Correva l'anno 2016, quando mi imbattei per la prima volta nel cinema di Nicolas Winding Refn.
All'epoca avevo appena iniziato ad appassionarmi al cinema, e la mia conoscenza dell'arte danese si limitava a poche canzoni dei Mercyful Fate. Non avevo ancora familiarità con Von Trier o con Dreyer, e a maggior ragione non avevo idea di chi fosse Refn. Questo cambiò quando uscì nelle sale The Neon Demon.
Non starò a dilungarmi troppo. Vi basti sapere che questo capolavoro, presentato al Festival di Cannes di quell'anno, divenne immediatamente uno dei miei horror preferiti, nonché tra i miei film preferiti usciti nel decennio 2010, ancora oggi quasi impareggiato. Il suo discorso straziante ma lucidissimo sulla bellezza e su quanto valore tendiamo a darle mi colpì, la fotografia giocata sui toni al neon mi abbagliò e la radiosità della protagonista Elle Fanning mi abbagliò ancora di più, al punto che non credo di essermi ancora ripreso.
Naturalmente, successivamente recuperai la maggior parte delle altre opere del maestro danese, rimanendo altrettanto in estasi dalla visione di Drive, Bronson e Valhalla Rising in particolare.
Capirete dunque quanto attendessi il nuovo Her Private Hell, il suo ritorno sul grande schermo dopo 10 anni e due miniserie (Too Old to Die Young e Copenaghen Cowboy, che purtroppo non ho visto... ancora).
Tutt'al più, ho avuto anche modo di ammirarlo in sala con la presenza dello stesso Refn, che ha introdotto la pellicola prima della proiezione.
Quello che il regista ha dichiarato in quell'occasione è stata l'intenzione di voler girare nientemeno che un'opera: suo il libretto, naturalmente, visto che è co-autore di tutti i suoi film, mentre le musiche sono affidate al maestro Pino Donaggio.
Per chiunque ami il cinema, ma anche per chi segue questo modesto blog, questo nome non può che risultare familiare: tra gli autori di colonne sonore più prolifici del nostro Paese, la sua carriera si estende per sei decenni, coinvolgendo non solo grandi autori nostrani come Lucio Fulci, Liliana Cavani e Massimo Troisi, ma anche innumerevoli produzioni hollywoodiane, in particolare le opere del maestro Brian De Palma. Del mio film preferito di De Palma, Carrie, ho parlato proprio nell'articolo precedente a quello che state leggendo, e proprio le musiche di Donaggio, volutamente debitrici di quelle di Bernard Herrmann per Psycho, erano tra gli elementi fondativi del fascino di quel film e della sacrale devozione di De Palma al maestro Hitchcock.
Ed effettivamente, tra gli aspetti più affascinanti e quasi ipnotici dell'ultima fatica del nostro Refn ci sono proprio le musiche: eteree, sobrie, con quel tocco di malinconica dolcezza e di oniricità che non le farebbero affatto sfigurare di fianco al miglior Badalamenti lynchiano. Radicalmente diverse per sonorità dalle grandiose colonne sonore curate da Cliff Martinez per la trilogia del neon, eppure simili per atmosfera. La colonna sonora perfetta per un sogno, dunque, o per un incubo.
L'onirismo di questa sorta di fiaba nera, in cui i fratelli Grimm si mischiano a Dario Argento, è sottolineata anche dalla fotografia, che gioca su una suggestiva dualità di rosa e blu, con accese e inaspettate esplosioni di rosso. Chiaramente, anche in questo caso il neon non è escluso dall'estetica del regista, anzi: qui le luci artificiali si uniscono a una costante nebbia, che circonda il Tower Hotel in cui è ambientata la maggior parte della storyline principale, conferendo allo spazio una dimensione di surrealismo ancora maggiore, oltre ad una certa eterea irraggiungibilità, la stessa che hanno le bellissime protagoniste del film, su cui spicca una splendida Sophie Thatcher nel ruolo dell'attrice Elle.
I temi? Tanti e pregni di significato, e proprio per questo non immediatamente decifrabili, anche quello centrale sembra essere la paternità, qui in simbiosi col sempre presente rapporto uomo/donna, quasi sempre violento e mai semplice nel cinema di Refn.
La trama, o meglio le trame? Due storie parallele unite da un fil rouge fantasioso, il non meglio identificato Leatherman, un espediente quasi folkloristico fondamentale vista la natura quasi fiabesca del tutto, che però, mi sento di dire, non collega abbastanza nettamente i due piani narrativi, finendo per lasciare la narrazione in un perenne stato di indeterminata sospensione e risultando tanto nebbioso quanto la stessa ambientazione.
Insomma, il film non risulta coinvolgente dall'inizio alla fine, e sono dell'idea che una rarefazione ancora maggiore dei dialoghi avrebbe forse giovato alla narrazione.
Ma per quanto non posso dire di sentirmi propenso (per ora) a considerare questo Her Private Hell ai livelli della maestosa trilogia del neon, tenendo a mente che una sola visione mi è raramente sufficiente per farmi un'idea chiara, quello che conta, almeno per quanto mi riguarda, è che il maestro sia tornato al cinema, finalmente.
E ciò che conta ancora di più, è certa la sua prossima collaborazione con Pino Donaggio per il remake di Maniac Cop di William Lustig, le cui riprese inizieranno a febbraio 2027.
Il danese elettrico è tornato, e mi era mancato.
Dati tecnici
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2026
Paese di produzione: Danimarca, Stati Uniti d'America
Casa di produzione: Neon, byNWR Originals
Fotografia: Magnus Nordenhof Jønck
Montaggio: Matthew Newman
Musiche: Pino Donaggio