Nel corso della mia storia di cinefilo, ho avuto una serie di figure di riferimento, degli autori che hanno rappresentato vari "passi" nel mio apprezzare e comprendere la Settima Arte, come immagino sia capitato un po' a tutti coloro che si sono approcciati a questo medium, a un certo punto della loro vita.
Tra i nomi più importanti per la mia crescita audiovisiva, iniziata peraltro tardivamente intorno ai vent'anni, potrei citare, in ordine di apparizione: David Lynch, Woody Allen, Pedro Almodovar, Hayao Miyazaki, Charlie Chaplin, Spike Lee, Satoshi Kon... Naturalmente, con l'apporto fondamentale di non autori come Federico Frusciante, senza il quale sono sicuro che il mio
interesse per questa grande forma d'arte non avrebbe mai realmente preso il volo oltre un apprezzamento a livello basilare. A lui devo davvero molto.
Ma non posso negare la verità: c'è un autore in particolare che si è materializzato nella mia vita prima di tutti questi, un regista e sceneggiatore che con i suoi film ha innescato nel me stesso del 2015 quel fuoco della passione che non si è ancora spento 11 anni dopo: sto parlando di Quentin Tarantino.
Ed immediatamente, questo nome starà facendo formare nei lettori di questo articolo una serie di conclusioni, congetture e proiezioni sul Jack cinefilo. Dopotutto, Tarantino è la personalità simbolo del "film bro", lo stereotipo del giovane uomo che ha appena scoperto il cinema e che si sente immediatamente superiore dall'alto della sua nuova familiarità con i titoli stereotipicamente (e non sottolineerò mai abbastanza questo termine) associati a fantasie maschili: la violenza, i dialoghi sboccati, i riferimenti espliciti ad elementi "sporchi", o comunque di disturbo nei confronti del famigerato "spettatore medio" abituato al cosiddetto cinema mainstream. Ed ecco dunque che l'amante delle pellicole di Tarantino è anche un amante dei film di gangster rigorosamente dalla Nuova Hollywood in poi, eccolo ossessionarsi con Il Padrino solo per essere preso per i fondelli con una delle battute più banali della Barbie di Greta Gerwig, eccolo dichiarare che le sue commedie preferite sono Clerks o Suxbad ignorando l'esistenza di gente come Billy Wilder, eccolo idolatrare come suo nume tutelare Martin Scorsese e denigrare Christopher Nolan ad ogni buona occasione che gli si presenta, il tutto con una malcelata inosservanza di qualsiasi realtà proveniente fuori dagli Stati Uniti o precedente agli anni '70.
Ma per quanto mi riguarda, Tarantino non è stato il punto d'arrivo, il massimo che avrei potuto chiedere dal cinema: è stato il punto di partenza.
Non ci vuole molto tempo, né è necessario cercare molto per apprendere quali siano le sue influenze, non solo perché il suo cinema è sempre vissuto di citazioni più o meno esplicite, ma anche e soprattutto perché il cineasta italoamericano non ha mai fatto segreto dei maestri che a sua volta l'hanno ispirato.
Fu anche così che negli anni formativi della mia cinefilia ho scoperto e approfondito autori come Sergio Leone, Lucio Fulci, Sam Peckinpah, Don Siegel, Walter Hill, Fernando Di Leo, e molti altri dai quali Tarantino ha sempre preso e che inevitabilmente hanno finito per appassionare anche me. Al punto che, ad esempio, considero ad oggi Sergio Leone come il mio regista italiano preferito, seguito da maestri come lo stesso Fulci (e anche qui, grazie Frusciante).
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| Brian De Palma |
Ma se dovessi indicare il regista che più di tutti mi ha colpito fra i tanti citati da Tarantino nel corso delle sue innumerevoli e a volte discutibili dichiarazioni, e che più è rimasto con me negli anni, spingendomi a vedere e rivedere le sue opere all'infinito e diventando di fatto uno dei miei cineasti preferiti, la risposta sarebbe facile, e guarda un po', sarebbe proprio quello che Tarantino stesso ha citato come suo massimo ispiratore: Brian De Palma.
Anche qui, a molti di voi questo nome non potrà che far sospirare con un fastidio nemmeno troppo velato al pensiero del classico "film bro" che idolatra Tony Montana elevandolo a eroe cinematografico per eccellenza su cui basare la propria personalità, dimostrando di non aver compreso nemmeno il testo di base di Scarface.
Ma il peccato mortale che commette chi riduce De Palma esclusivamente a responsabile del remake del classico di Howard Hawks è lo stesso di chi riduce Scorsese a "un regista di film di gangster". Ormai sembra quasi scontato affermarlo, ma Brian De Palma è un autore che, seppur modernissimo, ha sempre avuto le radici saldamente ancorate al cinema classico, alla vecchia Hollywood, persino alla Nouvelle Vague, come appare evidente dai suoi primi lavori (dove peraltro fu proprio lui, prima di Scorsese, a scoprire il talento del giovane Robert De Niro). Il dinamismo sfoggiato dietro alla macchina da presa in opere come Blow Out, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse o Gli intoccabili non è altro che il naturale proseguimento delle lezioni impartite da forse il più classico dei registi hollywoodiani, nonché il più innovativo e influente de suoi tempi insieme a Orson Welles: sto parlando naturalmente di Alfred Hitchcock.
In un'affascinante passaggio di staffetta, la reverenza di Tarantino nei confronti di De Palma riflette quella dello stesso De Palma verso il maestro Hitchcock, tanto che anche nel suo cinema i rimandi ai capolavori che l'hanno preceduto che è possibile scovare si sprecano. Echi hitchcockiani si avvertono dappertutto nella lunga filmografia di De Palma: da certi piani sequenza, da certi dolly, da certi magheggi di sceneggiatura, da certi colpi di scena, da certe atmosfere. Insomma, se quello del maestro del New Jersey è tra i primi nomi che vengono in mente quando ci si interroga sull'identità di un ipotetico "nuovo Hitchcock", un motivo ci sarà. Il paragone è quasi banale, ed è un legame, quello fra questi due maestri, ancora più evidente e immediato che quello che intercorre tra De Palma e il suo fanboy Tarantino.
Il motivo per cui vi sto raccontando tutto questo è, semplicemente, per darvi un'idea di quanto io ami visceralmente il cinema di De Palma. E per farvi capire perché Carrie - Lo sguardo di Satana, sua decima fatica, è uno dei miei horror preferiti.
Come tutti noi che mastichiamo di cinema sappiamo fin troppo bene, la maggior parte delle trasposizioni su schermo degli scritti di Stephen King aleggia tra il mediocre e il disgustoso, con alcuni risultati grandiosi che rappresentano più che altro delle eccezioni alla regola. Ma l'ingloriosa storia degli adattamenti di King nacque in realtà sotto i migliori auspici, e prima ancora di Shining, prima ancora di Christine e prima ancora di Stand by Me, Carrie fu il primo film tratto da un libro del maestro del brivido. E diamine, che inizio.
Riassumervi la trama mi sembra inutile, anche perché so che voi, miei affezionati lettori, siete uomini e donne di mondo. Piuttosto, ciò su cui mi vorrei focalizzare in questa sede è altro.
Il capolavoro che ha lanciato Sissy Spacek (oltre che un giovanissimo John Travolta, sul punto di esplodere al massimo con La febbre del sabato sera), non solo è chiaramente un manuale di sceneggiatura, regia e montaggio che ha stabilito dei canoni inossidabili ancora oggi, ma conserva per il sottoscritto un valore particolare che va oltre le tecnicità: si tratta di uno di quei film che rappresentano al meglio come sia cambiata col tempo la mia concezione del cinema di genere, in special modo del cinema horror.
Agli inizi della mia storia d'amore con la Settima Arte, ciò che più mi esaltava di un horror era lo spettacolo visivo, il sangue, lo schifo, il modo in cui la macchina da presa costruiva la tensione attraverso le inquadrature e il montaggio, il modo in cui gli attori trasmettevano il terrore, gli urli strazianti delle tante fantastiche scream queen, il modo in cui gli effetti speciali mostravano l'orrore in primo piano, sbattendo in faccia allo spettatore litri di sangue, ossa e budella. Poi, maturando e soprattutto esplorando il genere e acquisendo confidenza con le opere di mostri sacri come Romero, Carpenter, Polanski, Cronenberg e Yuzna, ho capito qual era davvero per me l'elemento di maggior valore di un horror, cos'è che fa la differenza tra un film divertente da guardare con una birra sul divano in compagnia di un gruppo di amici e una vera e propria opera d'arte: la grandezza di un film di genere, di un horror in particolar modo, è il messaggio; è quando regista e sceneggiatore utilizzano il genere per parlare di altro.
La storia dell'horror è costellata di esempi. Non è un caso che proprio l'horror sia forse il genere attraverso cui il cinema ha saputo raccontare meglio i tempi, il genere che più è stato usato come arma contro l'ipocrisia, il perbenismo, la guerra, il classismo, l'odio razziale, la misoginia e chi più ne ha più ne metta. È in assoluto il genere che più costantemente ha dimostrato vitalità, innovazione e spirito di adattamento. Paradossalmente, le opere più efficaci sono proprio quelle per cui l'orrore è poco più di una scusa, un mezzo, una gimmick per trasmettere dei messaggi, delle critiche, delle accuse.
Pensiamo anche solo a un banalissimo esempio: cosa rende La notte dei morti viventi un capolavoro? La brutalità delle scene con gli zombi, o il fatto che il protagonista di un film di genere del 1968 sia un uomo di colore? Una scelta politica alla base, con un chiaro impatto a livello di trama.
Restiamo nell'anno cardine 1968, tra l'altro proprio l'anno in cui il nostro De Palma esordì sul grande schermo con lo sperimentale Murder à la Mod.
Cosa rende Rosemary's Baby un capolavoro? Il mistero e la tensione circa quello che succede alla protagonista e la sconvolgente rivelazione finale, o il fatto che per la prima volta un horror sia ambientato in una metropoli contemporanea, con protagonisti alto-borghesi che potrebbero essere i nostri amici o vicini di casa?
E la materia di base del romanzo di King, peraltro la sua prima opera pubblicata, rappresenta un perfetto esempio proprio di questo concetto.
Il film del 1976 è stato probabilmente l'esponente del genere che più mi ha fatto notare il mio cambio di paradigma circa cosa costituisce un grande horror.
Naturalmente, la mia ammirazione per gli aspetti puramente visivi di quest'opera straordinaria sopravvive ancora oggi. Non smetto di esaltarmi per il gusto delle inquadrature, per la messa in scena nei momenti di maggior tensione, per le magistrali interpretazioni degli attori, per il magnifico, trionfale bagno di sangue sul finale, con quel rosso infernale peraltro anticipato dal sangue mestruale al centro dell'agghiacciante scena iniziale, per l'eccellente uso dello split-screen nella succitata sequenza finale, tra i più efficaci della storia del cinema di largo consumo, nonché per la perfetta costruzione che porta a quel momento catartico.
Ma alle mie più recenti visioni, più che l'esaltazione dell'orrore, della violenza, costruita lentamente fino a quel glorioso crescendo finale, ciò che mi ha colpito davvero, nel profondo, è stata un'altra emozione: un senso di tristezza, di empatia e di sconfortante impotenza verso quello che è il vero tema del film, il suo vero punto chiave, e quello di cui, sono sicuro, King e De Palma volevano realmente parlare.
Il bullismo.
Chiunque abbia subito atti di bullismo a scuola, chiunque abbia avuto uno o due genitori abusivi, o anche solo chiunque si sia sentito diverso, escluso, oppresso, preso di mira negli anni più delicati del suo sviluppo può relazionarsi ed empatizzare con ciò che la povera Carrie White è costretta a subire.
Ed ecco che i suoi poteri telepatici, mostrati allo spettatore per gradi in apposite scene chiave del film, si rivelano per quello che sono: un mero McGuffin (guarda caso, tipico elemento narrativo hitchcockiano), un espediente per far partire la storia ma che non si rivela esserne il fulcro.
No, il fulcro della storia, il principale catalizzatore dell'azione e l'elemento più terrificante di questa triste vicenda è qualcosa di ben più umano e terreno: è la crudeltà di cui sono capaci le persone, che essa si nasconda dietro un'incessante derisione adolescenziale verso qualcuno che semplicemente è "diverso", dietro il fondamentalismo religioso di un genitore privo di valore in quanto tale, o dietro le convenzioni di facciata di una società che non tutela e non si cura dei propri giovani (e dunque del proprio futuro). In sostanza, la crudeltà umana è il vero orrore.
Ed è proprio per questo che la furia di Carrie sul finale non risparmia nessuno: quando la sua fiducia nel prossimo viene tradita, e la giovane viene bruscamente ritrascinata nell'incubo da cui per la prima volta sperava di poter uscire, sono tutti i presenti a pagare. Tutti, dai reali artefici dell'ultimo, straziante atto di crudeltà (il già citato John Travolta e soprattutto l'ottima Nancy Allen), alle pochissime persone che sinceramente cercano di fare qualcosa per andare contro un intero sistema che si accanisce contro una persona debole e innocente; nemmeno l'insegnante di ginnastica Miss Collins (Betty Buckley) o i compagni di classe di Carrie, Sue e Tommy (Amy Irving e William Katt), gli unici a compiere dei gesti gentili nei suoi confronti, trovano via di scampo dalla carneficina finale.
Perché quando la crudeltà umana tira fuori il peggio di una persona, anche la più innocente delle vittime può diventare il più spietato dei carnefici.
La violenza, in altre parole, a lungo andare non può che generare violenza.
Ed è così che nell'epilogo post climax della pellicola Carrie White, perita con l'oppressiva madre (un'eccezionale Piper Laurie) nella distruzione della sua stessa casa, il luogo dove il suo inferno personale è nato insieme a lei, diventa essa stessa il mostro: "Carrie White brucia all'inferno!" recita la scritta ingiuriosa lasciata da qualcuno sulla sua tomba. Un ennesimo, spietato atto di odio e di crudeltà verso di lei. Verso una vittima, una persona innocente, a cui la crudeltà umana ha negato persino il riposo eterno.
Adesso, superati i miei trent'anni e avendo visto e rivisto questo capolavoro più volte, non è più solo quel ben di Dio di perizie tecniche e visive ad esaltarmi (ne approfitto per citare le magnifiche musiche del nostro Pino Donaggio, collaboratore storico di De Palma, che naturalmente non mancano di citare a più riprese le "coltellate" di Bernard Herrmann in Psycho), ma è anche e soprattutto il suo lato emotivo, umano, come questo film, a metà anni '70, sia riuscito non solo ad adattare perfettamente uno dei più bei romanzi di Stephen King, ma a rappresentare in maniera terribilmente limpida un fenomeno sociale, il bullismo, tra i più impattanti e potenzialmente devastanti per una persona giovane e fragile.
Carrie - Lo sguardo di Satana è, in altre parole, un manifesto di come il cinema di genere, quando portato al massimo del suo potenziale, è tra i mezzi di racconto della società più efficaci e immortali.
Ed ecco perché è uno dei miei horror preferiti in assoluto.
Dati tecnici
Regia: Brian De Palma
Anno: 1976
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Casa di produzione: United Artists
Fotografia: Mario Tosi
Montaggio: Paul Hirsch
Musiche: Pino Donaggio



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