suo padre, ma tra Calogero e Jane, la ragazza di colore di cui si innamora, che gli autori calano coraggiosamente un contesto socio-politico, quello degli anni '60, caratterizzato da tensioni razziali particolarmente intense: altro aspetto centrale del film è infatti quello dell'integrazione, di come una città all'apparenza moderna come la New York del 1968 sia in realtà ancora pienamente calata nella concezione ufficiosamente segregazionista che forse, ahimè, non è ancora stata del tutto debellata. È in

Francis Capra e Robert De Niro
teressante come in questo film la città sembri divisa fra italoamericani e afroamericani, in uno scontro culturale che sembra destinato a vedere tutti perdenti, in un America che, a dispetto della sua accattivante facciata, non fa sconti per nessuno.
De Niro apprende certamente dai maestri che hanno forgiato la sua carriera fino a quel punto, ma forse l'influenza che più si sente, ancor più di Scorsese o Coppola, è quella di Sergio Leone e del suo
C'era una volta in America, con una scena in particolare (a voi scoprire quale) che rimanda inevitabilmente a uno dei momenti di più alto pathos del capolavoro di Leone. Per la sua regia d'esordio De Niro mette da parte il virtuosismo per concentrarsi brillantemente sulle azioni, non della scena ma dei personaggi, e tutte le conseguenze che tali azioni comportano verso di loro e chi gli sta intorno.


Gli splendidi dialoghi e la splendida voce narrante del protagonista Calogero, uniti a interpretazioni magistrali (con tanto di cameo illustre sul finale) e alla tipica colonna sonora a base di swing, doo-wop e blues, rendono
Bronx un film straordinario, sicuramente atipico per il genere, ma che riesce a mio parere a catturarne uno degli aspetti fondamentali alle volte trascurato. Robert De Niro dedica significativamente il film al padre, all'epoca appena scomparso, e regala a noi spettatori una piccola perla poco nota e poco celebrata, un affresco lucido e candido di una realtà poco lucida e tutt'altro che candida.


Dati tecnici


Regia: Robert De Niro

Anno: 1993

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Savoy Pictures

Fotografia: Reynaldo Villalobos

Musiche: Butch Barbella

venerdì 29 ottobre 2021

SPECIALE HALLOWEEN: HALLOWEEN - LA NOTTE DELLE STREGHE

"Malocchio e gatti neri, malefici misteri / il grido di un bambino bruciato nel camino / nell'occhio di una strega, il diavolo s'annega / e spunta fuori l'ombra: l'ombra della strega! / La vigilia d'Ognissanti han paura tutti quanti: / è la notte delle streghe! / Chi non paga presto piange! "
Buonanotte, amici e amiche. Cosa vi viene in mente non appena pensate ad Halloween? Personalmente la prima cosa che questa parola mi suggerisce è la colonizzazione culturale che gli Stati Uniti operano su di noi da circa 80 anni a questa parte, tanto da condurci persino a celebrare una loro festa senza avere la minima idea del suo significato. Ma hey, è anche una scusa come un'altra per celebrare il terrore (quello fantasioso, ovviamente), e da amante del cinema quale sono anch'io mi lascio coinvolgere e mi abbandono ogni anno alla visione (o revisione) dei miei horror preferiti. E, tornando alla domanda che ho posto all'inizio di questa recensione, il primo film che mi viene in mente quando penso alla notte delle streghe è il mitico cult di John Carpenter che ne porta il nome. Non è solo una mera questione di titolo: questo film riesce sempre a suscitarmi quelle sensazioni che, nel mio immaginario personale, associo istintivamente a questo periodo dell'anno: non solo la paura, ma anche l'autunno, le foglie che cadono, le notti cupe e fredde, tutto rievocato magnificamente nel film di Carpenter, ed è per questo che ogni anno non manco mai all'appuntamento con questo classico. Ma i meriti di Halloween – La notte delle streghe, questo il sottotitolo italiano, vanno ben oltre i miei gusti personali. Del resto, se io e innumerevoli critici di tutto il mondo lo consideriamo un capolavoro un motivo ci sarà, e stanotte, tra uno sgozzamento e un rito satanico, cercherò di spiegarvi perché. Tanto per cominciare, il film è considerato tra gli iniziatori del filone slasher; certo, in questo il buon Carpenter era stato anticipato ben sette anni prima dal nostro Mario Bava, che con il capolavoro Reazione a catena ha ispirato almeno una generazione di autori horror. È anche vero però che la vera e propria slasher-mania esplosa negli anni '80 si deve in larga parte al grandissimo successo proprio di Halloween e di altri film del periodo, come il canadese Black Christmas, successo ben comprensibile, soprattutto se ci documentiamo sulla produzione di questo film. Terza opera di Carpenter, è stata realizzata con un budget risibile e prodotta dalla allora fidanzata del regista Debra Hill. Gli attori si dovettero accontentare di un cachet ridotto, mentre l'iconica maschera dell'assassino venne ricavata da una raffigurante il capitano Kirk di Star Trek, acquistata per appena due dollari: l'inespressività del volto di William Shatner era esattamente quello che il regista voleva, e fu così che divenne il volto mascherato di Michael Myers. Per il casting si scelsero per forza di cose attori non particolarmente famosi, a partire da una giovanissima Jamie Lee Curtis nel ruolo di Laurie Strode, coinvolta nel film perché figlia di Janet Leigh, indimenticabile protagonista di Psycho, mentre per il ruolo del dottor Sam Loomis si optò per il veterano Donald Pleasence, dopo il rifiuto di altre star dell'horror britannico come Christopher Lee e Peter Cushing. Michael Myers, invece, venne interpretato, solo per il corpo, da Nick Castle, amico e collaboratore storico di Carpenter, mentre il viso venne fornito dal giovane attore emergente Tony Moran.
Gli elementi che rendono Halloween un capolavoro del genere sono tanti: basterebbe l'ascolto della colonna sonora che introduce il film per farci venire la pelle d'oca, tra l'altro composta dallo stesso Carpenter rimaneggiando il tema di Profondo rosso di Dario Argento (notare quanto l'Italia sia presente nel DNA di questo film). Subito dopo, la nostra attenzione viene immediatamente rapita dall'eccezionale piano sequenza che costruisce la prima scena del film, in cui il regista sfoggia un utilizzo allora sperimentale della steadicam, che di lì a due anni avrebbe dimostrato tutto il suo potenziale in un altro capolavoro, quello Shining realizzato abbastanza benino da quel tal Stanley Kubrick. La telecamera sviscera le origini del male con una soggettiva che mette lo spettatore nel mezzo della vicenda, rendendolo partecipe in prima persona dell'omicidio efferato da parte di un Michael Myers di 6 anni ai danni della sorella adolescente. Impossibile dimenticare la faccia del bambino appena divenuto assassino, il coltello grondante sangue in mano e la maschera di Halloween alzata sulla fronte. Questi cinque minuti di perizia tecnica e suggestione visiva basterebbero a consacrare la pellicola nell'Olimpo del cinema, ma è solo l'inizio. In questa storia ambientata quasi interamente il 31 ottobre 1978 in un piccolo quartiere del'Illinois, Carpenter costruisce la tensione in maniera impeccabile, con lenti movimenti di macchina che seguono, ora da vicino, ora da lontano, i nostri protagonisti, inconsapevoli del terrore che sta per colpire il loro tranquillo vicinato. Seguendo la logica hitchcockiana, il regista non ci mostra chiaramente l'assassino fino a ben oltre la metà del film, ritraendolo sempre in campo lungo, o di sbieco, o in ombra, ma mai in primo piano fin quasi alla fine. Lo spettatore è però costantemente consapevole della sua presenza in scena, cosa che alimenta il senso di angoscia per l'inconsapevolezza dei personaggi sullo schermo, destinati quasi tutti a una morte cruenta e inevitabile. Perché Michael Myers, come asserito più volte dal dottor Loomis, ha ben poco di umano, è un'inarrestabile macchina mortale, il male incarnato. Non a caso, nonostante venga ucciso almeno tre volte nel corso del film, il finale rimane aperto, lasciando i protagonisti (e gli spettatori) inorriditi al pensiero che questa entità così malvagia sia ancora in circolazione.
Insomma, un film del genere uscito in un periodo di tarda Nuova Hollywood, estremamente fertile e libero per gli artisti emergenti, non poteva che avere successo, anche grazie alla maestria con cui Carpenter e produzione sono riusciti a gestire il poco budget a disposizione, giocando di sottrazione e ammantando così la vicenda di un'aura quasi soprannaturale, un po' come Steven Spielberg aveva fatto con lo squalo nel suo omonimo capolavoro. La critica dell'epoca fu scettica, ma il successo al box-office non solo diede credibilità a un giovane regista alla sua terza opera, ma consacrò Jamie Lee Curtis come una delle scream queen più memorabili di sempre (tale madre...) e ravvivò la carriera di Pleasence, che ricoprirà una miriade di ruoli, per lo più in horror, fino alla sua morte nel 1995. Ad oggi, Halloween è a giusto titolo considerato un capolavoro del cinema e uno dei migliori film horror di tutti i tempi, e anche per questo dispiace che un autore come John Carpenter sia ancora oggi così poco celebrato e poco ricordato da critica e pubblico, nonostante abbia nella sua filmografia più cult e capolavori di molti registi ammirati di oggi. Halloween, per concludere, è un must-watch ogni ottobre, e se per caso la sera del 31 doveste avere la strana sensazione di essere osservati... assicuratevi che “l'ombra della strega” non stia bazzicando il vostro vicinato...

Dati tecnici

Regia: John Carpenter

Anno: 1978

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Compass International Pictures, Falcon International Productions

Fotografia: Dean Cundey

Musiche: John Carpenter

giovedì 21 ottobre 2021

LO CHIAMAVANO TRINITÀ: PER UN PUGNO DI FAGIOLI

Bentornati, amici e amiche! Oggi ho una confessione da farvi: non ho mai visto un film con Bud Spencer e Terence Hill prima di quest'anno. Potrà risultare incredibile per alcuni di voi, sapendo quanto sia appassionato di cinema, il fatto che in 26 anni di esistenza non abbia mai visionato nemmeno uno di quei film che per decenni hanno tenuto in piedi il palinsesto di Rete 4, fra una puntata di Colombo e una figura di merda in diretta di Emilio Fede. Per altri, il fatto che il primo western che recensisco su questo blog sia di fatto una parodia potrà sembrare barare. Ma cosa posso dirvi? Mi ci vorranno almeno un centinaio di visioni per poter disquisire degnamente sulla trilogia del dollaro o su Sentieri selvaggi, mentre sento che già dopo due visioni le mie idee su Lo chiamavano Trinità siano abbastanza chiare. Ebbene sì, si torna a parlare di cult e di cinema italiano, quindi direi di non indugiare oltre.

La seconda metà degli anni '60, in Italia, era un periodo dominato dallo spaghetti western. Il maestro Sergio Leone aveva rimodellato il genere forse più americano di sempre trasformandolo in qualcosa di nuovo, e gli altri registi di genere nel Paese non avevano tardato a prendere appunti. Presto scoppiò una vera e propria invasione di epigoni “leoniani”, alcuni di altissimo livello, altri decisamente più scontati. Nacquero i western politici, i thriller western, addirittura gli horror western, arrivando inevitabilmente alla parodia, con esempi come Il bello, il brutto e il cretino con Franco e Ciccio.

Hill e Spencer nei ruoli di Trinità e Bambino
Arrivati però al 1970, lo spaghetti western, così com'era esploso, stava lentamente sfiorendo sotto il peso del manierismo, e quello che fece E.B. Clucher (all'anagrafe Enzo Barboni) con Lo chiamavano Trinità fu forse il segnale più chiaro dell'inevitabile declino del genere. Del resto, si sa, quando dalla serietà si vira verso la farsa vuol dire che il filone si è esaurito, e il ricorso alla commedia è spesso visto come l'ultima spiaggia a cui approdare per salvarsi da un mare di banalità. Fortunatamente, però, Lo chiamavano Trinità è molto di più che una semplice parodia: è una felicissima fotografia del cinema italiano anni '70, di quella commedia che ancora osava mischiarsi al serio e che nella storia dei due fratelli Bambino e Trinità (due fantastici Bud Spencer e Terence Hill, lanciati proprio con questa pellicola) gioca con gli stereotipi del western all'italiana fondendoli con quelli della commedia slapstick, dando vita a un ibrido che sembra tutt'altro che innaturale.

Del resto, non appena le nostre orecchie avvertono il tema musicale di Franco Micalizzi fischiato dal mitico Alessandro Alessandroni, l'uomo dietro il famoso fischio delle musiche di Morricone per i film di Leone, veniamo subito trasportati in un'atmosfera decisamente familiare: a questi suoni tanto tipici quando splendidi si aggiungono le immagini delle primissime inquadrature, con un pistolero dai vestiti sporchi e dal cappello calato sul volto, talmente svogliato da lasciarsi trascinare dal suo cavallo sdraiato su una treggia, che per di più nemmeno parla per i primi 5 minuti di film.
È chiaramente un tipico personaggio alla Clint Eastwood, un semi-fuorilegge dalla mira infallibile e dal cuore d'oro, che incontra un ex bandito diventato sceriffo con il quale si allea per combattere un perfido latifondista che perseguita un'innocua comunità. Eppure, alla fine si ha la sensazione di aver assistito più a un cartone animato di Tex Avery che a un classico western all'italiana. Le sparatorie lasciano il posto ai pugni e ai ceffoni, e l'antieroe solitario non è più così tanto solitario, legato com'è al burbero fratello, un Bud Spencer che a quest'immagine da gigante buono dovrà gran parte della sua fortuna, con quel suo tipico sguardo svogliato che ti dà l'impressione che sia quasi costretto a fare uso della sua forza, quando preferirebbe farne a meno.
Le scene clue sono troppe da citare: Trinità che divora voracemente il suo piatto di fagioli salvo poi sentenziare che “facevano schifo”, Bambino che si libera dei tre uomini del maggiore Harriman in una frazione di secondo, la fantastica rissa tra mormoni e banditi alla fine del film, in cui la violenza viene stemperata da gag ed effetti sonori ormai diventati iconici. Per non parlare del finale, con Trinità che, dapprima deciso ad unirsi alla pacifica comunità di mormoni attratto dall'allettante idea della poligamia, scappa a gambe levate non appena apprende del duro lavoro e della costante preghiera che quello stile di vita impone. Anche gli aneddoti riguardo la produzione si sprecano: pare che per la scena dei fagioli Terence Hill si preparò digiunando per almeno 24 ore, mentre per i ceffoni si allenava tutti i giorni a casa sua schiaffeggiando una colonna, suscitando la perplessità della moglie, preoccupata per la sua sanità mentale.

Terence Hill nella famosa scena dei fagioli

Come tutti sappiamo, la formula delle "scazzottate" si rivelerà estremamente di successo, tanto da costruire la fortuna di tre intere carriere, quella di Barboni, che sfruttò l'onda del successo per sfornare immediatamente un sequel, e quelle di Spencer e Hill, per oltre un ventennio beniamini del pubblico italiano, e non solo.

Un film dunque impossibile da non guardare col sorriso, che oltre a inserirsi perfettamente nel vasto ed eterogeneo panorama della commedia all'italiana raccoglie degnamente il testimone di un'epoca ormai al tramonto, ma che per un breve periodo conoscerà rinnovata popolarità sotto forma di quello che qualcuno, non senza un velo di ironia, ha battezzato "fagioli western". Se tale termine sia spregiativo o lusinghiero lo lascerò decidere a chi di voi avrà voglia di dare un'occhiata a questo pezzo di storia dell'immaginario collettivo italiano. Nel frattempo io vi saluto e vi do appuntamento alla recensione di Halloween! A presto!


Dati tecnici


Regia: E.B. Clucher

Anno: 1970

Paese di produzione: Italia

Casa di produzione: Delta

Fotografia: Aldo Giordani

Musiche: Franco Micalizzi