lunedì 16 maggio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: DOCTOR STRANGE NEL MULTIVERSO DELLA FOLLIA

Doctor Strange nel multiverso della follia è il ventottesimo film del Marvel Cinematic Universe. Ma soprattutto, ed è per questo che sono andato a vederlo, è il primo film di Sam Raimi in nove anni.

Nove. Anni. Un periodo esasperatamente lungo in cui uno degli autori di genere più influenti degli ultimi quarant'anni non ha toccato macchina da presa. È per questo che, nonostante le numerose perplessità, nate dalle delusioni avute da molti film precedenti e da quanto mostrava il trailer, sono andato nonostante tutto a vedermi il sequel di Doctor Strange al cinema, sperando quantomeno di trovarmi davanti a un dignitoso film supereroistico con punte di psichedelia, come fu per il primo capitolo diretto da Scott Derrickson.

Perché anche se mi sono sinceramente stancato della formula Marvel, che richiede un'attenzione e una dedizione a mio parere eccessive e il dispendio di tempo che richiederebbe un'intera serie TV dall'inizio alla fine, quando Sam Raimi torna a girare un film dopo quasi un decennio mi sento quasi obbligato a recarmi in sala a vederlo.
E devo dire che tutto sommato non me ne sono completamente pentito. Perché, nonostante i difetti evidenti che ovviamente i fan duri e puri come al solito negheranno fino alla morte, incredibilmente ci sono stati dei momenti, seppur sporadici, in cui sono riuscito, udite udite, a divertirmi. Non certo per la consueta sovrabbondanza di effetti visivi, ormai la norma in film di questo tipo, non certo per la sceneggiatura, incasinatissima, piena zeppa di fan-service fine a se stesso e impossibile da seguire se non si hanno visto i film (e le serie!!!) precedenti, ma perché, fortunatamente, si vede che dietro il tutto c'è la mano di qualcuno che sa dove mettere la macchina da presa, a differenza di gente come i fratelli Russo.

Non urlate subito di gioia, però, perché di Sam Raimi, almeno da quanto mi è parso alla prima visione, c'è solamente l'elevato aspetto tecnico, evidente in alcune scene d'azione ben realizzate e a tratti persino creative.
Ma se vi aspettate di rivivere le atmosfere della trilogia della Casa o di quella di Spider-Man, c'è una buona probabilità che rimarrete delusi. Io, che avevo già preventivamente abbassato le mie aspettative, sono riuscito a passare un paio d'ore relativamente intrattenenti, al netto dei numerosi momenti di smarrimento.

Chiudo, dunque, dicendo che se siete curiosi di assistere al ritorno di un maestro come Raimi, sperando che il successo commerciale di questo film torni a farlo lavorare spesso, potreste rimanere abbastanza soddisfatti.
Quello che è certo, è che a questo nuovo Doctor Strange un 50% in più di fattore Raimi avrebbe senza dubbio giovato.

mercoledì 4 maggio 2022

ADDIO, LUCA BOSCHI.


Oggi avrei dovuto pubblicare una recensione musicale, ma credo che dovrà aspettare. Adesso, nel mezzo della stesura di due articoli che usciranno spero presto su questo blog, i miei pensieri vanno solamente a Luca Boschi, che ci ha appena lasciati all'età di 66 anni. 

Non molti riconosceranno questo nome, forse nemmeno troppi appassionati di fumetto, ma lasciatemi dire che di critici, storici, esperti e soprattutto amanti del fumetto come lui non ce ne saranno mai abbastanza.

Se, da piccolo, ho iniziato ad amare la nona arte, partendo dal Topolino settimanale e arrivando a scoprire la storia di questo magnifico mezzo di comunicazione, lo devo in larga parte al suo lavoro di divulgazione.

Se adesso so qualcosa sulla scuola Disney italiana, se so qualcosa su Elzie C. Segar, se so qualcosa su Benito Jacovitti, se ho potuto adorare le opere di Carl Barks, di Floyd Gottfredson, di Don Rosa, tanto da riempire i miei scaffali con i loro fumetti, lo devo a lui. A tutti quegli articoli che accompagnavano le splendide edizioni da collezione di quei fumetti, articoli interessanti, esaustivi, frutto di sincera passione e instancabile ricerca. 

La stessa passione che io, nel mio piccolo, cerco di mettere in tutto quello che scrivo.

Grazie, Luca.

lunedì 18 aprile 2022

BEETLEJUICE: IL VERO ORRORE È LA BORGHESIA

"La gente normalmente ignora ciò che è strano e oscuro."

Basterebbe questa semplice frase per riassumere l'intera poetica di un artista come Tim Burton. Una frase messa in bocca a una giovanissima Winona Ryder nei panni di un'annoiata e disillusa adolescente nel secondo lungometraggio del regista di Burbank. Secondo, sì, ma primo dei suoi sforzi cinematografici ad essere al 100% una sua creatura. Non nella sceneggiatura, di cui Burton si occuperà rarissimamente nel corso della sua carriera, ma nella forma, nella sostanza, nello spirito profondamente anarchico. L'opera in questione è Beetlejuice, ma prima di tuffarci a pesce nell'analisi del cinema di Tim Burton, è d'uopo una premessa storico-culturale.

Gli anni '80 rappresentano il periodo culmine dell'edonismo della classe medio-alta, la sfrenatezza del lusso permessa dall'ascesa di Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher in Regno Unito, sfrenatezza sotto la quale, come sempre, le classi operaie, i poveri, gli emarginati, le minoranze, rimanevano schiacciati. Gli anni '80 sono stati il decennio del boom televisivo, di MTV, della reaganomics, della perestrojka, ma anche dell'AIDS, di Chernobyl, della fallita lotta alla droga, nonché delle tensioni razziali mai sopite che porteranno a sanguinose ripercussioni nel decennio successivo.
Una contraddizione di questa portata non poteva che generare forti reazioni, che dal basso fecero rimbombare l'eco delle nuove generazioni.

Nella musica, già dalla fine degli anni '70 e soprattutto in Inghilterra, questo spirito
anticonformista prese forma nel macromovimento post-punk, nato dalle ceneri, o meglio, naturale proseguimento del punk rock generazione 1977. Tra le svariate ed eterogenee ramificazioni del post-punk, il goth rock fu forse la più riconosciuta a livello
mainstream: prima che matite nere, giacche di pelle e piercing diventino una moda, privata in quanto tale di qualsiasi impronta politico-sociale, realtà come Bauhaus, The Cure e Joy Division traducono in musica influenze e suggestioni all'opposto della facciata solare e sicura esposta dai media. Alla bianca frenesia pop fatta di divertimento e spensieratezza, i goth rispondevano con la malinconia più nera di canzoni lente e in accordi minori, alla maniacale ossessione dell'apparire contrapponevano un'immagine anticonvenzionale e spesso androgina, al fervente conservatorismo si scagliavano con il più sincero rigurgito anti-autoritario.

Tim Burton

Mentre, per quanto riguarda il cinema, pochi autori incarnano questa verve anticonformista, attraverso uno sguardo allo stesso tempo causticamente ironico e inguaribilmente romantico, come Timothy Walter Burton. Nato nel 1958 e avviatosi giovanissimo verso l'animazione, Tim non trova all'interno dello Studio Disney presso cui viene assunto la dimensione che gli appartiene. Lo testimoniano cortometraggi come Vincent, 1982, distribuito dalla Disney ma che ha più in comune con Mary Shelley e
con l'espressionismo tedesco che con Walt e Topolino. O
Frankenweenie, realizzato stavolta in live action ed ennesima riproposizione in salsa familiare della storia di Frankenstein. L'abbandono della Casa del Topo fu inevitabile, ma chiusa questa porta, il proverbiale portone non si fece attendere: la Warner Bros. assunse Burton per la regia di Pee-Wee's Big Adventure, primo film dedicato al personaggio televisivo di Pee-Wee Herman, che fece in quegli anni di Paul Reubens una star della programmazione per bambini. Questo primo lavoro, per quanto su commissione, conteneva già piccole anticipazioni dello stile che diventerà tipico del regista, e segnò inoltre la prima collaborazione di quest'ultimo con Danny Elfman, compositore di colonne sonore, nonché leader, non a caso, della formazione new-wave degli Oingo Boingo. Un sodalizio che si rivelerà subito particolarmente felice, destinato a durare fino ad oggi e a contribuire sostanziosamente al successo di quasi tutti i lavori del regista.

Naturalmente, non fa eccezione Beetlejuice, come accennato il primo lungometraggio che porta al 100% la firma di Tim Burton. I temi più caratteristici delle sue opere ci sono tutti: la borghesia che nasconde la sua mediocrità spendendo i suoi soldi in inutili status symbol, l'adolescente o la bambina pura, per cui nichilismo e isolamento rappresentano la miglior difesa contro la vuotezza del mondo adulto, la morte e il soprannaturale come normali prolungamenti della vita quotidiana, altrettanto mondani ma forse ben più divertenti.

Beetlejuice è una commedia che ha il coraggio di uccidere i due protagonisti, simpatici e con i volti di due attori estremamente popolari all'epoca, nei primi dieci minuti, e rimane costantemente sulla soglia del disturbante e dell'orrorifico fino alla fine. Qualcosa che, in un film per famiglie, non appariva troppo strano al pubblico dell'epoca, ma che oggi scatenerebbe orde di genitori indignati, come se i bambini non volessero essere messi alla prova e sentirsi un po' adulti. Burton, insieme a molti cineasti della sua generazione, sa (o sapeva) perfettamente come dosare il black humour e, soprattutto, sapeva usarlo in modo creativo, satirico e tutt'altro che banale. I personaggi di questo film muoiono, evocano demoni, vengono posseduti, eppure anche un bambino intuirebbe dove si insinua il vero orrore in questa folle vicenda.
La famiglia Deetz, o più che altro la sua sgradevole matriarca, incarna quello spirito borghese votato alla vacua apparenza, alla superficialità di chi è disposto a profanare la purezza di qualcosa solo perché ha i soldi per farlo. Un tipo di status sociale che Burton, all'epoca un trentenne amante di Edgar Allan Poe fuggito dall'iperpositività disneyana, vede con disgusto e ridicolizza senza pietà. Non a caso, i personaggi che più il film ha in simpatia, i defunti coniugi Maitland, vivono e muoiono isolati, nel loro nido d'amore costruito e accudito affettuosamente, per poi lottare con tutte le loro nuove risorse per non vederlo stravolto. E non è un caso che sia proprio la giovane Lydia Deetz a scoprire e fare amicizia con gli spiriti dei due protagonisti, come se persino la morte risultasse agli occhi suoi e della sua generazione ben più invitante dello stile di vita dei propri genitori.

Micheal Keaton nel ruolo di Beetlejuice,
in tutto il suo splendore

Burton, stavolta libero di sbizzarrirsi, ne approfitta per sfoggiare una forma non ancora matura (per quello basterà attendere un paio d'anni), ma che irrompe in tutta la sua creatività nella gestione degli effetti speciali, che in una commedia fanta-horror sono un elemento fondamentale: gli effetti sono fatti di plastica, gomma, cartone, plastilina, praticamente qualsiasi materiale immaginabile, il trucco è straordinario e ha ispirato generazioni di maschere di Halloween, e le scenografie, soprattutto quelle che vediamo nell'aldilà, omaggiano tanto il surrealismo quanto l'espressionismo di pellicole come Il gabinetto del Dottor Caligari, chiaramente impresse nel DNA artistico del regista. Il tutto è ancora più notevole se ci si ricorda che questo film è uscito nel 1988, e soprattutto che la CGI è completamente assente, lasciando campo libero alla fantasia degli straordinari artigiani effettisti dell'epoca.

Non meno importante, con questa sua opera seconda Burton ha il merito di regalare all'immaginario collettivo il primo dei suoi tanti, memorabili personaggi: Beetlejuice, appunto (alternativamente Betelgeuse), la vera star del film, spettro disgustoso e approfittatore senza un briciolo di margine di redenzione, eppure icona istantanea della cultura pop anni '80. Sotto quel trucco diventato immediatamente iconico si nasconde un Michael Keaton in stato di grazia, che da eccellente caratterista si sarebbe trasformato, è proprio il caso di dirlo, in star mondiale grazie ad un altro certo ruolo in un altro certo film che avrebbe fatto faville di lì a un anno, guarda caso sempre farina del sacco del buon Tim.

Nella stagione cinematografica 1988-89 Beetlejuice sbancò al botteghino, e non è difficile capire il motivo. Tim Burton confeziona una delle commedie americane più interessanti, creative e innovative del periodo, la cui influenza è facilmente individuabile ancora oggi. La commedia nera/soprannaturale, pensate al bellissimo La morte ti fa bella di Zemeckis, non sarebbe quella che oggi conosciamo senza serpentoni assassini, vermi delle sabbie su sfondi in green screen, possessioni demoniache al ritmo di calypso, gamberetti animati con le dita, poltergeist che vogliono impossessarsi di ragazzine minorenni e teste rimpicciolite. E il cinema americano, di commedia e non, senza l'apporto di uno di uno degli autori più originali degli ultimi quarant'anni ci apparirebbe oggi decisamente più povero e meno fantasioso.


Dati tecnici
  • Regia: Tim Burton
  • Anno: 1988
  • Paese di produzione: Stati Uniti d'America
  • Casa di produzione: Geffen Company, Warner Bros.
  • Fotografia: Thomas E. Ackerman
  • Musiche: Danny Elfman

venerdì 25 marzo 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: THE BATMAN, DI MATT REEVES


Ed eccomi, con volontario ritardo, dopo che la tempesta si è calmata, a dire la mia su The Batman, ennesima incarnazione del cavaliere oscuro al cinema. 
E che vi devo dire?

Chiaramente un ottimo film d'intrattenimento, che Matt Reeves, reduce dagli ultimi due capitoli della nuova saga del Pianeta delle scimmie, confeziona sapientemente riuscendo a gestire benissimo quello che a conti fatti è un vero e proprio neo-noir. Avevamo già avuto ben due noir con Batman grazie a quell'uomo meraviglioso che è Tim Burton, ma qui ogni venatura ironica, ogni aspetto vagamente positivo viene eliminato, a favore di una detective story ben congegnata e un'atmosfera mutuata direttamente da esempi come Ridley Scott (la pioggia perenne non può non far pensare a Blade Runner) e David Fincher (l'ispirazione a Zodiac è evidente, come in parte quella a Seven, che a sua volta riprendeva a piene mani le atmosfere piovigginose del capolavoro di Ridley Scott). 

In una Gotham City talmente dannata che in confronto quella dei film di Nolan sembra Topolinia, vediamo un Bruce Wayne al limite della sua violenza ed autocommiserazione, interpretato in modo molto convincente da un Robert Pattinson che gioca di sottrazione, centrando appieno quello che è il personaggio.
Perché, in tutto questo, non è da sottovalutare come questa sia forse l'incarnazione che cattura più fedelmente lo spirito del fumetto: i personaggi comprimari sono quasi sempre azzeccati, in particolare un ottimo Paul Dano Enigmista la cui ispirazione sembra più legata a Hush e una Zoe Kravitz Catwoman palesemente tirata fuori da Anno 1, la presenza della mafia a Gotham, incarnata dal personaggio interpretato dal grande John Turturro, è opprimente come dovrebbe essere e soprattutto, finalmente, l'aspetto investigativo è al centro della storia, come è fin dalla genesi del fumetto, non a caso sulla testata Detective Comics.
Uniamo il tutto a una regia notevole, specie nelle scene d'azione, delle ottime musiche di Michael Giacchino e una fotografia cupa senza bisogno di desaturare tutto modello Snyder, e otteniamo quello che è sicuramente uno dei migliori film di Batman mai realizzati, che personalmente colloco per gradimento personale al di sopra dell'intera trilogia di Nolan e al di sotto delle due splendide opere burtoniane.

Per Fresco di celluloide oggi è tutto!

sabato 26 febbraio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: ASSASSINIO SUL NILO, DI KENNETH BRANAGH

E rieccoci, reduce da una delle recensioni più difficili che abbia mai scritto, alla rubrica Fresco di celluloide, in cui vi do le mie impressioni su film appena usciti in sala.

Dopo l'ottimo Assassinio sull'Orient Express e in attesa del pluripremiato Belfast, in odore di Oscar, Kenneth Branagh torna come regista e interprete di Hercule Poirot in Assassinio sul Nilo.

Un po' come il suo predecessore del 2017, anche questo si presenta come un ottimo giallo (e vorrei vedere, è Agatha Christie), con il solito delitto a porte chiuse e le solite ambientazioni esotiche. Queste ultime, unite alle scenografie, sono senza dubbio splendide da vedere, esaltate da un comparto tecnico di livello, solo che qui, complice probabilmente il fatto che gran parte dell'azione si svolga in esterni, l'intervento della computergrafica è a tratti troppo invadente. Per carità, niente di atroce, ma decisamente un difetto fin troppo evidente, che lede al fascino esotico che una pellicola del genere dovrebbe avere.

Praticamente perfetta, invece, la sequenza iniziale, con un bianco e nero eccezionale e delle atmosfere che mi hanno addirittura ricordato Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, e che dimostrano l'abilità di Branagh tanto dietro quanto davanti la macchina da presa.

Il cast galleggia fra l'eccellente (Emma Mackey, Annette Bening e un Russell Brand che non avevo completamente riconosciuto) e il mediocre (Gal Gadot, tanto bella quanto incapace), ma in generale ognuno porta a casa discretamente la propria parte.

Se avete apprezzato Assassinio sull'Orient Express e ne volete ancora, questo Assassinio sul Nilo è un ottimo modo per passarvi la serata, anche se consiglierei di dare un'occhiata anche alle vecchie trasposizioni degli anni '70/'80 dei romanzi della Christie, come il film di Sydney Lumet del 1974, con un grande Albert Finney nel ruolo di Poirot attorniato da un cast stellare.

Ci vediamo presto!

venerdì 25 febbraio 2022

JOAN LUI: È SANTO, È SANTO!

Bentornati, amici e amiche. Dopo tanto tempo, ho ritrovato la spinta giusta per un'altra recensione negativa, la seconda di questo blog.

E per questa mia rinvigorita verve distruttiva devo ringraziare calorosamente Rete 4 e la sua fantastica programmazione notturna, perché altrimenti non so quando avrei avuto l'occasione (e soprattutto la voglia) di visionare questo scempio. Sto parlando di un autentico scult, un film talmente imbarazzante da meravigliarmi della sua stessa esistenza, partorito dalla mente ebbra di autocelebrazione di un luminare come Adriano Celentano.


L'obbrobrio in questione è Joan Lui - Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì. Sorvolando su un titolo già tremendo di suo che personalmente avrei sostituito con un più calzante Joan Lui Superstar, chi è vigile sul web saprà che il Molleggiato si è spesso dimostrato una fonte eccezionale di cringe, come insegnano pezzi di storia del trash come la sua famigerata intervista a un irritatissimo David Bowie e la “visionaria” serie animata Adrian, del 2019. Ma se quest'ultima rientra sicuramente tra i più grandi disastri della storia della televisione italiana, Joan Lui è senza alcun dubbio il suo corrispettivo cinematografico. Partiamo dal principio.


Celentano, forte del successo attoriale datogli da pellicole cult come Asso e Il bisbetico domato, cercava da tempo finanziamenti per realizzare il suo magnum opus, un musical apocalittico sulla condanna e redenzione dell'umanità, con canzoni scritte da lui, set mastodontici e coreografie esplosive. Con uno spropositato budget di 20 miliardi di lire dell'epoca, garantito dalla Cecchi Gori, da Silvio Berlusconi (e lottando contro me stesso cercherò di non commentare in alcun modo questo dettaglio) e addirittura dalla Germania Ovest, e dopo ben due anni e mezzo di preproduzione, le riprese del film furono posticipate e allungate fino allo sfinimento, e le centinaia di ballerini chiamati direttamente dagli Stati Uniti per il film dovettero attendere per settimane in un albergo prima di girare finalmente le prime scene, facendo vorticare così ancora di più i costi di produzione.

Dopo questa odissea, forse ancora più interessante del prodotto finale, il film uscì nelle sale italiane il giorno di Natale del 1985 (e non credo proprio sia un caso), scritto, diretto, montato, musicato e interpretato dall'Adriano nazionale... e fu uno dei più grandi fallimenti commerciali che il cinema italiano ricordi.

I motivi di tale débacle sono innumerevoli e dolorosamente palesi, e partono già dal soggetto.

Adriano è venuto per redimere i nostri peccati.
La premessa di base è: Adriano Celentano è il Messia. E se pensate che questa sia un'iperbole per sottolineare lo smisurato ego del cantante, vi sbagliate. Il protagonista, Joan Lui, è chiaramente una rappresentazione del Messia, che, senza farsi mancare gli apostoli, Giuda compreso, compie la sua seconda venuta sulla Terra corrotta dai mali dell'umanità: i rapporti sessuali profani e peccaminosi, le sigarette di droga dei giovinastri, la mancata considerazione delle sacre scritture. Scopo di questo misterioso santone è quello di salvare il mondo con la diffusione del suo Verbo, rigorosamente cantando, ponendosi al di sopra di ognuno, mostrandosi estraneo a qualunque colpa, infallibile.

In altre parole, due ore e quaranta di morali spicciole, banali e trasudanti insopportabile democristianità, che il Molleggiato sciorina con una goffaggine esilarante, sotto ogni punto di vista. Innanzitutto dalla sceneggiatura, a malapena definibile tale, fatta di dialoghi sconnessi, spesso ai limiti del comprensibile, e situazioni appiccicate tra di loro con lo sputo, quasi sempre dei pretesti per forzare in gola allo spettatore dogmatiche ramanzine catto-bigotte che farebbero salire il crimine anche a Gandhi.

Ma il film non sarebbe diventato la leggenda che è se fosse solamente noioso. L'imbarazzante sceneggiatura, infatti, non è che la punta di questo pretenzioso iceberg.

Chiariamo subito la questione più importante: Celentano non solo non sa sceneggiare, ma non sa dirigere e non sa montare un film. Certo, non ho avuto il piacere di visionare le altre tre fatiche registiche del nostro, ma credetemi, questa, più le due puntate di Adrian che ho buttato giù, bastano e avanzano per convincermi dell'insindacabilità di questa mia affermazione.

Una regia che definire televisiva sarebbe farle un complimento e, soprattutto, un montaggio da attacco epilettico affossano ancora di più sotto il livello dell'umana sopportazione scene già abbastanza deliranti di per sé.

Volete vivere un'esperienza veramente mistica? Andatevi a cercare la scena in cui il nostro messia, con tanto di stigmate, irrompe in un festino all'interno di una chiesa/discoteca (avete letto bene) e, cantando in una lingua inventata, guarisce uno storpio mentre delle suore in calze a rete gli danzano intorno. Dieci minuti interminabili che riassumono perfettamente tutto quello che c'è di sbagliato in questo disastro: oltre agli evidenti problemi di gestione di ego dell'autore e le sue continue autocitazioni, quello che forse più inquieta è notare l'incredibile sessismo che impregna il tutto, con donne rappresentate per tutto il film in pose scosciate senza alcun motivo. Non fa eccezione, naturalmente, Claudia Mori, trascinata a forza dal marito per regalarci la visione dei suoi generosi seni, in un'altra delle scene più assurde del film.

E, come se non bastasse, a fare da contorno non poteva mancare una buona dose di razzismo. Basti osservare la scena d'apertura del film, con inquadrature interminabili che mostrano il protagonista percorrere un treno per poi trovarsi circondato da gente di colore che, non si capisce bene perché, lo tratta con disprezzo non appena lo vede arrivare.

Una Claudia Mori assolutamente non sessualizzata
Ma naturalmente, al di là delle sue dubbie implicazioni etico-morali e della permanente tortura inflitta alle orecchie dello spettatore, Celentano non dimentica di urtare anche la nostra vista, e pensa bene di deliziarci con costumi e scenografie kitsch che fanno chiedere in cosa siano stati spesi tutti quei soldi e, ciliegina sulla torta, coreografie talmente brutte e mal gestite da far sembrare un video dei Village People l'intero ensemble dell'Opéra di Parigi.


Tutto considerato, a voler essere costruttivi, si potrebbe riconoscere a questo film il risultato notevole, per quanto poco invidiabile, di aver fallito in ogni singolo aspetto: mal diretto, scritto in preda a deliri di onnipotenza e non, montato in modo inconcepibile, mal recitato e mal musicato.

E come se non bastasse il danno, si aggiunge la beffa (fin troppo prevedibile) dell'insuccesso commerciale, dato che Joan Lui è uno dei più grandi flop del cinema italiano, con appena 7 miliardi di lire per una delle pellicole più costose realizzate nel nostro Paese. A poco valsero i disperati tentativi della Cecchi Gori di far fronte all'imminente disastro tagliando il minutaggio del film di mezz'ora, mossa che portò un infuriato Celentano a intentare causa chiedendo e ottenendo il sequestro del film, salvo poi tagliarlo egli stesso per la versione televisiva in onda sulla Mediaset negli anni successivi.

Insomma, come accennato all'inizio di questa recensione, un vero e proprio disastro, talmente incredibile e surreale che bisogna vederlo per crederci davvero. Un po' come un incidente stradale, da cui non è possibile distogliere lo sguardo nonostante l'orrore che rappresenta.

Perché Joan Lui, esattamente come Adrian, nel suo inconsapevole orrore audiovisivo, è infine una delle esperienze più indimenticabili che uno spettatore possa vivere, in grado di regalare ilarità, noia, imbarazzo e rabbia, tutte allo stesso tempo. È uno dei peggiori film che vedrete mai, e la cosa più strana è che, forse, nemmeno ve ne pentirete.


Dati tecnici

  • Regia: Adriano Celentano
  • Anno: 1985
  • Paese di produzione: Italia, Germania Ovest
  • Casa di produzione: Cecchi Gori Silver Film, Extrafilm Produktion
  • Fotografia: Alfio Contini
  • Musiche: Adriano Celentano, Pinuccio Pirazzoli, Ronny Jackson, Gino Santercole
  • Tutto il resto: Adriano Celentano

sabato 12 febbraio 2022

FRESCO DI CELLULOIDE: NIGHTMARE ALLEY, DI GUILLERMO DEL TORO

Per la rubrica Fresco di celluloide oggi vi parlo di Nightmare Alley, alias La fiera delle illusioni, ultima fatica di Guillermo Del Toro.

Remake dell'omonimo film del 1947, eppure non si direbbe. Perché in mano a Del Toro anche una storia già raccontata appare nuova, come già ci hanno dimostrato perle come Il labirinto del fauno e La forma dell'acqua. In ogni suo film il regista messicano ci immerge in un nuovo mondo, e Nightmare Alley non fa eccezione. Fra scenografie straordinarie e suggestive, fotografia impeccabile e grandi interpretazioni (con un Bradley Cooper nel ruolo che fu di Tyrone Power), assistiamo a una parabola, l'ascesa e la caduta di un uomo che abbandona l'umiltà in favore della cupidigia.

È incredibile, per un'opera ambientata nel mondo del circo firmata da un autore che sguazza nel fantastico, ma l'irreale e la giocosità sono stavolta quasi bandite, senza nemmeno un'oncia di speranza lasciata allo spettatore una volta arrivato al finale.
E la crudezza, dell'animo ancora più che della vista, è assolutamente necessaria per un film di formazione, tra le migliori pellicole dell'anno.

E così, in attesa del suo Pinocchio, prima incursione di Guillermo nell'animazione, non posso che consigliare a tutti di correre al cinema per questa perla. A me, sicuramente, ha fatto venire voglia di recuperare il film originale.