mercoledì 10 gennaio 2024

MARGINI, DI NICCOLÒ FALSETTI

Il punk: senza dubbio il sottogenere rock più viscerale, diretto e soprattutto sincero che esista. Anche quando, inevitabilmente, anch'esso è caduto nella spirale del consumismo diventando una moda superficiale, non sono mai mancate generazioni e generazioni di nuove leve a venire a galla per risollevarne i fasti: negli anni '80 col movimento hardcore americano, nei '90 col pop punk (quantomeno con alcuni esponenti) e ancora oggi a 2000 inoltrato il verbo del punk continua ad essere portato avanti come simbolo di rivolta, nichilismo, disagio giovanile e non, con uno spirito che resta immutato da quel big bang che era stata la Londra del 1977, fra Sex Pistols, Damned, Clash e una miriade di altre formazioni dai nomi scolpiti nella storia, anche magari con un solo album all'attivo.

Ed oltre alla sua longevità, il punk può vantare anche un'altra qualità non da poco, quella di essersi diffuso a macchia d'olio praticamente in tutto il mondo, generando, oltre alle due colonne inglese e americana, altri intensi focolari in Europa e non solo. Non a caso, si tratta dell'unico altro genere di origine albionica, insieme al progressive rock, ad aver trovato terreno fertile anche in Italia, dove, a partire dagli anni '80, si è creata una scuola folta e vibrante, che fa sentire la sua voce di protesta ancora oggi.

Margini, opera d'esordio di Niccolò Falsetti, racconta di questa realtà. Un gruppo hardcore di Grosseto che nel 2008, mentre cerca in tutti i modi di sfondare (o meglio, di sopravvivere) nel territorio musicale italiano, tenta di far venire un famoso gruppo americano nella loro città per un concerto.
La sceneggiatura e la messa in scena narrano, in modo semplice e con una sincerità palpabile, una storia "ai margini" in ogni sua spigolatura, geograficamente, musicalmente ed emotivamente. Il terzetto di protagonisti ricorda, aggiornato agli anni 2000, i personaggi di La guerra degli Antò di Riccardo Milani, altro cult di matrice punk che nel 1999 affrontava dinamiche molto simili, ma con uno spirito più ironico.
Falsetti firma la sua sceneggiatura con Tommaso Renzoni e Francesco Turbanti, quest'ultimo anche protagonista nel ruolo del baterista Michele e realmente un musicista punk insieme allo stesso regista, e il disagio giovanile vissuto nella rurale Maremma è presente in ogni momento, in ogni dialogo e in ogni tentativo di comunicazione fra generazioni, destinato quasi sempre a fallire. Unici momenti di distensione, quelli musicali, in cui sia i personaggi che lo spetattore possono sfogare il peso dato dal vivere in una società in cui la  musica, quella vera, è vista come il fanalino di coda, e i suoi sostenitori come zavorre.
Così è, così è stato, e così sempre sarà, specialmente per generi come il punk, come sembra volerci comunicare la scelta musicale sul finale, significativa come la partecipazione alla pellicola di un certo famoso fumettista romano...

Margini, presentato al Festival di Venezia 2022, è questo, un testamento punk da chi il punk l'ha vissuto veramente, reso ancora più sentito, ovviamente, da una colonna sonora adeguata e in larga parte italiana, compreso un brano inedito dei Pegs, band in cui Falsetti e Turbanti militano.
Una piccola perla che nonostante la produzione dei Manetti Bros. non perde la sua anima indipendente, decisamente tra i migliori film italiani dell'anno.

Dati tecnici

Regia: Niccolò Falsetti

Anno: 2022

Paese di produzione: Italia

Casa di produzione: Dispàrte, Manetti Bros. Film, Rai Cinema

Fotografia: Alessandro Veridiani

Montaggio: Stefano De Marco, Roberto Di Tanna

Musiche: Alessandro Pieravanti

mercoledì 6 dicembre 2023

SPECIALE HALLOWEEN (IN RITARDO): SUSPIRIA, DI DARIO ARGENTO

Amici e amiche, bentornati su questi spettrali lidi, come ogni ottobre, per la recensione di Halloween. Come? È già dicembre e quest'introduzione è datata? Beh, vi chiedo scusa per questo ritardo e spero che mi perdonerete per essermi abbandonato alla mia tipica procrastinazione. Dunque... buona Halloween in ritardo!

Se due anni fa vi ho parlato del capolavoro di John Carpenter che di questa festività anglosassone porta il nome, mentre l'anno scorso  del suo remake di Rob Zombie, quest'anno restiamo a casa, con un classico dell'horror nostrano.
Perché sì, come vi dissi in questa sede due anni orsono Halloween è la pellicola che più associo al 31 ottobre e all'autunno in generale, ma un altro capostipite del genere che ogni anno non può mancare nella mia maratona dello spooktober è Suspiria, di Dario Argento, 1977. Non si tratta solo di uno degli horror che preferisco in assoluto, ma di uno dei miei film italiani preferiti di sempre, testimone e caposaldo di un'epoca in cui l'Italia era ancora al centro dello scacchiere mondiale per quanto riguarda la settima arte.

Reduce dall'ottima trilogia degli animali, che riportò alla ribalta quel thriller/giallo all'italiana già innalzato da maestri come Mario Bava, e dal travolgente successo di Profondo rosso, che segnò la vera svolta horror al 100%, Argento tocca con Suspiria l'apice della sua carriera a livello artistico.
Ispirato da decine di influenze diverse, che vanno dalla lettura di fiabe all'Espressionismo tedesco, passando per la dichiarata ispirazione al Biancaneve e i sette nani di Disney, è l'opera di Argento che più si avvicina alla perfezione, l'unica o una delle poche in cui ogni singolo elemento filmico si incastra perfettamente l'uno con l'altro per andare a creare un'esperienza sensoriale di rara bellezza nel panorama del genere. 

L'ottima Jessica Harper, che interpreta l'aspirante ballerina Susy Benner, è stata scelta dal regista dopo averla apprezzata nel Fantasma del palcoscenico del maestro Brian De Palma, forse il primo dei tanti botta e risposta tra i due autori, che spesso si influenzeranno a vicenda. L'ambientazione è una prestigiosa accademia a Friburgo, ricostruita tra la vera Friburgo, Monaco di Baviera e la Foresta Nera in Germania, non a caso la patria dei fratelli Grimm, ispiratori con le loro fiabe di una gigantesca fetta dell'immaginario gotico che permea questa e altre opere del cinema horror. Il soggetto, suggerito dall'allora compagna del regista Daria Nicolodi, coinvolge una congrega di streghe nascosta in un luogo apparentemente normale, e una nuova arrivata che se ne ritroverà senza volerlo al centro.
La fotografia del grande Luciano Tovoli è espressionista nel senso più letterale, con rossi, blu e ocra estremamente accesi per dare allo spettatore sensazioni sempre diverse, esattamente come si faceva ai tempi del muto con la colorazione delle pellicole. Il suggestivo risultato dato da questo uso delle luci è stato ottenuto anche grazie a un fantastico impiego del Technicolor, ai tempi già caduto in disuso e che qui vede uno dei suoi ultimi utlizzi. Il risultato, lo ribadisco, è grandioso, con i colori che riempiono lo schermo e fanno brillare ogni splendida, ardita inquadatura.

Anche per quanto riguarda le musiche, Suspiria batte tutte le altre composte per i film del regista romano prima e dopo: Claudio Simonetti e i suoi Goblin superano se stessi con un capolavoro di colonna sonora, suggestiva ancor di più dei pur splendidi temi di Profondo rosso. Si tratta di una di quelle musiche in grado di trasportarti con la mente a un particolare momento nel tempo o nello spazio, non è un caso infatti che ogni volta che mi entrano nelle orecchie non posso non pensare all'autunno, ai cieli nuvolosi e alle foreste dagli alberi spogli, ed un brivido freddo mi scorre sempre sulla schiena, a prescindere che sia ottobre o agosto.

Jessica Harper nel ruolo di Susy Benner

Le scene clou sono troppe per citarle tutte, ed oguna di esse trasuda una creatività che raramente si vedrà più nella filmografia di Argento, e in generale nel cinema di genere italiano tutto. Mi sento in dovere di menzionare quantomeno la scena del filo di ferro, per la quale fu usato del vero fil di ferro e dovette essere girata in un solo take per evitare che l'attrice Stefania Casini si facesse troppo male, e soprattutto la famosa scena dell'omicidio alla Königsplatz di Monaco, un capolavoro di tecnica e inventiva che non mi azzarderò a rivelare in questa sede nel caso qualcuno non avesse ancora recuperato questa perla.

Suspiria uscì nelle sale italiane il 1° febbraio 1977, con critiche tiepide a fronte dell'ottimo successo al botteghino, e aprì la strada a una trilogia che forse sarebbe dovuta non essere tale, ma di questo magari vi parlerò in futuro. 
Mi limito a congedarmi sentenziando che sì, Suspiria è decisamente il capolavoro che tutti dicono, a mio parere la miglior opera mai partorita da Dario Argento, tra gli autori più amati e criticati dello Stivale. E se per caso siete tra quelli che hanno apprezzato l'ottimo remake realizzato da Luca Guadagnino nel 2018, vi consiglio di tornare alle radici ed unirvi anche voi alla congrega delle streghe di Friburgo.

Buon dicembre!

Dati tecnici

Regia: Dario Argento

Anno: 1977

Paese di produzione: Italia

Casa di produzione: SEDA Spettacoli

Fotografia: Luciano Tovoli

Montaggio: Franco Fraticelli

Musiche: Goblin


martedì 24 ottobre 2023

FRESCO DI CELLULOIDE: KILLERS OF THE FLOWER MOON, DI MARTIN SCORSESE

È sorpredente constatare come alla veneranda età di 80 anni un autore con decenni di attività sulle spalle come Martin Scorsese abbia ancora voglia di sperimentare, di mettersi in gioco, di affrontare generi e stili mai toccati prima. A molti spettatori della domenica la cosa sfugge, ma quando parliamo di Scorsese parliamo di un autore estremamente versatile e completo, capace di gestire con uguale maestria il dramma, la commedia, il film sportivo, il musical e persino il film per ragazzi, come dimostrato dal magnifico Hugo Cabret. Insomma, il suo contributo alla settima arte va ben oltre il gangster movie, filone a cui viene sempre associato e che ha impreziosito con capolavori di cui non penso sia necessario fare i nomi in questa sede.

Con Killers of the Flower Moon il maestro italoamericano tocca per la prima volta il western, ma ovviamente lo tocca a modo suo: come fu per il Tarantino di Django e The Hateful Eight, Scorsese si appropria dell'ambientazione western per marchiarla a fuoco con la sua impronta, adattandosi alle esigenze narrative e stilistiche della vicenda che vuole raccontare senza perdere un briciolo della sua poetica. La base del soggetto è quella di un reale fatto di cronaca risalente ai primi del '900, da cui Scorsese prende spunto per firmare una vera e propria apologia, una sorta di scusa collettiva nei confronti di un popolo, anzi dei popoli, che l'America ha sterminato e perseguitato per secoli. Un genocidio il cui sangue macchia le mani di tutti gli americani, o almeno è questo che sembra voler dirci il regista: nessuno è totalmente innocente, finché fatti come la serie di omicidi che negli anni '20 ha interessato la comunità di nativi Osage dell'Oklahoma rimarranno nell'ombra.
È un film che prosegue un fil rouge che lo lega ad altre grandi opere come Gangs of New York, attraverso il quale si narra di come la storia degli Stati Uniti in realtà non sia poi così gloriosa, di come le sue fondamenta siano state costruite sulla violenza, sulla prevaricazione, su una minoranza che schiaccia tutte le altre nascondendosi dietro concetti altisonanti come la libertà, l'autodeterminazione, l'unione. Particolarmente efficace in questo senso è il finale, dove Scorsese mette a nudo se stesso quanto lo spettatore, e lo pone di fronte alla sua storia, al suo presente, alle sue responsabilità.

Certo, Killers of the Flower Moon, dall'omonimo saggio del giornalista David Grann, è un film molto lungo: quasi tre ore e mezza di cui forse almeno una ventina si poteva fare a meno, ma sono convinto che sia anche una scelta consapevole da parte del regista e della sua storica montatrice, la leggendaria Thelma Schoonmaker: in un'epoca di consumo rapido e insapore, l'ultima fatica di Martin Scorsese rappresenta un necessario slow food, un'esperienza da subire (rigorosamente davanti al grande schermo) fino in fondo, senza scorciatoie o mezze misure. Persino i protagonisti, i divi Di Caprio e De Niro, vengono calati in ruoli insoliti per le rispettive carriere. Quasi che l'autore volesse 
sottolineare ancora di più  la sua emancipazione da ciò che su di lui viene solitamente proiettato, da quegli stereotipi che gli vengono affibbiati quando i più pretenziosi decidono di additarlo come "stanco", "vecchio" e "obsoleto".

Killers of the Flower Moon non è forse un capolavoro, e del resto è ancora presto per dirlo, ma è l'ennesima dimostrazione che, nonostante l'età, Scorsese e il suo cinema sono più vivi che mai.

Dati tecnici

Regia: Martin Scorsese

Anno: 2023

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Paramount Pictures, Apple TV+

Fotografia: Rodrigo Prieto

Montaggio: Thelma Schoonmaker

Musiche: Robbie Robertson


mercoledì 4 ottobre 2023

FRESCO DI CELLULOIDE: ASTEROID CITY, DI WES ANDERSON

Sono sempre elettrizzato quando esce un nuovo film di Wes Anderson. Non solo perché è uno dei miei registi preferiti e uno degli autori più interessanti e riconoscibili degli ultimi anni, ma perché sono sempre molto interessato alle impressioni nettamente discordanti che i suoi lavori lasciano immancabilmente su pubblico e critica. Credo che sia dai tempi dell'Isola dei cani, seconda incursione del regista nell'animazione, che un suo film non veniva universalmente osannato tanto dalla critica che dai suoi (pochi) spettatori. The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun, da me molto apprezzato, aveva già fatto alzare qualche sopracciglio e storcere qualche naso, e sicuramente gli innumerevoli meme e parodie che ironizzano sul peculiare e distintivo stile dell'autore texano hanno aiutato a cementificare una sorta di stanchezza collettiva nei confronti dei suoi colori pastello, delle sue inquadrature simmetriche e della sue colonne sonore dal sapore vintage.

Ebbene, se appartenete a questo gruppo di detrattori, o anche solo se tutte queste caratteristiche vi hanno semplicemente stancati, probabilmente non apprezzerete più di tanto questo Asteroid City, undicesima fatica di Anderson presentata come sempre a Cannes.
Gli elementi incriminati ci sono tutti: fotografia calda quasi da cartolina, in cui la fanno da padroni l'azzurro limpido del cielo e il marrone chiaro del deserto e delle rocce, geometrie precisissime (e kubrickiane) che descrivono con attenzione maniacale gli ambienti, un cast stellare estremamente vasto e variegato e canzoni che accompagnano il tutto che sembrano uscire da una radiolina anni '60 (tanto quelle di repertorio quanto la canzone originale del film, Dear Alien, che vede tra l'altro lo zampino di Jarvis Cocker).

La vera domanda da porsi è: può l'identità di questo film, così come di tutte le altre opere di quest'autore, essere interamente riassunta in questi elementi superficiali? 
La risposta, a mio modesto parere, è un grosso no.
Se Asteroid City non rientra certo fra i 5 migliori film di Anderson, e indubbiamente già a partire dal succitato The French Dispatch è possibile intravedere un po' di maniera, entrambi portano avanti la poetica di quello che, è sempre d'uopo ricordarlo, non è un mero esecutore, ma un artista e un autore completo, che, come ogni artista/autore, porta avanti le sue solite tematiche e le sue solite scelte estetiche per metterle in pratica.

La pellicola, divisa in tre atti, è teatro che si fa cinema e viceversa, una commedia singolare che mette in scena una storia corale densa di soluzioni metanarrative, ma allo stesso tempo carica della tipica, sottile ironia che in questo caso attacca (forse non con abbastanza forza) il governo degli Stati Uniti in un'epoca di guerra fredda. La vicenda si svolge nel 1955 in un immaginarioa zona, denominata appunto Asteroid City, in cui il cratere lasciato dalla caduta di un asteroide millenni prima attira tutta una serie di personaggi tra i più disparati, fra turisti, comitive di ragazzi prodigio che partecipano a un convegno di astronomia, e un uomo he si ritrova con l'auto in panne insieme alle tre figlie piccole e le ceneri della moglie appena defunta. Le storie di tutti questi personaggi, più o meno ben delineate, si intrecciano fra di loro in un groviglio apparentemente intricato, come si intrecciano i tre piani narrativi del film, ovvero la preparazione della commedia, che vediamo in bianco e nero e in 4:3, la commedia stessa, per cui si passa al colore e al widescreen, e il narratore, impersonato da un ottimo Bryan Cranston.

Entrare nel dettaglio sarebbe a mio parere inutile, perché Asteroid City è uno di quei film che parlano da sé. Uno di quei film a cui si potrebbe pensare per mesi o anni senza giungere a un'interpretazione univoca, ma l'unica certezza che si ha giunti ai titoli di coda è che Wes Anderson sta continuando imperterrito per la sua strada portando avanti il suo stile, insofferente alle reazioni confuse degli spettatori e ai lamentosi dissensi dei critici della domenica: la sua ultima fatica, checché se ne dica, dimostra che il suo cinema è più vivo che mai, ed è proprio di questa creatività e originalità che la settima arte ha bisogno.
Andate dunque al cinema e date una possibilità a questo film, e decidete voi se avrete assistito a un colpo di genio o ad una stanca opera di maniera. La mia opinione, seppur non totalmente netta, tende decisamente per la prima ipotesi.

Dati tecnici

Regia: Wes Anderson

Anno: 2023

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Indian Paintbrush, Universal Pictures

Fotografia: Robert D. Yeoman

Montaggio: Barney Pilling

Musiche: Alexandre Desplat

domenica 3 settembre 2023

FRESCO DI CELLULOIDE: OPPENHEIMER, DI CHRISTOPHER NOLAN

Ci risiamo. 
Rieccoci su questo blog a parlare di cinema, dopo l'inevitabile pausa estiva durante la quale avrei potuto parlare di molte cose (l'ultimo Indiana Jones, magari, o l'ottantesimo Festival di Venezia... o di Barbie...), se non fosse che, con la sorpresa di nessuno, la pigrizia ha avuto la meglio.
E così eccomi qui, con il solito leggero ritardo che mi contraddistingue, a parlare dell'evento cinematografico dell'anno per rimediare alla carenza di post degli ultimi due mesi.

Naturalmente, è il momento di dire due parole su Oppenheimer, il ritorno dietro la macchina da presa di uno dei registi più polarizzanti degli ultimi anni, Christopher Nolan.
Quel Christopher Nolan che tre anni fa aveva insistito a far uscire il suo Tenet in tutte le sale nonostante la pandemia mondiale, portando la sua casa di produzione a perdite non indifferenti, ma di fatto dimostrandosi definitivo nella riapertura delle sale di tutto il mondo, a cui fortunatamente oggi ci siamo (forse) riabituati.
E al di là della riuscita o meno del film (personalmente non l'ho apprezzato), l'odissea di Nolan del 2020 ha dimostrato definitivamente qualcosa che non per tutti era chiaro: nel bene o nel male, Christopher Nolan è un autore che fa sempre e comunque quello che vuole, pur al netto di alcuni compromessi materializzati in lavori su commissione come il remake di Insomnia o in incursioni fumettistiche più o meno riuscite come la comunque interessante trilogia del Cavaliere Oscuro.

E così, nel 2023, esce quello che per certi versi è il film meno commerciale del regista inglese. Un documento di tre ore sull'agonizzante dimensione interiore dell'uomo che ha contribuito a creare la bomba atomica, J. Robert Oppenheimer, a capo nel 1942 del Progetto Manhattan. 
Il film è girato in buona parte in bianco e nero, i dialoghi sono molto fitti, le implicazioni serissime e l'accusa nei confronti del governo degli Stati Uniti urticante e inequivocabile.

Ed è questo che vorrei sottolineare in questa sede: in un'epoca post-COVID, in cui il sistema cinematografico mondiale sembra essersi lasciato andare a una sorta di sfrenata oclocrazia artistica che tutto poggia sulla soddisfazione del pubblico, a livelli che nemmeno la Hollywood reaganiana anni '80 aveva mai osato raggiungere, uno dei registi più pop del panorama contemporaneo, che egli stesso aveva sguazzato con successo nella forma di cinema mainstream più remunerativa del momento, il cinecomic, sceglie di riaffermarsi come autore con un'opera cupa, per niente ruffiana, che riflette sull'autodistruzione dell'umanità in nome di una pretesa di superiorità (su se stessa!) e che inserisce due interpreti molto associati al cinema d'evasione (Cillian Murphy e soprattutto Robert Downey Jr.) in un contesto in cui non solo brillano come raramente hanno fatto nelle loro carriere, ma in cui sono demitizzati, così come lo è lo stesso Robert Oppenheimer e come lo è la strapotenza atomica che ha portato gli Stati Uniti a vincere una guerra mondiale.
O meglio, come la sceneggiatura firmata dallo stesso Nolan ci tiene a ricordare più volte, una guerra già vinta che l'amministrazione Truman (rappresentato in modo devastante, anche grazie a un interprete a sorpresa straordinario) ha usato come scusa per un volgare sfoggio di potenza fine a se stesso, costato il sacrificio di centinaia di migliaia di vite civili.
Non solo, dunque, il film meno commerciale di Nolan, ma anche il suo più politico, in cui la figura di Oppenheimer e il suo tormento interiore funge da catalizzatore per temi per niente semplici che coinvolgono direttamente la coscienza, morale e politica, di tutti i personaggi e di tutti gli spettatori.

Christopher Nolan
Naturalmente, Nolan non smette di essere Nolan, e il film è curato con attenzione maniacale in ogni suo aspetto tecnico: la grandeur della messa in scena, il montaggio che accavalla più piani temporali con una gestione impeccabile, la fotografia che alterna suggestivamente colore e bianco e nero e gli effetti speciali, in cui la CGI è ridotta al minimo e le esplosioni (compresa quella atomica) sono ricreate davvero, con tanto di ricostruzione dal vero del sito in cui si svolsero i primi test a Ghost Ranch. 
Insomma, la solita cura che Nolan riserva in modo ossessivo ad ogni sua pellicola; e non uso il termine a caso, visto che il tutto è stato girato in pellicola IMAX 70mm, a dimostrazione di quanto l'aspetto visivo venga sempre per primo nel suo cinema.

In passato, quest'ultima caratteristica si è spesso rivelata un'arma a doppio taglio, ma non è il caso di Oppenheimer. Semmai, qui come mai prima d'ora la forma è al servizio della sostanza, una sostanza finalmente esplicita nel suo messaggio e nelle sue prese di posizione.

Tirando le somme, se Oppenheimer, tra i tre migliori film del suo autore e uno dei migliori dell'ultimo decennio, rappresenta il futuro del cinema nolaniano, io sarò sempre in prima fila e in trepidante attesa ogni volta che una sua nuova produzione comparirà all'orizzonte.


Dati tecnici

Regia: Christopher Nolan

Anno: 2023

Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Regno Unito

Casa di produzione: Universal Pictures

Fotografia: Hoyte van Hoytema

Montaggio: Jennifer Lame

Musiche: Ludwig Göransson


martedì 11 luglio 2023

SOLDI SPORCHI, DI SAM RAIMI

 Chi è Sam Raimi?


Una domanda semplice ma a cui risponderemmo tutti in modo diverso a seconda della generazione a cui apparteniamo. Per alcuni, è il grande inventore che da un budget ridicolo e una produzione indipendente ha tirato fuori la trilogia della Casa, tra le più iconiche della storia dell'horror; per altri, me compreso, è prima di tutto il regista dei tre Spider-Man con Tobey Maguire, con cui negli anni 2000 ha settato i canoni per un altro genere, quello supereroistico, firmando con Spider-Man 2 uno dei migliori titoli del filone; altri ancora, addirittura, potrebbero associare il suo nome a quello di serie televisive cult degli anni '90 come Hercules e Xena – Principessa guerriera, da lui prodotte e che, nel bene e nel male, hanno segnato l'immaginario televisivo di molti di noi nati negli anni '90.

Ma quando si dà un'occhiata alla sua intera filmografia e si osserva la grande quantità di generi da lui affrontata in quarant'anni di carriera, ci si rende conto che la vera risposta alla domanda di cui sopra non può che essere una e una soltanto: Sam Raimi è un artista.

Ciò che spesso ci si dimentica, infatti, è che dopo aver mosso i primi passi nell'horror e prima di trovarsi a capo di produzioni milionarie da parte di Sony e Disney (sempre e comunque con un certo gusto) il regista del Michigan si è destreggiato con abilità nei generi più disparati, dalla commedia (l'indipendente I due criminali più pazzi del mondo, inaspettato successore del primo La casa) al western (Pronti a morire), dal thriller (The Gift) al dramma sportivo (Gioco d'amore), passando per un cinecomic di nome ma non di fatto come Darkman, pioniere e anticipatore degli exploit ragneschi del nostro negli anni 2000, anche se molto più cupo e... raimiano, passatemi il neologismo.
E tra tutte queste opere, alcune più riuscite di altre ma sempre degne di almeno una visione, quella su cui mi soffermerò oggi è quel dramma del 1998 che risponde al titolo di A Simple Plan e che noi italiani conosciamo come Soldi sporchi.

In un'atmosfera nevosa che rimanda al capolavoro Fargo dei fratelli Coen (amici di vecchia data e collaboratori di Raimi ai tempi delle sue prime regie indipendenti) il settimo film del regista ruota intorno a due fratelli e un loro amico che, durante una camminata in un bosco innevato alla ricerca di una volpe che minaccia il pollaio della fattoria di Hank, il secondogenito, trovano una borsa piena zeppa di banconote all'interno di un aereo precipitato da poco in quella zona. L'intreccio ruota attorno alla decisione da prendere, se tenersi i soldi o denunciare tutto alla polizia, e la crescente preoccupazione e tensione fra i tre non tarderà a ingigantirsi e a trasformare i loro rapporti, specialmente quello fra Hank e suo fratello maggiore Jacob, affetto da una leggera forma di disturbo dell'apprendimento.

Sam Raimi
Per la prima volta alle prese con un soggetto calato in un contesto particolarmente sobrio, Raimi si dimostra ancora una volta perfettamente in grado di adattare il proprio stile alla storia che deve raccontare, facendo per la prima volta un uso massiccio della camera fissa e affidandosi al massimo a lenti movimenti di macchina che si attaccano ai personaggi, alle loro espressioni, e descrivono perfettamente gli ambienti, mentre l'ottimo montaggio di Eric L. Beason e Arthur Coburn fa il resto.
Il tema centrale del denaro e le ambientazioni invernali non possono che far pensare a Fargo, ma un aspetto fondamentale è che qui l'ironia che permeava la pellicola dei Coen anche nei risvolti più drammatici e truculenti è completamente assente: Soldi sporchi è meno una satira nera di stampo poliziesco e più uno studioantropologico , un'analisi su come l'avidità e l'attaccamento al denaro porti inevitabilmente alla corruzione della mente umana e al deteriorarsi sempre più della propria coscienza, tanto da condurre anche il più onesto degli uomini a compiere il più immondo degli atti.
Alla fine, la borsa di soldi è un mcguffin necessario all'autore per focalizzarsi più che altro sulle azioni verso cui i soldi spingono i personaggi, in quella feroce critica allo strapotere del dio denaro sempre presente nelle opere di Raimi. Contribuisce al tutto la bravura degli attori, con un ottimo Bill Paxton in un raro ruolo da protagonista (molti di voi lo ricorderanno per i suoi ruoli secondari in molti film di James Cameron), una convincente Bridget Fonda e soprattutto un memorabile Billy Bob Thornton nel complesso e sfaccettato ruolo di Jacob, premiato giustamente con una candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Il tutto è infiocchetatto alla perfezione dalle ottime musiche di Danny Elfman, tra i principali collaboratori del regista fin dai tempi di Darkman e una delle firme più talentuose nel campo della musica per il cinema, come avrà modo di dimostrare con le sue colonne sonore per i primi due Spider-Man.

Insomma, Soldi sporchi è un neo-noir da antologia che il buon Sam Raimi gestisce con una grazia impeccabile, e, pur essendo forse tra i suoi film meno conosciuti, è uno dei tanti testamenti della sua poliedricità e del suo enorme talento, purtroppo sempre più soffocati sotto lavori su commissione e produzioni mastodontiche che piegano un autore di grande spessore alle brutali logiche del mercato.
Nella speranza in un futuro con più Soldi sporchi, Darkman, e Drag Me to Hell e meno Doctor Strange nel multiverso della follia, vi esorto a recuperare questa piccola perla, dimenticata dai più come molte altre opere del maestro.

Dati tecnici

Regia: Sam Raimi

Anno: 1998

Paese di produzione: Regno Unito, Germania, Stati Uniti d'America, Francia, Giappone

Casa di produzione: Paramount Pictures

Fotografia: Alar Kivilo

Montaggio: Eric L. Beason, Arthur Coburn

Musiche: Danny Elfman

sabato 1 luglio 2023

FRESCO DI CELLULOIDE: IL SOL DELL'AVVENIRE, DI NANNI MORETTI

Benvenuti, amici e amiche, ad una nuova puntata di Fresco di celluloide, la rubrica in cui vi parlo di film appena usciti al cinema. Sì, lo so, ci vuole coraggio da parte mia per includere in questa rubrica un film presente nelle sale già da quasi tre mesi, ma sono riuscito a recuperarlo al cinema solo pochi giorni fa, quindi meglio tardi che mai. E poi, francamente, non vedevo l'ora di farvi sapere il mio parere sull'ultimo lavoro di uno degli autori del nostro Paese che più stimo e a cui sono più affezionato, il buon vecchio Nanni Moretti.

Da un po' di anni si ha la sensazione che il cinema, nato a fine '800 come meraviglia avveniristica al limite del fantascientifico, sia diventato un'arte rivolta più verso il passato che verso il futuro. Stiamo vivendo un'epoca di nostalgia, di passatismo e di rivalutazione a tutti i costi, in cui franchise morti da anni vengono riesumati e le posizioni più alte nelle classifiche degli incassi sono riservate spesso a sequel come Top Gun: Maverick, concepiti e percepiti alla stregua di veri e propri manifesti di apologia nei confronti di contesti culturali (e superficiali) a cui guardare indietro con una glorificata nostalgia e un velo di malinconico rimpianto. Una tendenza, questa, sempre più opprimente, che non accenna a cedere il passo, che continua a catalizzare l'attenzione di un pubblico sempre più impigrito e sempre più a suo agio nell'inerzia in cui il cinema di largo consumo sembra essersi rifugiato, refrattario come mai prima d'ora a quella spinta innovativa così tanto presente ai suoi esordi.
Fortunatamente, come per tutte le cose, anche all'interno di questo panorama stagnante c'è spazio per un rovescio della medaglia. Artisti che si distinguono guardando al passato per costruire il futuro, che imparano dalla tradizione per inventare i se stessi che sono e saranno. Persino autori navigati come Quentin Tarantino, Martin Scorsese, Woody Allen, David Cronenberg hanno tirato fuori, con le loro ultime opere, qualcosa che va ben oltre il semplice rivangare un passato glorioso, che si rifanno sì al (auto)citazionismo ma che funzionano prima di tutto come potenti rivendicazioni delle rispettive poetiche in un'epoca moderna completamente diversa da quelle da cui provengono, poetiche che nonostante, anzi, grazie al passare decenni, durante i quali sono maturate ed evolute, risultano ancora più che mai attuali e di rilievo.

Ciò che è interessante riguardo Il sol dell'avvenire, ultima fatica di Nanni Moretti presentata a Cannes, è come si inserisca perfettamente in questo stesso contesto, con in più un che di sognante che la rende vicina ad uno spirito che oserei definire tarantiniano.
A 70 anni di età e dopo quasi 50 anni di carriera, l'autoreferenzialità che Moretti inserisce immancabilmente nelle sue opere raggiunge forse il culmine: il metacinema, la disillusa critica politica di sinistra, le idiosincrasie, l'amore per la musica pop italiana, tutto ritorna prepotentemente, ma mai con lo stesso identico spirito visto in pellicole precedenti. Le autocitazioni a Moretti stesso e al suo cinema sono parte integrante dello spirito dell'opera, negli attori feticcio (Silvio Orlando e Margherita Buy in primis), nelle tematiche, nella stessa presenza in scena del regista, che torna ad essere protagonista al 100% svestendosi di vecchi alias come quello di Michele Apicella, e presentandosi con il suo nome di battesimo, Giovanni, e la sua personalità.
Non è certo la prima volta, nella pluridecennale filmografia del regista, che tutto ciò avviene, ma qui sembra acquisire una valenza profondamente diversa.
Nella storia di un regista (naturalmente) che cerca di girare un film pessimista e polemico spinto da forti ideali politici si intravede l'eredità di opere precedenti come
Il caimano o Aprile, riemerge la visione spassionata e di poche speranze di Ecce bombo, permane la sferzante ironia autocritica di Caro diario, ma il tutto non è semplicemente messo in scena in virtù di una sterile retroattività. Moretti guarda dentro se stesso e dentro il suo cinema come non aveva mai fatto, e arrivati alle battute finali del film, dopo aver toccato forse il fondo con una delle scene più drammatiche ma allo stesso tempo sobrie dell'intera filmografia del regista, tutto si ribalta completamente, le carte in tavola vengono rimescolate e da un'amara riflessione sulle sconfitte, sia personali che di una grossa fetta della generazione italiana figlia degli anni di piombo, si passa improvvisamente a quello che meno ci si aspetterebbe da un artista di questo tipo, di quest'età e di questa formazione artistica e politica: un inaspettato inno di speranza, una sorta di bagliore in fondo al tunnel che rende Il sol dell'avvenire (e da qui il titolo particolarmente azzeccato) l'opera forse più positiva mai girata da Moretti.

Ed è così che alla fine, dopo un'ora e mezza pregna di riflessioni, eppure tutt'altro che pesante, il film assume un valore testamentario, si trasforma in una summa della poetica e della filosofia di una persona, prima che di un artista, una persona che mi sembra ormai di conoscere più di quanto avrei mai immaginato, nonostante lo segua da pochissimi anni.
Potrà risultarvi molto strano, e risulta strano anche a me, quanto io mi senta rappresentato dalla poetica di un uomo con più del doppio dei miei anni, ma è anche questa la bellezza del cinema di Moretti: parlando di sé, parla un po' di tutti noi, e questo è forse l'aspetto del suo cinema che meno è cambiato in tutti questi decenni.
Tutte queste mie righe e tutto il testamento cinematografico di questo autore si materializzano magnificamente nel finale del film, felliniano fino al midollo e di fronte al quale tanto gli ex ventenni che erano presenti fin dai tempi di Io sono un autarchico, sia i molti ventenni di adesso che hanno scoperto da poco la sua filmografia e che vi si riconoscono, non potranno non commuoversi ripensando ad uno dei percorsi artistici più sinceri e unici dell'intero panorama cinematografico italiano. Un percorso che ci ha dato davvero tanto e che, speriamo, non sia ancora finito.

Grazie, Nanni. Grazie di tutto.

Dati tecnici

Regia: Nanni Moretti

Anno: 2023

Paese di produzione: Italia, Francia

Casa di produzione: Sacher Film, Fandango, Rai Cinema, Le Pacte

Fotografia: Michele D'Attanasio

Montaggio: Clelio Benevento

Musiche: Franco Piersanti