martedì 11 luglio 2023

SOLDI SPORCHI, DI SAM RAIMI

 Chi è Sam Raimi?


Una domanda semplice ma a cui risponderemmo tutti in modo diverso a seconda della generazione a cui apparteniamo. Per alcuni, è il grande inventore che da un budget ridicolo e una produzione indipendente ha tirato fuori la trilogia della Casa, tra le più iconiche della storia dell'horror; per altri, me compreso, è prima di tutto il regista dei tre Spider-Man con Tobey Maguire, con cui negli anni 2000 ha settato i canoni per un altro genere, quello supereroistico, firmando con Spider-Man 2 uno dei migliori titoli del filone; altri ancora, addirittura, potrebbero associare il suo nome a quello di serie televisive cult degli anni '90 come Hercules e Xena – Principessa guerriera, da lui prodotte e che, nel bene e nel male, hanno segnato l'immaginario televisivo di molti di noi nati negli anni '90.

Ma quando si dà un'occhiata alla sua intera filmografia e si osserva la grande quantità di generi da lui affrontata in quarant'anni di carriera, ci si rende conto che la vera risposta alla domanda di cui sopra non può che essere una e una soltanto: Sam Raimi è un artista.

Ciò che spesso ci si dimentica, infatti, è che dopo aver mosso i primi passi nell'horror e prima di trovarsi a capo di produzioni milionarie da parte di Sony e Disney (sempre e comunque con un certo gusto) il regista del Michigan si è destreggiato con abilità nei generi più disparati, dalla commedia (l'indipendente I due criminali più pazzi del mondo, inaspettato successore del primo La casa) al western (Pronti a morire), dal thriller (The Gift) al dramma sportivo (Gioco d'amore), passando per un cinecomic di nome ma non di fatto come Darkman, pioniere e anticipatore degli exploit ragneschi del nostro negli anni 2000, anche se molto più cupo e... raimiano, passatemi il neologismo.
E tra tutte queste opere, alcune più riuscite di altre ma sempre degne di almeno una visione, quella su cui mi soffermerò oggi è quel dramma del 1998 che risponde al titolo di A Simple Plan e che noi italiani conosciamo come Soldi sporchi.

In un'atmosfera nevosa che rimanda al capolavoro Fargo dei fratelli Coen (amici di vecchia data e collaboratori di Raimi ai tempi delle sue prime regie indipendenti) il settimo film del regista ruota intorno a due fratelli e un loro amico che, durante una camminata in un bosco innevato alla ricerca di una volpe che minaccia il pollaio della fattoria di Hank, il secondogenito, trovano una borsa piena zeppa di banconote all'interno di un aereo precipitato da poco in quella zona. L'intreccio ruota attorno alla decisione da prendere, se tenersi i soldi o denunciare tutto alla polizia, e la crescente preoccupazione e tensione fra i tre non tarderà a ingigantirsi e a trasformare i loro rapporti, specialmente quello fra Hank e suo fratello maggiore Jacob, affetto da una leggera forma di disturbo dell'apprendimento.

Sam Raimi
Per la prima volta alle prese con un soggetto calato in un contesto particolarmente sobrio, Raimi si dimostra ancora una volta perfettamente in grado di adattare il proprio stile alla storia che deve raccontare, facendo per la prima volta un uso massiccio della camera fissa e affidandosi al massimo a lenti movimenti di macchina che si attaccano ai personaggi, alle loro espressioni, e descrivono perfettamente gli ambienti, mentre l'ottimo montaggio di Eric L. Beason e Arthur Coburn fa il resto.
Il tema centrale del denaro e le ambientazioni invernali non possono che far pensare a Fargo, ma un aspetto fondamentale è che qui l'ironia che permeava la pellicola dei Coen anche nei risvolti più drammatici e truculenti è completamente assente: Soldi sporchi è meno una satira nera di stampo poliziesco e più uno studioantropologico , un'analisi su come l'avidità e l'attaccamento al denaro porti inevitabilmente alla corruzione della mente umana e al deteriorarsi sempre più della propria coscienza, tanto da condurre anche il più onesto degli uomini a compiere il più immondo degli atti.
Alla fine, la borsa di soldi è un mcguffin necessario all'autore per focalizzarsi più che altro sulle azioni verso cui i soldi spingono i personaggi, in quella feroce critica allo strapotere del dio denaro sempre presente nelle opere di Raimi. Contribuisce al tutto la bravura degli attori, con un ottimo Bill Paxton in un raro ruolo da protagonista (molti di voi lo ricorderanno per i suoi ruoli secondari in molti film di James Cameron), una convincente Bridget Fonda e soprattutto un memorabile Billy Bob Thornton nel complesso e sfaccettato ruolo di Jacob, premiato giustamente con una candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Il tutto è infiocchetatto alla perfezione dalle ottime musiche di Danny Elfman, tra i principali collaboratori del regista fin dai tempi di Darkman e una delle firme più talentuose nel campo della musica per il cinema, come avrà modo di dimostrare con le sue colonne sonore per i primi due Spider-Man.

Insomma, Soldi sporchi è un neo-noir da antologia che il buon Sam Raimi gestisce con una grazia impeccabile, e, pur essendo forse tra i suoi film meno conosciuti, è uno dei tanti testamenti della sua poliedricità e del suo enorme talento, purtroppo sempre più soffocati sotto lavori su commissione e produzioni mastodontiche che piegano un autore di grande spessore alle brutali logiche del mercato.
Nella speranza in un futuro con più Soldi sporchi, Darkman, e Drag Me to Hell e meno Doctor Strange nel multiverso della follia, vi esorto a recuperare questa piccola perla, dimenticata dai più come molte altre opere del maestro.

Dati tecnici

Regia: Sam Raimi

Anno: 1998

Paese di produzione: Regno Unito, Germania, Stati Uniti d'America, Francia, Giappone

Casa di produzione: Paramount Pictures

Fotografia: Alar Kivilo

Montaggio: Eric L. Beason, Arthur Coburn

Musiche: Danny Elfman

sabato 1 luglio 2023

FRESCO DI CELLULOIDE: IL SOL DELL'AVVENIRE, DI NANNI MORETTI

Benvenuti, amici e amiche, ad una nuova puntata di Fresco di celluloide, la rubrica in cui vi parlo di film appena usciti al cinema. Sì, lo so, ci vuole coraggio da parte mia per includere in questa rubrica un film presente nelle sale già da quasi tre mesi, ma sono riuscito a recuperarlo al cinema solo pochi giorni fa, quindi meglio tardi che mai. E poi, francamente, non vedevo l'ora di farvi sapere il mio parere sull'ultimo lavoro di uno degli autori del nostro Paese che più stimo e a cui sono più affezionato, il buon vecchio Nanni Moretti.

Da un po' di anni si ha la sensazione che il cinema, nato a fine '800 come meraviglia avveniristica al limite del fantascientifico, sia diventato un'arte rivolta più verso il passato che verso il futuro. Stiamo vivendo un'epoca di nostalgia, di passatismo e di rivalutazione a tutti i costi, in cui franchise morti da anni vengono riesumati e le posizioni più alte nelle classifiche degli incassi sono riservate spesso a sequel come Top Gun: Maverick, concepiti e percepiti alla stregua di veri e propri manifesti di apologia nei confronti di contesti culturali (e superficiali) a cui guardare indietro con una glorificata nostalgia e un velo di malinconico rimpianto. Una tendenza, questa, sempre più opprimente, che non accenna a cedere il passo, che continua a catalizzare l'attenzione di un pubblico sempre più impigrito e sempre più a suo agio nell'inerzia in cui il cinema di largo consumo sembra essersi rifugiato, refrattario come mai prima d'ora a quella spinta innovativa così tanto presente ai suoi esordi.
Fortunatamente, come per tutte le cose, anche all'interno di questo panorama stagnante c'è spazio per un rovescio della medaglia. Artisti che si distinguono guardando al passato per costruire il futuro, che imparano dalla tradizione per inventare i se stessi che sono e saranno. Persino autori navigati come Quentin Tarantino, Martin Scorsese, Woody Allen, David Cronenberg hanno tirato fuori, con le loro ultime opere, qualcosa che va ben oltre il semplice rivangare un passato glorioso, che si rifanno sì al (auto)citazionismo ma che funzionano prima di tutto come potenti rivendicazioni delle rispettive poetiche in un'epoca moderna completamente diversa da quelle da cui provengono, poetiche che nonostante, anzi, grazie al passare decenni, durante i quali sono maturate ed evolute, risultano ancora più che mai attuali e di rilievo.

Ciò che è interessante riguardo Il sol dell'avvenire, ultima fatica di Nanni Moretti presentata a Cannes, è come si inserisca perfettamente in questo stesso contesto, con in più un che di sognante che la rende vicina ad uno spirito che oserei definire tarantiniano.
A 70 anni di età e dopo quasi 50 anni di carriera, l'autoreferenzialità che Moretti inserisce immancabilmente nelle sue opere raggiunge forse il culmine: il metacinema, la disillusa critica politica di sinistra, le idiosincrasie, l'amore per la musica pop italiana, tutto ritorna prepotentemente, ma mai con lo stesso identico spirito visto in pellicole precedenti. Le autocitazioni a Moretti stesso e al suo cinema sono parte integrante dello spirito dell'opera, negli attori feticcio (Silvio Orlando e Margherita Buy in primis), nelle tematiche, nella stessa presenza in scena del regista, che torna ad essere protagonista al 100% svestendosi di vecchi alias come quello di Michele Apicella, e presentandosi con il suo nome di battesimo, Giovanni, e la sua personalità.
Non è certo la prima volta, nella pluridecennale filmografia del regista, che tutto ciò avviene, ma qui sembra acquisire una valenza profondamente diversa.
Nella storia di un regista (naturalmente) che cerca di girare un film pessimista e polemico spinto da forti ideali politici si intravede l'eredità di opere precedenti come
Il caimano o Aprile, riemerge la visione spassionata e di poche speranze di Ecce bombo, permane la sferzante ironia autocritica di Caro diario, ma il tutto non è semplicemente messo in scena in virtù di una sterile retroattività. Moretti guarda dentro se stesso e dentro il suo cinema come non aveva mai fatto, e arrivati alle battute finali del film, dopo aver toccato forse il fondo con una delle scene più drammatiche ma allo stesso tempo sobrie dell'intera filmografia del regista, tutto si ribalta completamente, le carte in tavola vengono rimescolate e da un'amara riflessione sulle sconfitte, sia personali che di una grossa fetta della generazione italiana figlia degli anni di piombo, si passa improvvisamente a quello che meno ci si aspetterebbe da un artista di questo tipo, di quest'età e di questa formazione artistica e politica: un inaspettato inno di speranza, una sorta di bagliore in fondo al tunnel che rende Il sol dell'avvenire (e da qui il titolo particolarmente azzeccato) l'opera forse più positiva mai girata da Moretti.

Ed è così che alla fine, dopo un'ora e mezza pregna di riflessioni, eppure tutt'altro che pesante, il film assume un valore testamentario, si trasforma in una summa della poetica e della filosofia di una persona, prima che di un artista, una persona che mi sembra ormai di conoscere più di quanto avrei mai immaginato, nonostante lo segua da pochissimi anni.
Potrà risultarvi molto strano, e risulta strano anche a me, quanto io mi senta rappresentato dalla poetica di un uomo con più del doppio dei miei anni, ma è anche questa la bellezza del cinema di Moretti: parlando di sé, parla un po' di tutti noi, e questo è forse l'aspetto del suo cinema che meno è cambiato in tutti questi decenni.
Tutte queste mie righe e tutto il testamento cinematografico di questo autore si materializzano magnificamente nel finale del film, felliniano fino al midollo e di fronte al quale tanto gli ex ventenni che erano presenti fin dai tempi di Io sono un autarchico, sia i molti ventenni di adesso che hanno scoperto da poco la sua filmografia e che vi si riconoscono, non potranno non commuoversi ripensando ad uno dei percorsi artistici più sinceri e unici dell'intero panorama cinematografico italiano. Un percorso che ci ha dato davvero tanto e che, speriamo, non sia ancora finito.

Grazie, Nanni. Grazie di tutto.

Dati tecnici

Regia: Nanni Moretti

Anno: 2023

Paese di produzione: Italia, Francia

Casa di produzione: Sacher Film, Fandango, Rai Cinema, Le Pacte

Fotografia: Michele D'Attanasio

Montaggio: Clelio Benevento

Musiche: Franco Piersanti

venerdì 23 giugno 2023

TELE-VISIONI: TED LASSO


Tutti ne abbiamo una. LA serie. Non necessariamente la nostra serie preferita, ma quella a cui torniamo quando ci sentiamo giù, di cui non ci stanchiamo mai, che ci accompagna per un periodo che va ben oltre quello della sua messa in onda. Chiamiamola pure l'equivalente televisivo di un comfort movie, un'isola felice in cui possiamo sempre trovare rifugio, che, a seconda dell'episodio, può farci tanto da erogatore personale di risate e dopamina, quanto da lettino di psichiatra. Quella serie che fa parte della nostra vita da ormai così tanto tempo che quei luoghi, quelle vicende, quelle ambientazioni, quei personaggi sono diventati praticamente famiglia. Per quanto mi riguarda, niente a livello televisivo mi rassicura con quel senso di familiarità quanto How I Met Your Mother, senza alcun dubbio LA mia serie.

Non è certo l'unica con cui io abbia un legame emotivo molto forte (e ben più di una volta serie come Scrubs e, che ci crediate o no, South Park si sono avvicinate pericolosamente a quei livelli), e negli ultimi anni il genere sit-com (o, più generalmente, sarebbe il caso di dire comedy, termine più vago che fa al caso nostro in un periodo in cui le caratteristiche tipiche della sit-com sembrano quasi estinte) ha conosciuto una vera e propria rinascita, con prodotti diventati istantaneamente di culto come After Life, farina del sacco di un genio come Ricky Gervais, e l'italianissima Strappare lungo i bordi, creata dal fumettista Zerocalcare. Tutte commedie che hanno saputo insegnarci a ridere di quella beffarda barzelletta che è la vita, fra lacrime agrodolci e risate a denti stretti.

Se, personalmente, dovessi fare il nome di una comedy degli ultimi anni che è stata in grado di regalarmi tutte queste sensazioni, la mia scelta cadrebbe senz'altro su Ted Lasso. Originale Apple TV+ andato in onda a partire dall'agosto 2020, ha fatto immediatamente parlare di sé diventando la prima stagione più nominata della storia degli Emmy Award, premi di cui ha fatto incetta nel corso di questi tre anni (e dubito sia finita qui). All'epoca ero curioso e, sarò sincero, quasi stupito di tutto questo successo, e il motivo sta nella sua premessa: il personaggio che dà il nome alla serie, un ex allenatore di football americano sull'orlo della separazione che decide di reinventarsi nel calcio, allenando una squadra minore di Premier League, era stato creato come semplice testimonial per i promo calcistici di NBC Sports.
Avete capito bene:
Ted Lasso è tratta da una serie di spot televisivi.
Non è la prima volta che si prende dalla pubblicità per creare qualcosa di maggior respiro, e i risultati hanno sempre oscillato tra il mediocre (
Space Jam, film tratto dagli spot delle scarpe da ginnastica Air Jordan) e il pessimo (Cavemen, sit-com ABC nata da una serie di spot dell'agenzia di assicurazioni GEICO).
Eppure,
Ted Lasso ha conquistato non solo la critica, ma anche, inaspettatamente, una grossa fetta di pubblico. E adesso, a pochi giorni dal suo finale, capisco finalmente il perché.

I motivi che rendono questa serie qualcosa di più di un facile escamotage monetario basato su una proprietà già nota sono molti, e partono tutti da un nome: Bill Lawrence.
Se, come me, siete navigati di sit-com, o anche solo se siete cresciuti negli anni 2000, questo nome non dovrebbe affatto suonarvi nuovo. Già sceneggiatore freelance per prodotti irremovibili nell'immaginario collettivo anni '90 come Friends (vi ricordate l'episodio di San Valentino della prima stagione?) e La tata, crea nel 1996 Spin City, serie comica ambientata nell'ufficio del vicesindaco di New York (interpretato da Michael J. Fox nelle prime quattro stagioni), per poi lanciare nel 2001 una (non) sit-com ambientata stavolta in un ospedale e incentrata sul lavoro quotidiano di una strampalata equipe medica.
Sì, stiamo parlando proprio di Scrubs, un pezzo di televisione dallo status a dir poco generazionale in cui per la prima volta Lawrence ricopre anche il ruolo di regista (e attore) per alcune puntate.
Non dovrebbe dunque stupire come Ted Lasso, con quella premessa apparentemente così traballante, sia riuscita, in tre stagioni, a coinvolgere un pubblico così vasto e variegato, dosando abilmente leggerezza e profondità, meditando sui nostri problemi e ridicolizzandoli allo stesso tempo, e di fatto raccogliendo il testimone di Scrubs, lasciato abbandonato dal 2009 (no, la nona stagione non è mai esistita e non potete costringermi a sostenere il contrario).

Prima di tutto, vi esorto a riflettere su un dato non indifferente: questa serie è ambientata nel mondo del calcio, e l'autore di questo articolo la adora nonostante non nutra alcun interesse per questo sport dai tempi in cui collezionava le figurine dei calciatori alle elementari. Il punto di forza di Ted Lasso non sta infatti nella centralità che il calcio assume all'interno delle sue trame, né nell'accuratezza con cui viene rappresentato, ma risiede interamente sulla scrittura genuina e credibile con cui vengono descritti i personaggi che la popolano, a partire dall'omonimo protagonista: il Ted interpretato da Jason Suidekis, sulla carta, dovrebbe risultare un protagonista piatto, noioso, in cui è difficile rivedersi; è estremamente gentile, generoso, umile, in poche parole è un buono in tutto e per tutto. Eppure, è più profondo di molti altri protagonisti televisivi, anche andando a guardare i prodotti drammatici. La sua spontaneità, il suo vedere il buono negli altri ad ogni costo, l'ingenuità e la passione che lo sprona a dare il meglio nel suo lavoro (per cui tra l'altro dovrebbe essere completamente inadatto secondo ogni ragionamento razionale) sono tutti tratti che lo rendono simile al J.D. protagonista di Scrubs, un ottimista e un idealista che non si tira indietro nonostante i brutti colpi che la vita gli ha riservato e non smette di riservargli.

Perché la serie, pur conservando costantemente la sua solarità, non fugge dalla negatività, dai momenti tristi. I motivi che portano Ted a percorrere il cammino incerto in cui si trova, in un Paese straniero e lontano dalla sua famiglia, sono profondamente realistici, e potrebbero suonare familiari a molti di noi. La solitudine, la paura del cambiamento, il dover ripartire da zero, ma anche la fiducia nel prossimo, le seconde possibilità, una famiglia trovata dove meno ci si aspetterebbe, sono alla base dello spirito che anima questa e le altre serie supervisionate da Lawrence.

Il calcio è quasi un mcguffin, una scusa, un punto di partenza come un altro per raccontare, tra il serio e il faceto, quella che al suo cuore è una storia umana; non solo quella di Ted, ma di tutti gli altri personaggi che popolano il ricco ambiente dell'immaginaria AFC Richmond. Quasi tutti, per quanto secondari, hanno una storia da raccontare: dalla neopresidente della squadra Rebecca Welton (la splendida Hannah Waddingham) al campione sul viale del tramonto Roy Kent (Brett Goldstein), da Keeley Jones (Juno Temple), ex modella e PR per la società, al fantastico viceallenatore Beard (Brendan Hunt), probabilmente il mio personaggio preferito della serie, protagonista di alcuni dei momenti più folli e surreali (come l'esilarante episodio Beard After Hours della seconda stagione). A ognuno di essi, compresi i molti che non ho citato (e credetemi, sono davvero tanti e tutti interessanti), ci si affeziona, si vuole bene, ci si sente coinvolti nelle loro battaglie personali, grazie a delle caratterizzazioni tridimensionali che riescono ad evitare che il tutto cada in un facile buonismo.
Tutti, in Ted Lasso, sbagliano, compiono atti da condannare, che ci fanno arrabbiare, che ci deludono, e ogni cattiva azione viene ripagata, ma non con una punizione, bensì con una seconda possibilità. I personaggi pagano le conseguenze dei loro sbagli, e le pagano con gli interessi, ma non gli viene mai negata la possibilità della rivalsa. È una serie realistica, ma non pessimista.

Non è un caso che arrivato al finale, andato in onda un paio di settimane fa, abbia ritrovato ad accogliermi QUELLA sensazione. Quello strano sentimento dolce/amaro per il quale sono triste perché qualcosa che mi ha accompagnato per un certo periodo della mia vita giunge al termine, ma allo stesso tempo sono felice perché consapevole che è finita quando doveva finire e come doveva finire, al momento giusto, senza inutili prolungamenti e forzature narrative. La stessa sensazione di quando finisco dopo mesi un libro che ho amato, o di quando una personalità che ammiro artisticamente scompare a una veneranda età dopo una lunga, onorata carriera. La sensazione che sia stato proprio un gran bel viaggio.

Il finale di Ted Lasso mi ha fatto sentire esattamente in questo modo, ed è stato esattamente il tipo di finale che apprezzo di più: lieto sì, ma non completamente; positivo, ma non accomodante; definitivo, ma non del tutto chiuso. Un finale che, con una scelta musicale tanto scontata e prevedibile quanto efficace e per certi versi inevitabile, tira splendidamente le somme della storia, una storia dipanata senza sbavature nell'arco di tre stagioni praticamente perfette, che, grazie all'impostazione ormai standard di 10-12 episodi a stagione con una durata che va dai 30 ai 70 minuti l'uno, non lascia spazio a riempitivi, che un tempo erano la norma per dei prodotti seriali, in particolar modo le sit-com.

Ma non voglio che fraintendiate. Ted Lasso rimane comunque un'ottima serie a tema sportivo, e mai nemmeno per un attimo il calcio passa realmente in secondo piano: le partite ci sono, e vengono mostrate sempre con regie dinamiche e adrenaliniche, al punto che pure un profano come me non può che appassionarsi e sperare nella vittoria del Richmond ad ogni incontro mostrato. Se poi consideriamo che la serie è anche ricca di cameo e citazioni (nella terza stagione, ad esempio, compare un personaggio palesemente ispirato ad un famosissimo calciatore di Serie A), il tutto non può che risultare ancora più appagante per un appassionato.

Insomma, nel caso non fosse chiaro questa è una serie che va assolutamente recuperata, e che vale al 100% l'abbonamento al servizio streaming di Apple, i cui contenuti comprendono per ora esclusivamente prodotti originali e di cui Ted Lasso rappresenta una delle punte di diamante. E a proposito, ancora permeato da quel senso di positiva speranza nei confronti del futuro che ha caratterizzato il finale di serie, mi auguro che la nuova Shrinking, sviluppata da Lawrence sempre per AppleTV+, possa rivelarsi un altro successo, tanto di pubblico quanto artistico.
Del resto, come ci ricorda la parola simbolo dell'intera serie, l'importante è “crederci”.

Prima di lasciarvi, vorrei stilare una breve lista degli episodi che più mi sono rimasti dentro della serie, le perle che la rendono degna di essere vista:

  • Carol of the Bells, 2x04: come ogni serie comedy che si rispetti, anche Ted Lasso ha il suo speciale natalizio, forse il momento in cui il tema della “famiglia ritrovata” è più sentito. Alla fine di questo episodio ci si sente più buoni e si crede di più nella bontà di fondo dell'essere umano, come ogni storia di Natale dovrebbe portare a fare;

  • Beard After Hours, 2x09: già citato, ha come protagonista assoluto il coach Beard, in un'esperienza nottambula per le strade di Manchester tra l'onirico e il surreale. Tra gli episodi più divertenti, minimalista e inaspettato;

  • No Weddings and a Funeral, 2x10: sì, a mio parere la seconda stagione è molto probabilmente la migliore delle tre, e questo episodio particolarmente emotivo ne è la dimostrazione. Come si evince dal titolo, si parla di un funerale, ed è uno straordinario esempio dell'abilità degli autori di bilanciare leggerezza e intensità, oltre che di utilizzare in maniera molto efficace la colonna sonora. Se non avrete gli occhi lucidi una volta arrivati alla fine, probabilmente non siete umani;

  • Sunflowers, 3x06: la squadra si trova ad Amsterdam per un amichevole con l'Ajax, e la capitale olandese si trasforma nel perfetto palcoscenico per le vicissitudini, interne ed esterne, dei protagonisti, in particolare per Rebecca, che avrà uno degli incontri più emotivi e significatvi del suo arco narrativo. In più, contiene la scena dell'epifania di Ted sul calcio totale, geniale dal punto di vista della messa in scena;

  • So Long, Farewell, 3x12: concludo giustamente con il finale della serie, emotivamente appagante ma non banale, in cui tutte le sottotrame aperte fino ad allora trovano la loro giusta conclusione, come dovrebbe sempre essere per ogni finale, ma purtroppo non sempre è. Aperto eppure soddisfacente, praticamente perfetto.

martedì 13 giugno 2023

FRESCO DI CELLULOIDE: SPIDER-MAN: ACROSS THE SPIDER-VERSE, DI JOAQUIM DOS SANTOS, KEMP POWERS E JUSTIN K. THOMPSON

Salve amici e amiche, e benvenuti a una nuova puntata di Fresco di celluloide, la rubrica in cui do le mie impressioni su film appena usciti in sala. Dopo una decina di giorni di riflessioni, è arrivato il momento di tirare fuori la mia recensione di quello che è probabilmente il film d'animazione dell'anno: Spider-Man: Across the Spider-Verse, diretto da Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson.

Nel 2018 il mondo dell'animazione è stato scosso nelle sue fondamenta dall'uscita di quel miracolo visivo e narrativo che è Spider-Man: Into the Spider-Verse. Non solo una gioia per gli occhi e per la mente, non solo una summa totale e omnicomprensiva del mythos del personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko nel lontano 1962, ma un'opera rivoluzionaria a partire dalla sua tecnica, che ha aperto nuovi orizzonti per l'arte dell'animazione.
Ed in questi
cinque anni abbiamo potuto raccogliere gli straordinari frutti dei semi gettati dalla Sony Animation e da tutti gli straordinari artisti coinvolti nel progetto (dai re Mida dell'intrattenimento Lord e Miller alla nostra Sara Pichelli): dalla Fortiche Production con Arcane, alla Dreamworks col Gatto con gli stivali 2, passando per la stessa Sony con I Mitchell contro le macchine, tutti si sono gettati a capofitto nella nuova moda del cel-shading, quasi sempre con risultati notevoli, oltre che impensabili fino a pochissimi anni fa, nonostante la tecnica esistesse già da un po'.

Adesso, dopo quello straordinario esperimento rivelatosi riuscito oltre ogni più rosea aspettativa, la Sony Animation prosegue il suo cammino di redenzione dalle stalle alle stelle con Across the Spider-Verse, l'inevitabile sequel che a pochi giorni dalla sua uscita ha già frantumato record e record di incassi. Cambiano i registi, ma la sceneggiatura, con Lord e Miller saldi al timone, continua ad esplorare ed espandere il ragnoverso con personaggi (vecchi e nuovi) intriganti, dinamiche appassionanti e la solita tempesta di citazioni, non solo al fumetto, ma a un po' tutte le incarnazioni precedenti del Ragno (la mia preferita, una sottile stoccata all'Amazing Spider-Man di Marc Webb). Naturalmente, il team di creativi si supera anche per quanto riguarda l'aspetto visivo: stiamo parlando di un'opera ancora più spettacolare, con una serie di ardite e fantasiose soluzioni visive e gli stili più disparati che tinteggiano tutti questi universi con una varietà e intensità che a tratti tolgono davvero il fiato e che, come una sorta di leitmotiv visivi, accompagnano personaggi, temi, rapporti. Nulla è lasciato al caso, e ci vorrebbero decine di visioni per cogliere ogni sfumatura, ogni riferimento, ogni pepita creativa disseminata in questo sterminato campo di narrazione, una vera e propria distesa di immaginazione che potremmo paragonare al brano più criptico di un cantautore, che tra le parole cela analogie, intertestualità, simbolismi che solo dopo decine di ascolti arrivano davvero alle orecchie e alla mente del fruitore.

Va detto che nonostante dei character design straordinari e variegati (penso in particolare a Spider-Punk o all'Avvoltoio rinascimentale) e un'esplorazione più approfondita di Gwen Stacy, forse il mio personaggio preferito di questi film, a mio modesto parere questo secondo capitolo non raggiunge esattamente i vertici di grandezza del primo. Sarà per l'esaurimento dell'effetto sorpresa, ma continuo a considerare l'originale una spanna sopra a questo pur ottimo secondo capitolo. O meglio, mezzo capitolo.


Già, perché Across the Spider-Verse Part One, questo il titolo con cui l'opera era stata inizialmente annunciata, è solo un primo tempo, che chiude i giochi proprio nel mezzo della tensione e rimanda la conclusione alla seconda parte, in uscita tra 8 mesi e che avrà come titolo l'accattivante Beyond the Spider-Verse. È per questo che non mi sento (per ora) di fare un paragone tra il fenomenale Kingpin del primo film e il villain del seguito. È ancora troppo presto, e toccherà attendere il secondo tempo per poter dare un giudizio definitivo.

Tuttavia, se piove di quel che tuona, trovo altamente improbabile che rimarrò deluso da Beyond the Spider-Verse, vista l'eccellente perizia nella gestione di questo primo (mezzo) sequel. Si ha ormai la sensazione, ed è qualcosa che noto un po' in tutti gli altri spettatori, che la Sony Pictures Animation non sia più in grado di sbagliare. Ed è forse questo il traguardo più impressionante raggiunto dal miglior film su Spider-Man mai fatto (sì, credo siano riusciti a scalzare persino quel capolavoro che è Spider-Man 2 di Sam Raimi), quello di essere riusciti a donare la credibilità ad uno studio in precedenza noto al grande pubblico come “quello del film delle emoji”, o , al massimo, come una fabbrica di innocenti film per famiglie come Piovono polpette o Hotel Transylvania.

Se lo studio d'animazione della Sony riuscirà a mantenersi su questi livelli lo dirà il tempo, e se sarà effettivamente così il futuro, tanto dello studio quanto del cinema animato, ci riserverà decisamente molte gradite sorprese.

Dunque, che voi siate fan dell'Uomo Ragno o no, che siate appassionati di fumetto o di cinema o nessuno dei due, che siate bambini o adulti, correte al cinema, finché potete, ad ammirare questo spettacolo nel solo posto che può rendergli pienamente giustizia: la sala.

A presto! 


Dati tecnici 

Regia: Joaquim Dos Santos, Kemp Powers, Justin K. Thompson 

Anno: 2023 

Paese di produzione: Stati Uniti d'America 

Casa di produzione: Sony Pictures Animation, Coumbia Pictures 

Musiche: Daniel Pemberton


domenica 28 maggio 2023

TELE-VISIONI: BETTER CALL SAUL


Credo sia stato il 2017 quando mi approcciai per la prima volta a Breaking Bad. Di serie ero ancora praticamente a digiuno e, salvo una manciata di sit-com qua e là, non avevo ancora fatto il grande salto. Quel salto che ti fa passare dalla normale programmazione Mediaset del pomeriggio alle Serie, quelle con la S maiuscola.
Non sono sicuro se il capolavoro televisivo di Vince Gilligan fu effettivamente il mio primo grande salto o se fu preceduto da un'altra pietra miliare come Twin Peaks o da una Game of Thrones ancora sopra la soglia del guardabile. In ogni caso, credo di poter dire con tranquillità che il mio rapporto iniziale con Breaking Bad è stato lo stesso di tutti voi che state leggendo: attirato dalle lodi, l'ho cominciata (con colpevole ritardo) e già dopo pochi episodi non riuscivo a staccarmene. I personaggi, la regia, la fotografia, la scrittura assolutamente perfetta ne facevano una delle storie meglio raccontate che, ancora oggi, io abbia mai fruito.

Morale della favola: in pochi mesi l'avevo vista tutta, ed è entrata a pieno diritto tra le mie serie preferite in assoluto. In questi anni ho recuperato molte altre perle televisive che ho adorato, dai Soprano a Lost, da Scrubs a The Office, ma nessuna di queste ha mai scalzato Breaking Bad dal suo podio.

Poi, nel 2020, mi decisi finalmente a cominciare Better Call Saul, perplesso come tutti della buona riuscita di uno spin-off tratto da una serie così perfetta e con un'attenzione così maniacale alla sua narrazione. Il mio tipico scetticismo nei confronti di operazioni del genere mi faceva temere che sarebbe stata una semplice spremitura di un franchise di successo, come in parte era stato con El Camino, film televisivo sul personaggio di Jesse Pinkman tanto godibile quanto non necessario.

E adesso, dopo due anni di visione, due anni intensi fatti di tensione da pelle d'oca costante, fragorose risate e pugni allo stomaco, dopo sei stagioni di (de)costruzione di un personaggio di cui pensavo di sapere già tutto ciò che avevo bisogno di sapere, posso affermarlo con assoluta e risoluta certezza: non solo Better Call Saul, co-creata da Gilligan insieme a Peter Gould, è uno spin-off perfettamente degno dell'originale, ma è probabilmente uno dei migliori spin-off della storia della televisione.

Prima di motivare questa mia forte affermazione, c'è una domanda inevitabile da porci: cosa rende uno spin-off qualcosa di valido? La storia della televisione non manca certo di esempi, la maggior parte dei quali tristemente noti, ma se pensiamo che serie come I Jefferson, Star Trek - The Next Generation e Otto sotto un tetto sono tutte spin-off di altri prodotti di successo di altrettanta importanza, è facile rendersi conto di come in realtà siamo circondati da questo fenomeno fin dagli albori della televisione.

Per rispondere alla domanda, la prima qualità che uno spin-off dovrebbe avere per quanto mi riguarda è chiara: uno scopo.

Per quanto ne sapevamo, quello che vedevamo del carismatico Saul Goodman in Breaking Bad poteva tranquillamente bastare: un furbo e truffaldino avvocato dedito ad affari con personaggi non esattamente limpidi, che si associa a Walter e Jesse aiutandoli a gestire la loro attività criminale, naturalmente dietro lauto compenso. Un personaggio che svolgeva perfettamente, all'interno del microcosmo televisivo creato da Gilligan, un ruolo tipico non solo del linguaggio televisivo, ma spesso anche di quello cinematografico, a cui più volte BB è stata accostata: quello della spalla comica. Il comic relief ha un ruolo fondamentale nella finzione drammatica, serve a spezzare la tensione, a risollevare gli animi quando le situazioni si fanno troppo estreme e gli spettatori hanno bisogno di una boccata d'aria, e Saul, seppur intriso della nera ironia tipica della scrittura di Gilligan e soci, era in questo senso un pezzo essenziale e funzionale di questo fantastico mosaico. Insomma, il poco che sapevamo sul suo conto bastava eccome a renderlo uno dei personaggi più amati dal pubblico, nonché, tra l'altro, il mio preferito dell'intera serie.

Tra le leggi della televisione più sacre, ma anche tra le più violate, c'è quella secondo la quale porre il comic relief al centro dell'azione, facendolo protagonista anziché comprimario, sarebbe un madornale errore, poiché estrapolandolo dal suo contesto di secondarietà e di supporto rischierebbe facilmente di risultare snaturato e fastidioso. Pensate a quello che è successo a Joey Tribbiani, tra i personaggi più amati di Friends, fonte inesauribile di gag ma al tempo stesso dolce, sensibile e leale, trasformato in una rozza parodia di se stesso nello spin-off a lui dedicato, Joey.

Ma ciò che salva Better Call Saul dalla mediocrità è, appunto, il suo scopo: non è un sottoprodotto di Breaking Bad, ne è una naturale propaggine narrativa. In un mondo in cui sembra non esserci spazio per nient'altro che “universi” narrativi, dall'apparentemente infinita epopea Marvel a realtà simili del piccolo schermo (pensiamo al cosiddetto Arrowverse della CW, scaturito da serie come Arrow e The Flash), una serie come questa, che si incastra (quasi) perfettamente come il pezzo di un puzzle all'interno del tessuto narrativo del suo illustre predecessore, senza mai apparire forzata o ingiustificata, non è altro che un vero e proprio miracolo. Piuttosto che un claudicante castello di carte sempre più a rischio di crollare ad ogni aggiunta abusiva alla sua precaria struttura, situazione a cui il pubblico di massa si sta sempre più abituando, Better Call Saul rappresenta un capitolo in più, delle pagine nascoste fra le pieghe di una storia ancora non raccontate, ancora tutte da scoprire. Che un personaggio come Saul Goodman nascondesse molta storia non detta si intuiva fin da subito, grazie alla scrittura densa di sottotesti a cui Gilligan e il suo team ci avevano abituato fin da subito, ma nessuno di noi poteva immaginare quanto quel terreno inesplorato della continuity fosse vasto, e sopratutto quanto valesse la pena di essere raccontato. Il personaggio di Saul, quel simpatico comprimario che pensavamo di conoscere così bene, viene sviscerato a fondo, prima di tutto svelandone la sua vera identità, quella di Jimmy McGill: carismatico, azzardato e sicuro di sé quando è camuffato da una miriade di identità fittizie (da Slippin' Jimmy a Gene Takavic, passando addirittura per Kevin Costner), Jimmy non è altro che un uomo insicuro, fragile, incapace di essere soddisfatto di se stesso, costantemente dipendente dall'approvazione delle persone che più hanno segnato la sua vita.

Nel magnifico cult Trainspotting di Danny Boyle, il sociopatico Frank Bagbie veniva descritto con questa frase: “Bagbie non si faceva di droga; lui si faceva di gente”. Lo stesso potremmo dire di Jimmy, visti i rapporti turbolenti e insani che costellano la sua esistenza e che lo hanno portato alla sua “onorata” carriera: dal perenne muro di rivalità e rancore fra lui e suo fratello maggiore Chuck (interpretato da Michael McKean, comico rivelatosi grandioso in un ruolo drammaticissimo) alla relazione tossica al limite della co-dipendenza che lo lega alla sua amica, poi fidanzata e infine moglie Kim Wexler (una straordinaria Rhea Seehorn), Jimmy sembra destinato non solo all'autodistruzione, ma alla disintegrazione di tutto ciò che tocca, di tutto ciò che nella vita potrebbe renderlo felice.

Potrei andare avanti per pagine e pagine a descrivere la psicologia di Jimmy McGill e dei fantastici personaggi che lo circondano, tanto quelli nuovi quanto quelli già conosciuti in Breaking Bad (Mike Ehrmantraut in primis, di cui scopriamo molto di più), ma il punto a cui voglio arrivare è questo: Jimmy/Saul è un personaggio dallo stesso spessore di Walter White, di cui, anzi, costituisce il perfetto contraltare. Se Jesse Pinkman era fondamentalmente una vittima degli eventi, Walt rappresentava la discesa volontaria di un uomo nel baratro dell'illegalità, arrivando a rivelare il peggior lato di se stesso, sepolto da tempo immemore ma sempre presente, in attesa che la vita gli serva l'occasione giusta per fuoriuscire; Jimmy, dal canto suo, sembra una figura molto più innocente, che si macchia di reati molto gravi ma che non supera mai una certa linea di demarcazione, linea che Walter White, barricato dietro la scusa di voler aiutare la sua famiglia, calpesta e supera più volte, mostrando sempre meno scrupoli. Jimmy fa quello che fa perché non ha altra scelta, perché la vita “civile” l'ha sempre preso a pesci in faccia, e l'unico modo per sentirsi vivo è vivere sul filo del rasoio, al limite della legalità.
Al contrario di Walt, con cui lo spettatore empatizza all'inizio ma che si ritrova spesso a odiare, Jimmy non è mai completamente colpevole delle sue malefatte: molte volte, nel corso delle sei stagioni della serie, cerca di cambiare, di redimersi, di prendere la decisione giusta, ma ogni volta che si mostra un minimo vulnerabile ecco che la vita torna a pugnalarlo alle spalle, che sia sottoforma di suo fratello, o del suo capo, o di chiunque altro. Al punto che quando le sue azioni superano veramente il limite, arrivando a causare inavvertitamente la morte di un personaggio innocente, più che un senso di odio quello che si prova è un senso di impotenza, di disperazione, di riluttante rassegnazione per una tragedia che, ne siamo certi, poteva tranquillamente essere evitata. L'odio si avverte più che altro per le ingiuste implicazioni che hanno trascinato Jimmy nella posizione in cui si trova, che lo ha reso una vittima, un fuscello in balìa del vento.
La sorte sua, di Chuck, di Nacho Varga, di Howard Hamlin e di tutti i personaggi che incontra sul suo cammino, è frutto non di una sua deliberata meschinità, ma del suo tentativo di avere un proprio riscatto, una consolazione per non essere riuscito a dimostrare, a se stesso prima di tutto, di essere molto più di quello che gli altri hanno sempre dipinto, rappresentato da elementi iconici come i completi variopinti e i macchinosi spot pubblicitari destinati alle TV locali del New Mexico.

E così, una volta arrivati al finale di serie, tra i più intensi che io abbia mai visto, è impossibile non rendersi conto di come uno scopo, Better Call Saul, l'abbia avuto eccome. A rimanere con noi, una volta conclusa la visione, è la consapevolezza di aver assistito ad una tragicommedia umana che forse, per certi versi, è ancora più amara di quella grandiosamente narrata in Breaking Bad, perché non meritata, non giustificata, ingiusta. Sia Walt che Jimmy, alla fine, hanno avuto quello che si meritavano, pagando per le proprie colpe ognuno a modo loro, in modo equo.
Ma, laddove Walter White ha avuto una fine ingloriosa, ormai estraniato dai suoi affetti e con il peso insostenibile di decine di morti e altre nefandezze sulla coscienza, la fine riservata a Jimmy ha un che di eroico. Quando i crediti iniziano a scorrere sul bianco e nero di quell'ultimo episodio, quella che ci accoglie è una sensazione sì di amarezza, ma anche, incredibilmente, di ottimismo. Una speranza che forse, al contrario In quello che si poteva trarre da Breaking Bad, le persone possono cambiare, anche quando non ce l'aspettiamo.

mercoledì 22 marzo 2023

MONSIEUR VERDOUX, DI CHARLIE CHAPLIN

 “Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane
   Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”.

(Nella mia ora di libertà, Fabrizio De André)


Charlie Chaplin è tante cose, ed è stato definito in tanti modi. Probabilmente la definizione più calzante, e che riassume in sé tutto quanto si è detto su questo artista, è quella di uno dei più grandi uomini di cinema del XX secolo.

Di origini umili, nato e cresciuto in ambienti di teatro vaudeville, ha conquistato il pubblico fin da subito col suo personaggio di Charlot (o meglio, “the tramp”, il vagabondo), con una serie di comiche di grandissimo successo fin dagli anni '10, agli albori del cinema. Col capolavoro Il monello, del 1921, inizia la sua gloriosa incursione nei lungometraggi, ed è qui che l'aspetto critico che era sempre stato presente sullo sfondo dei suoi corti diventa manifesto, anzi, diventa la vera e propria linfa vitale di una poetica cinematografica che è diventata seminale per l'intera commedia americana a venire. Se un genio come Pirandello sosteneva che la comicità nasce sempre da una qualche forma di tristezza, quale esempio migliore di un senzatetto che cerca di sopravvivere in una società fortemente divisa (all'epoca più che oggi) in classi, costantamente alla ricerca di lavori saltuari e di espedienti per potersi guadagnare il pasto quotidiano?

E proprio questo senso di tristezza, fil rouge indissolubile di cinquant'anni di comicità, raggiunge forse il suo apice in Monsieur Verdoux, ottavo lungometraggio di Chaplin, nato da uno scambio di idee con un altro genio della settima arte, quell'Orson Wells che aveva completamente riscritto le regole del gioco pochi anni prima con Quarto potere, forse il film più innovativo mai girato fino a quel punto.
Dopo aver ridicolizzato il totalitarismo col suo capolavoro
Il grande dittatore, uscito in piena Seconda Guerra Mondiale, proprio quando gli orrori razziali cominciavano ad essere noti al di fuori dei confini dell'Asse, Chaplin torna a guerra finita con una stoccata acida e disillusa sulle condizioni in cui l'Europa si ritrovava nei primi anni del secondo dopoguerra, mascherando il tutto da commedia nera (molto nera per l'epoca) liberamente ispirata alle vicende del serial killer Henri Landru.
L'azione si sposta nella Francia a cavallo delle due guerre mondiali, ma la critica al mondo del 1947 è inequivocabile. L'ex Charlot interpreta per la prima volta un cattivo, anche se risulta difficile per lo spettatore etichettarlo completamente come tale: Monsieur Verdoux è un esempio di ciò che la disperazione causata dalla fame può fare a una persona, una persona buona piegata dalla barbarie del mondo e costretta a quella stessa barbarie, tutto esclusivamente per poter sopravvivere.

Orson Welles e Charlie Chaplin, due geni a confronto

In poche parole, stiamo parlando di uno dei film più sottovalutati di Chaplin, nonché probabilmente il più pessimista. Non è un caso che, nonostante un National Board of Review come miglior film e una nomination all'Oscar per la miglior sceneggiatura, è proprio a partire da questo film che l'avversione da parte della critica americana nei confronti del regista e attore si acuisce maggiormente, culminando, nel 1952, con la sua estradizione definitiva dal suolo americano, di cui non era cittadino nonostante vi abitasse da decenni. Le accuse furono di antiamericanismo e simpatie comuniste, e Chaplin fu solo una delle tante vittime della caccia alle streghe maccartista che per lungo tempo privò Hollywod di alcuni dei suoi autori più importanti. Alle sue persecuzioni politiche e artistiche in terra statunitense, l'autore si ispirerà per il suo Un re a New York, del 1957, ma di quello vi parlerò magari in futuro.

Monsieur Verdoux è, per questi e altri motivi, una vera e propria perla che non ha minimamente perso di lucentezza nonostante i suoi quasi 80 anni. 


Dati tecnici 

Regia: Joaquim Dos Santos, Kemp Powers, Justin K. Thompson 

Anno: 2023 

Paese di produzione: Stati Uniti d'America 

Casa di produzione: Sony Pictures Animation, Coumbia Pictures 

Musiche: Daniel Pemberton



domenica 29 gennaio 2023

I MIGLIORI FILM DEL 2022


Amici e amiche, buon anno! È con grande piacere che anche questo gennaio vi presento l'immancabile resoconto dei migliori film (secondo me) dell'anno appena trascorso, come si confà a ogni pagina o blog di cinema che si rispetti. E anche se non raggiungerò il livello di attenzione che sicuramente avrà il tradizionale Meglio e Peggio del buon Frusciante o l'autorevolezza dell'annuale lista di Cahièrs du Cinéma, spero che mi farete sapere con i vostri commenti se siete d'accordo o se mi volete morto per aver escluso alcuni film che vi piacciono o averne incluso altri che reputate non meritevoli.
A questo proposito, anche stavolta è d'uopo fare alcune premesse: quest'anno, rispetto al 2021, ho potuto frequentare i cinema con una frequenza molto inferiore, quindi mi sono perso alcuni grossi titoli che sono stati osannati dalla critica e che probabilmente troverete in tutte le altre classifiche annuali, ma non qui. Per cui, se notate grandi assenti è perché, semplicemente, non ho avuto ancora modo di vederli. Detto questo, alcuni film che invece ho inserito in questa lista (che, vi ricordo, è stata redatta in ordine rigorosamente sparso) sono usciti originariamente nell'anno solare 2021, ma ho deciso comunque di introdurli perché arrivati Italia solo a 2022 inoltrato.

Fatti i preamboli, cominciamo! Questi sono i film migliori del 2022 secondo il sottoscritto.


Licorice Pizza, di Paul Thomas Anderson


Iniziamo alla grande, con il ritorno di uno dei miei autori preferiti, che a quattro anni di distanza dallo splendido Il filo nascosto, tira fuori a mio parere uno dei cinque migliori film della sua carriera. Uscito a novembre 2021, giusto in tempo per la stagione delle premiazioni (portandosi a casa ben poco), è arrivato in Italia a marzo, con una distribuzione a dir poco criminale che purtroppo non mi ha permesso di godermelo in sala.

Polemiche a parte, Licorice Pizza è forse il film che riassume meglio la poetica ormai quasi trentennale di un autore come Anderson. Gli anni'70, un amore non convezionale, le passioni giovanili: tutto si incastra magnificamente in un'opera nostalgica, ottimista, ma filtrata attraverso il velo intimista e malinconico di un cinquantenne che rappresenta un'altra epoca, quella della sua giovinezza, con candore e apparente semplicità. Lo stesso titolo del film, quelle due parole che a noi appaiono enigmatiche, rimandano in realtà ai vecchi negozi di dischi (le “pizze di liquirizia” sono i vinili), quanto di più lontano, anacronistico e romantico per il mondo digitale e, oserei dire, freddo in cui ci troviamo a vivere.

Una cornucopia di carrellate e steadycam testimoniano la tecnica ormai superlativa raggiunta dal regista losangelino, i cui tratti distintivi riscontrabili già nelle sue prime opere (Boogie Nights e Magnolia in particolare) sono portati ormai alla perfezione stilistica. E il tutto, come sempre nella filmografia di PTA, rigorosamente al servizio delle atmosfere, delle emozioni e del delineamento degli splendidi caratteri, maggiori e minori, che popolano il microcosmo altmaniano che circonda il giovane Gary e la sua amata Alana, portati in scena splendidamente anche grazie a degli straordinari interpreti, Cooper Hoffman e Alana Haim, entrambi esordienti, figlio del compianto Philip Seymour il primo, cantante indie la seconda.
In una cornice anni '70 decantata ma mai glorificata i due protagonisti affrontano la loro burrascosa relazione (sempre se tale si può defnire) fra materassi ad acqua,
pinball machine e succulenti riferimenti tanto musicali quanto cinematografici: gli echi di capolavori come American Graffitti e Taxi Driver sono a tratti sottili, a tratti espliciti, e il modo magnifico in cui Life on Mars? di David Bowie è inserita all'interno della narrazione non me la farà ascoltare mai più allo stesso modo.

Insomma, Paultommasone si riconferma tra i più grandi autori americani in circolazione, e la sua ultima fatica non può che stagliarsi fra le migliori uscite cinematografiche dell'anno.
Da vedere e rivedere per coglierne tutte le sfumature.


Apollo 10 e mezzo, di Richard Linklater


Se guardiamo al fronte animazione dal punto di vista delle grandi major, il 2022 è stato un anno piuttosto deludente. La Pixar ha tirato fuori due film molto diversi come Red e Lightyear (discreto e abbastanza creativo il primo, dimenticabile e forzato il secondo), che non hanno raggiunto la bellezza dei precedenti Soul e Luca, mentre la Disney ha dato alla luce il suo sessantunesimo classico Strange World, che non ho ancora visto. Chissà, magari ne parleremo in occasione della lista dell'anno prossimo... ma ho i miei dubbi. Non ho potuto (leggasi “voluto”) visionare nemmeno l'ultima fatica di casa DreamWorks, niente po' po' di meno di un sequel del Gatto con gli stivali... sarò lieto di sbagliarmi, ma non credo di essermi perso granché. Infine, avrei voluto tanto parlare in questa sede di Belle di Mamoru Hosoda, ma ahimè, ovviamente, me lo sono perso in sala.

Tuttavia, se guardiamo oltre i soliti studi blasonati, la palma d'oro di mio film d'animazione preferito dell'anno (almeno per ora) spetta sicuramente a Apollo 10 e mezzo, con cui il grande Richard Linklater torna a utilizzare il rotoscopio dopo i suoi felicissimi esperimenti con Waking Life e A Scanner Darkly. Raccontando una storia ancora più autobiografica del solito, il regista texano riesce nel compito non semplice di farci provare nostalgia per un'epoca che io e quelli della mia generazione non abbiamo mai vissuto: gli anni '60, la corsa allo spazio nell'America post Kennedy e i climi competitivi da Guerra Fredda. Anni estremamente contraddittori per la società statunitense, che Linklater, pur descrivendo con l'affetto e la sincerità naif tipica dei ricordi d'infanzia, rappresenta con grande autenticità, pur attraverso lo sguardo innocente del se stesso bambino. L'io narrante, con la voce affidata ad un Jack Black sorprendentemente adatto al ruolo, si concentra poco sull'effettiva storia e molto di più sulla sua cornice, indugiando sulla descrizione delle abitudini, delle sensazioni, delle piccole cose che hanno costruito l'infanzia del protagonista (e dell'autore stesso).

Apollo 10 e mezzo è forse il film più intimo di uno dei cineasti più interessanti e influenti del cinema americano post-anni '80, ulteriore conferma che qualsiasi sua produzione merita sempre di essere tenuta d'occhio.


Crimes of the Future, di David Cronenberg


Lo so, altra scelta scontata, ma che posso farci? Stiamo parlando del ritorno sul grande schermo del maestro David Cronenberg dopo otto anni di assenza, e non so dirvi l'emozione che ho provato nel poterlo vedere al cinema, soprattutto considerando la distribuzione estremamente scarsa che ha avuto nel circuito delle sale. Un vero evento, insomma.

Quasi un decennio dopo il meraviglioso Maps to the Stars, il re indiscusso del body horror è tornato sui suoi passi, regalandoci una perla rara reminescente dei suoi primi lavori (il titolo, non a caso, è lo stesso di una delle sue prime pellicole, della quale però non costituisce un remake). Descrivere un'opera come Crimes of the Future non è un'impresa facile, com'è non fè facile rendere a parole la maggior parte della filmografia cronenberghiana. Forse il modo migliore per parlarne senza rivelare troppo e rovinare l'esperienza è proprio in relazione ai lavori che l'hanno preceduta.

Cronenberg torna al cinema quest'anno nel modo migliore, cioè riportando la sua attenzione allo stravolgimento del corpo, più dichiarazione filosofico-sociale che mero mezzo per disgustare e inquietare. I tempi sono dilatati, l'azione è ridotta al minimo, e a trasmettere le vibrazioni care all'autore canadese sono, naturalmente, la straordinaria costruzione delle immagini, dove regia e scenografia si compenetrano e si fanno l'una completamento dell'altra, e le musiche, ennesimo felice risultato della collaborazione tra il maestro e il grande compositore Howard Shore, presenza salda fin dai tempi del magnifico The Brood.
Le grandiose interpretazioni di Viggo Mortensen e Léa Seydoux fanno il resto, e persino un'attrice come Kristen Stewart, che ho sempre trovato insopportabile persino in
Café Society di Woody Allen, riesce a fare un buon lavoro.

L'ennesima disquizione, morbosa quanto affascinante, sul corpo umano, sull'evoluzione, sul rapporto tra tecnologia e organismo, sul fare del proprio corpo (tannto all'esterno quanto all'interno) una vera e propria forma d'arte: in altre parole, il grande cinema di David Cronenberg, che anche solo sulla fiducia si guadagna un posto in questa umile lista.
Non siamo degni.


The Batman, di Matt Reeves


Diciamo la verità, se l'anno scorso il film evento è stato sicuramente il Dune di Denis Villeneuve, l'unico blockbuster che quest'anno gli ha tenuto testa (e l'aveva già fatto a livello di attesa) è Avatar 2, che ha segnato il ritorno dietro la macchina presa di un altro gigante della fantascienza, James Cameron. E ho la sensazione che torneremo a parlarne in questi lidi, chissà, magari nella classifica dell'anno prossimo...
Ma se devo scegliere un solo
blockbuster di puro intrattenimento che si è stagliato al di sopra della solita brodaglia supereroistica che ogni anno infesta le nostre sale (e, mi dispiace dirlo, Sam Raimi non è riuscito a fare molto meglio col suo Doctor Strange) è sicuramente The Batman.

Parliamoci chiaro, la nuova (leggasi “ennesima”) reincarnazione dell'eroe DC non è affatto esente da difetti, ma delle evidenti facilonerie di sceneggiatura non intaccano troppo quello che è chiaramente un ottimo film d'intrattenimento, che Matt Reeves, reduce dagli ultimi due capitoli della nuova saga del Pianeta delle scimmie, confeziona sapientemente riuscendo a gestire benissimo quello che a conti fatti è un vero e proprio neo-noir. Avevamo già avuto ben due noir con Batman grazie a quell'uomo meraviglioso che è Tim Burton, ma qui ogni venatura ironica, ogni aspetto vagamente positivo viene eliminato, a favore di una detective story ben congegnata e un'atmosfera mutuata direttamente da esempi come Ridley Scott (la pioggia perenne non può non far pensare a Blade Runner) e David Fincher (l'ispirazione a Zodiac è evidente, come in parte quella a Seven, che a sua volta riprendeva a piene mani le atmosfere piovigginose del capolavoro di Ridley Scott).

In una Gotham City talmente dannata che in confronto quella dei film di Nolan sembra Topolinia, assistiamo alla parabola di un Bruce Wayne al limite della sua violenza ed autocommiserazione, interpretato in modo molto convincente da un Robert Pattinson che gioca di sottrazione, centrando appieno quello che è il personaggio. Perché, e questo è forse il pregio più grande, non è da sottovalutare come questa sia forse l'incarnazione che cattura più fedelmente lo spirito del fumetto. Innanzitutto, i personaggi comprimari sono quasi sempre azzeccati, in particolare un ottimo Paul Dano Enigmista, la cui ispirazione sembra più legata al ciclo di Hush di Jeph Loeb e Jim Lee, e una Zoe Kravitz Catwoman palesemente tirata fuori dalla milleriana Anno 1; la presenza della mafia a Gotham, incarnata dal personaggio interpretato dal grande John Turturro, è opprimente come dovrebbe essere e soprattutto, finalmente, l'aspetto investigativo è al centro della storia, come è sempre stato nel fumetto fin dalla sua genesi, non a caso sulla testata Detective Comics. Uniamo il tutto a una regia notevole, specie nelle scene d'azione, delle ottime musiche di Michael Giacchino e una fotografia cupa senza bisogno di desaturare tutto modello Snyder, e otteniamo quello che è sicuramente uno dei migliori film di Batman mai realizzati, che personalmente colloco per gradimento personale al di sopra dell'intera trilogia di Nolan e al di sotto delle due splendide opere burtoniane.

The Batman è stato ovviamente un grande successo, diventando il quinto maggior incasso dell'anno, e non stupisce che sequel e spin-off vari siano già in cantiere. Facciamoci il segno della croce e speriamo che il buon Matt Reeves riesca a tenere su la baracca, fragile come per quasi tutti i franchise al giorno d'oggi.


Il mostro dei mari, di Chris Williams


È vero, pochi paragrafi fa ho definito deludente l'animazione di largo consumo di quest'anno, ma sono lieto di annunciarvi che c'è un'eccezione eclatante: Il mostro dei mari è una deliziosa, divertentisima avventura piratesca, gestita nei minimi particolari da Chris Williams, tra gli artefici di molti classici Disney moderni come Big Hero 6, ma la casa del Topo non ha niente a che vedere con uno dei migliori prodotti animati dell'anno, relegato purtroppo allo streaming. Si tratta infatti di una co-produzione Netflix Animation/Sony, nonché a mani basse la miglior regia di Williams, che dimostra una perizia tecnica invidiabile in ogni inquadratura. L'ottimo lato tecnico sostiene alla perfezione una sceneggiatura rivolta a bambini e ragazzi, ma tutt'altro che banale, che dosa sapientemente leggerezza e addirittura stimoli politici semplici ma manifesti, in modo naturale e totalmente coerenti con la storia narrata. Un'opera di alto intrattenimento, con un sapore che la accomuna alle opere di Stevenson, di Salgari, o di Melville, sicuramente ispiratrici di questo ottimo soggetto marinaresco adatto a tutta la famiglia. Veramente divertente!


C'mon C'mon, di Mike Mills


Per quanto riguarda il campo del cinema (semi)indipendente, ci tenevo a includere in questa lista un altro film uscito nel 2021, precisamente a novembre, ma arrivato in Italia solo ad aprile.

C'mon C'mon è un dramma introspettivo diretto da Mike Mills e prodotto da quella fabbrica delle meraviglie che è la A24, che segue un reporter radiofonico in giro per gli Stati Uniti che si ritrova a badare al nipote di 9 anni. L'esile trama non è che un pretesto per una riflessione sulla vita, sul percorso finora compiuto tanto dal protagonista (un vulnerabile, fantastico Joaquin Phoenix agli antipodi rispetto alla sua istrionica interpretazione di Joker), quanto dall'umanità intera; il quarantenne Johnny, reduce da una relazione fallita e la morte della madre, intervista ragazzi da varie città americane dando loro la parola sul futuro e sulle loro speranze, il tutto mentre il piccolo Jesse, il figlio di sua sorella Viv, affronta i suoi problemi familiari legati principalmente ai problemi mentali del padre. Il film è quanto di più lontano dal classico drammone progettato più che altro per attirare premi, è un profondo dibattito con lo spettatore, veicolato attraverso una piccola, normale esperienza familiare che mette al centro le emozioni, infantili e adulte, ma che sembrano tutte al 100% reali.
La sceneggiatura di Mills gioca sul non detto, la fotografia si avvale del bianco e nero, la recitazione è sorretta dagli sguardi. I dialoghi sono semplici ed estremamente naturali, anche perché tutte le interviste che vediamo sono assolutamente autentiche, sono le vere sensazioni e i veri pensieri dei giovani americani immortalate in un'opera che sembra parlare di e per tutti noi.

Mike Mills e la A24 ci regalano una fotografia su piccola scala dei nostri tempi, attraverso un cast di personaggi ridotto all'osso, location urbane affatto artificiose e musiche minimaliste. Decisamente tra i migliori film dell'anno.


The Northman, di Robert Eggers


Robert Eggers è sulla bocca di tutti gli amanti della settima arte fin dal suo esordio con The Witch nel 2015, e i suoi lavori successivi, The Lighthouse e The Northman, hanno solo rafforzato il suo prestigio. E non è difficile capire il perché.

Con The Northman l'autore prosegue la sua poetica all'insegna del simbolismo, andando questa volta a sviscerare le radici del racconto shakespeariano di Amleto, riportato alle sue ancestrali origini vichinghe. Eggers approfitta della materia di base per creare un'altra opera visionaria e criptica, che pesca a piene mani dalla mitologia norrena per creare un ricchissimo substrato di simboli, riferimenti, allusioni e suggestioni.
Ci vorrebbero chissà quante visioni per poterle cogliere ed elencare tutte, ma ciò che più conta è che anche con questa sua ultima fatica Eggers regala allo spettatore un'esperienza complessa, per certi versi di difficile comprensione, ma appagante e intrattenente.
Della matrice shakespeariana resta solo l'ossatura, il resto è rappresentato come un possente fantasy epico spogliato da qualunque orpello narrativo e messo in scena con una crudezza che riporta agli occhi opere simili come Valhalla Rising, di Nicolas Winding Refn. L'autore si dimostra perfettamente capace di gestire l'epico (del resto, cosa c'è di più epico del ritorno sullo schermo di Bjork, a oltre vent'anni di distanza da Dancer in the Dark?), e la sua regia è magniloquente più che mai, perfettamente al servizio dell'azione quanto della pura estetica, come sempre a livelli vertiginosi. Aggiungiamo poi a quella Bjork altre interpretazioni d'eccezione, come quelle dei feticci Anya Taylor-Joy e Willem Dafoe, e non si può che volare altissimo.

Ogni film di Eggers è una gioia per gli occhi e per la mente, una di quelle cose che non dovreste mai farvi sfuggire se amate veramente il cinema. La sua prossima impresa dovrebbe essere un remake del grande classico Nosferatu (vi ho parlato su questo blog anche della versione di Herzog, lo trovate poco più giù), e personalmente non vedo l'ora di vedere cosa tirerà fuori, posto che se il film su Barbie avesse Eggers alla regia attenderei con ansia pure quello.


America Latina, di Damiano e Fabio D'Innocenzo


È difficile parlare di un film come America Latina, e ancora più difficile spiegare perché sia un gran film. I fratelli D'Innocenzo, dopo l'esordio con La terra dell'abbastanza del 2018 e l'acclamato affresco neo-neorealista Favolacce, vincitore meritatamente dell'Orso d'argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, regalano al nostro cinema un thriller psicologico da antologia passato fin troppo inosservato. Presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 2021, ma distibuito nelle sale il gennaio successivo, è un film introspettivo e claustrofobico, dalla sceneggiatura quasi scarna, che rivela poco e nei momenti giusti. È l'autopsia della mente disturbata e tormentata di un uomo, del suo lento deterioramento a causa di un fatto singolare che arriva a sconvolgere la sua vita apparentemente così tranquilla.
Dire troppo altro su
America Latina significherebbe rischiare di rovinare l'esperienza della sua visione, soprattutto considerando quanto poco se n'è parlato, perlomeno se paragonato al passaparola generato dal suo predecessore. Dunque se riuscite, cari lettori, recuperatelo, perché si tratta di una perla che merita di essere più riconosciuta, tra i migliori film italiani dell'anno.


Nightmare Alley, di Guillermo Del Toro


Nightmare Alley, alias La fiera delle illusioni, è il remake dell'omonimo film del 1947, eppure non si direbbe. Perché in mano al grande Guillermo Del Toro anche una storia già raccontata appare nuova, come hanno dimostrato in passato perle come Il labirinto del fauno e La forma dell'acqua.

In ogni suo film il regista messicano ci immerge in un nuovo mondo, e Nightmare Alley non fa eccezione. Fra scenografie straordinarie e suggestive, fotografia impeccabile e grandi interpretazioni (con un ottimo Bradley Cooper nel ruolo che fu di Tyrone Power), assistiamo a una parabola, l'ascesa e la caduta di un uomo che abbandona l'umiltà in favore della cupidigia. È incredibile a dirsi, per un'opera ambientata nel mondo del circo firmata da un autore che sguazza nel fantastico, ma l'irreale e la giocosità sono stavolta quasi bandite, senza nemmeno un'oncia di speranza lasciata allo spettatore una volta arrivato al finale. E la crudezza, dell'animo ancora più che della vista, è assolutamente necessaria per un film di formazione di questo calibro, di diritto entrato in questa lista dei migliori dell'anno.
Un raro caso di remake riuscito, dunque, che personalmente mi ha fatto venire voglia di recuperare il film originale. E su questo e su Del Toro torneremo tra poco...


The House, di Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr e Paloma Baeza


Guarda caso, anche il secondo film d'animazione di questa lista è un film di nicchia, relegato a Netflix e ben poco discusso. The House è una produzione britannica dei Nexus Studios, composta da tre episodi per altrettanti gruppi di registi, ognuno ambientato nella stessa casa ma in momenti diversi nel tempo. Il commediografo irlandese Enda Walsh, autore di tutti e tre i racconti, tratteggia situazioni d'atmosfera kafkiana, esaltata dalla tecnica d'animazione utilizzata, quella a passo uno, la più adatta ed efficace a questi scopi, come potrà confermare qualsiasi amante delle opere di Svankmajer.

Siamo davanti a quel tipo di opera sui cui significati e implicazioni si potrebbe discutere a lungo, e la complessità e molteplicità dei suoi temi la rende tra le più interessanti dell'anno, oltre che l'ulteriore dimostrazione di come l'animazione non sia altro che uno dei tanti mezzi a disposizione della settima arte per raccontare qualunque cosa un atista desideri.



Nostalgia, di Mario Martone


Torniamo in Italia con un film che ha fatto parlare molto bene del nostro Paese allo scorso Festival di Cannes, pur non vincendo alcun premio. Nostalgia è l'ultimo, disilluso ritratto di Napoli di Mario Martone, che già con l'ottimo Il sindaco del rione Sanità aveva confezionato un noir camorristico memorabile adattando un'opera di Eduardo De Filippo.

Nostalgia condivide l'amarezza di fondo del suo predecessore (oltre che l'ambientazione del rione Sanità), ma lascia da parte qualuque tipo di ironia o ottimismo. La storia di Felice, ex baby criminale tornato al suo quartiere dopo quarant'anni pasati all'estero, è spoglia, asciutta, priva di qualunque orpello, tanto narrativo quanto registico, e l'inesorabile drammaticità del tutto opprime tanto il protagonista quanto lo spettatore dalla prima all'ultima inquadratura.
Pierfrancesco Favino, inutile dirlo, fornisce un'interpretazione degna di un (ennessimo) David di Donatello, e Martone continua a cavalcare il successo sulla scia di Qui rido io, uscito proprio l'anno scorso e anch'esso portato in trionfo dalla critica.
E tanta considerazione, per una volta, è pienamente meritata, visto che stiamo parlando probabilmente del miglior film italiano dell'anno, sicuramente il migliore fra quelli che ho avuto il piacere di contemplare.


Pinocchio, di Guillermo Del Toro


Tra le migliori animazioni dell'anno non poteva mancare Pinocchio di Guillermo Del Toro, ennesima trasposizione del romanzo di Collodi. 

Inutile citare le innumerevoli versioni di questo capolavoro dell'infanzia che abbiamo visto in passato, che variano tra il notevole (il film Disney del 1940) e l'imbarazzante (il remake della Disney del suo stesso classico affidato al povero Robert Zemeckis). Basta solo dire che quest'ultima incarnazione riesce ad avere un'identità tutta sua nonostante l'enorme, ingombrante bagaglio che si porta dietro.
I pregi di questa versione deltoriana sono molti ed evidenti. Innanzitutto quello che più balza all'occhio, l'aspetto tecnico: il film è realizzato con la tecnica della clay motion, l'animazione a passo uno con la plastilina, e il risultato è notevole. Del Toro, alla sua prima esperienza con l'animazione, si affida alla leggendaria Jim Henson Productions, e se questo nome non vi dice nulla sappiate solo che si tratta della compagnia dietro a personaggi come i Muppets e produzioni come Labyrinth e Dark Crystal. Non stupisce, alla luce di ciò, che i modelli, le animazioni e i set siano di un livello altissimo, e contribuiscono a stabilire un tono molto chiaro e personale fin dai primi minuti. 

La sceneggiatura è semplice ma non banale, e si discosta più volte dal soggetto originale di Collodi, stravolgendone forse in parte lo spirito, ma aggiungendo nuove implicazioni: l'aspetto forse più interessante del film è il fatto di essere ambientato nell'Italia del periodo fascista, e ciò serve da spunto per una palese critica nei confronti del regime, a tratti satirica, a tratti drammatica. Una componente politica che sfigura se paragonata a quella simile vista in altre opere dell'autore come Il labirinto del fauno, ma che in un film pensato principalmente per l'infanzia come questo volge adeguatamente al suo scopo educativo. 
L'unica cosa che non mi ha convinto sono le canzoni, scritte, come la colonna sonora in generale, dall'ottimo Alexandre Desplat. Non sono certamente brutte, ma al di là della prima, diegetica e giustificata narrativamente, la loro inclusione suona a mio parere piuttosto forzata. Personalmente ne avrei fatto a meno.

Pinocchio di Guillermo Del Toro è comunque un ottimo prodotto da far vedere a un bambino, non banale, con momenti a tratti profondi e una buona dose di cupezza che non dovrebbe mai mancare in una trasposizione come si deve del racconto di Collodi. Personalmente, continuerò a preferire la versione disneyana del 1940, ma è una semplice questione di gusto personale.


Ennio, di Giuseppe Tornatore


Quest'anno sono riuscito a includere anche un documentario, tra l'altro l'ultima opera di un autore che personalmente non ho mai amato. Ma con Ennio, dedicato al maestro Ennio Morricone a un anno di distanza dalla sua morte, Giuseppe Tornatore realizza uno dei suoi lavori migliori e più complessi, che mi ha regalato una delle esperienze più emozionanti che abbia mai fatto al cinema.

Mentirei se dicessi che ascoltare quasi ogni giorno le colonne sonore del Maestro non ha contribuito alla concezione che ho avuto di questo documentario, ma del resto se c'è una cosa che questo è riuscito a trasmettere con efficacia è proprio quanto le musiche di Morricone abbiano significato non solo per il mondo del cinema e della musica in generale, ma per ognuno di noi. Con mia grande sorpresa, infatti, la sala in cui ho visto questo film era quasi piena. Piena di persone che, come me, hanno vissuto la grandezza di questo genio musicale sulla pelle. Che siate appassionati di cinema o semplici ascoltatori casuali di musica italiana, è impossibile non averci mai avuto a che fare, e questo documentario ha qualcosa per ognuno di voi, oltre a rappresentare un sentito e doveroso tributo, e qui mi sbilancio, al più grande compositore di colonne sonore (e non solo) mai vissuto.
E, da non amante dei film di Tornatore, considero Ennio la mia cosa preferita che abbia mai fatto.


Anna Frank e il diario segreto, di Ari Folman


Avete presente quando a scuola, ogni 27 gennaio, vi trascinavano al cinema a sorbirvi qualche noiosissimo film sulla shoah che sembrava non finire mai? O, peggio ancora, vi costringevano a vederli in classe, dove non avevate nemmeno la possibilità di fare un po' di sano casino scambiando battute col vostro vicino di posto? Ebbene, Anna Frank e il diario segreto non è quel tipo di film.

Ari Folman, animatore israeliano già autore del pluripremiato Valzer con Bashir, affronta per la prima volta il tema del genocidio ebraico, e lo fa senza retorica e senza pretese di crudezza o patetismo: quello che lo spettatore si trova davanti è un film d'animazione dall'estetica fine e alla portata di tutti, meno sperimentale del precedente exploit animato di Folman proprio per ampliarne il raggio d'azione. Il regista coglie perfettamente l'importanza di far interfacciare più gente possibile a un tema come quello dell'olocausto, e lo fa attraverso una storia di cui chiunque abbia frequentato almeno le elementari è perfettamente a conoscenza, quella di Anna Frank.

Folman svolge un ottimo lavoro nel delineare la persona dietro quel nome, descrivendola per quello che era, senza necessità romanzare o mistificare. La carta vincente è quella di farlo attraverso il personaggio di Kitty, l'amica immaginaria a cui Anna questa indirizza il suo diario: Kitty viene umanizzata e diventa un personaggio in tutto e per tutto, mentre quel famoso diario di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma che la maggior parte di noi non ha mai letto (me compreso), non è che il punto di partenza per un discorso che più che una lezione di storia è una lezione di vita.
Folman ci sbatte in faccia la tragicità della storia di Anna e della sua famiglia nel modo più efficace possibile, cioè portandola a confronto con le tante storie tristemente moderne vissute da profughi, immigrati, clandestini, e di cui, esattamente come per i campi di concentramento negli anni '40, in pochi sembrano interessarsi o accorgersi. Andiamo avanti con le nostre vite a occhi chiusi e orecchie tappate, non notando, o fingendo di non notare, tutto quello che avviene sotto i nostri occhi, ogni giorno.
Ed ecco che il nome di Anna Frank colpisce finalmente per quello che dovrebbe essere. Non qualcosa di vuoto e puramente nominale, ma come un monito, non tanto contro qualsiasi forma di fascimo in sé (il quale comunque, è il caso di ricordarlo, è in netta ascesa ovunque mentre sto scrivendo), ma contro ogni tipo di ingiustizia, contro ogni azione leggittimata da un governo che calpesta i diritti di esseri umani come lo siamo noi. Come lo era Anna, come lo era la sua famiglia, come lo erano 6 milioni di ebrei sterminati durante la guerra, come lo sono tutte le vittime di crimini razziali, come lo sono tutti coloro che non hanno uno Stato a proteggerli.

Per quanto mi riguarda, Anna Frank e il diario segreto è davvero un film da proiettare nelle scuole, che non annoia, non fa moralismo spiccolo e si impone, inutile dirlo, come un altro dei migliori film dell'anno.


Ultima notte a Soho, di Edgar Wright


Ho voluto chiudere questo breve almanacco del meglio dell'anno con un film che ha fatto una toccata e fuga nelle nostre sale a novembre 2021, ma che la maggior parte del pubblico italiano ha potuto vedere solo mesi dopo, considerando la distribuzione al limite del criminale che ha avuto.

Ed è veramente un peccato che così tanti (me compreso) non abbiano potuto godersi al cinema l'esperienza sensazionale che è Ultima notte a Soho, ennesimo capolavoro di Edgar Wright dopo la trilogia del Cornetto e Baby Driver. Un film in cui il regista inglese raggiunge senza dubbio il suo apice a livello formale, ma anche e soprattutto a livello di sostanza.

Nella storia di una ragazza che si trasferisce dalla Cornovaglia a Londra per perseguire il suo sogno di diventare una stilista, Wright mescola temi, suggestioni e riflessioni in un cocktail micidiale che trasuda da ogni singolo elemento composito del film, dal suo stile registico, ormai tecnicamente sopraffino, alla sceneggiatura, dalla fotografia a, come sempre, le musiche. Le canzoni sono sempre state fondamentali per la poetica del regista, fino a costituire addirittura l'ossatura portante di film come Baby Driver, ma qui assumono un significato che va ben oltre la caratterizzazione a livello superficiale: in un periodo storico in cui la nostalgia sembra avvolgere ogni aspetto della nostra fruizione artistica, il regista ci mette davanti alla realtà delle cose, sbattendoci in faccia l'assurdità della mitizzazione del passato in un mondo in cui la storia si ripete sempre, violenta e brutale.

La protagonista Ellie, interpretata dall'ottima Thomasin McKenzie, sogna gli anni '60 filtrandoli attraverso la sua passione per la musica pop del periodo. Come tutti gli adolescenti che si sentono non accettatti, idealizza un idilliaco passato in cui rifugiarsi, quella stessa sorta di Eden temporale che ancora oggi resiste quando si pensa alla stagione del peace and love, di Woodstock, dei Beatles, del sogno californiano. Ma presto i sogni di Ellie si infrangono di fronte alla realtà, e Wright sembra avvertire anche noi spettatori, descrivendoci la violenza del maschilismo (e non solo) attraverso una vicenda soprannaturale che rimanda alle atmosfere di maestri del passato, da Argento a Polanski, ma che è allo stesso tempo saldamente inserita nel nostro presente, quello del me too, quello della rivalutazione cieca del passato a seconda delle mode del momento, quello che tutti stiamo vivendo quotidianamente.

Stiamo parlando dell'opera in assoluto più politica dell'autore, pervasa da uno spirito iconoclasta che la accomuna in parte al bellissimo Midnight in Paris di Woody Allen, ma senza alcuna apertura alla redenzione, senza alcun lato positivo. Ultima notte a Soho è non solo uno dei migliori film di Edgar Wright (se non il migliore), ma uno delle opere più complesse e rilevanti del 21esimo secolo, qualcosa che verrà quasi certamente ricordata in futuro come un capolavoro.
E credetemi, ci sarebbe ancora tantissimo di cui parlare, specialmente a livello di temi e strati, ma credo che la cosa migliore che possa dire a riguardo è: guardatelo. Guardatelo più e più volte, ammiratelo, studiatelo, osservatelo, perché è davvero un'opera d'arte che non ha niente da invidiare a un Suspiria o a un Repulsione, oltre che il miglior modo per concludere in grande questa mia umile lista.


E adesso voglio sapere le VOSTRE opinioni! Condividete le mie scelte? Quali sono stati per voi i migliori film del 2022? Mi raccomando, inondatemi di commenti e fatemi sapere!
Nel frattempo, vi ringrazio per aver letto e vi do appuntamento al prossimo articolo. W il cinema!