sabato 26 ottobre 2024

MEGALOPOLIS, DI FRANCIS FORD COPPOLA


Megalopolis è uno di quei film da cui non si può scappare. 
Che si ami o si odi, è una di quelle entità pachidermiche e polarizzanti talmente fuori dall'ordinario da essere impossibili da ignorare, una di quelle bestie rare che nel safari della cinematografia si avvistano raramente.
Le sue caratteristiche lo rendono una specie incredibilmente affascinante: un progetto personale di uno degli autori più importanti della storia del cinema, scritto, diretto e prodotto dalla stessa persona che ne ha portato avanti il concepimento tra mille vicissitudini per oltre 40 anni, osteggiato da ogni grande casa di produzione e da ogni logica e portato a termine con un budget mastodontico messo insieme solo grazie alla determinazione del regista che ha finanziato la sua visione di tasca propria, vendendo persino parte della sua amata azienda vinicola. In altre parole, un epico trionfo dell'arte sull'inamovibilità del tempo e delle avversità, oppure un imbarazzante fallimento di proporzioni bibliche, senza alcuna possibilità di mezzi termini.
E in un'epoca, poi, in cui la grande potenzialità di internet riduce spesso le argomentazioni a piatte e sterili sentenze virate ad un estremo o ad un altro, una bestia come Megalopolis non può che infuocare gli animi, in sensi diametralmente opposti dello spettro del gradimento.

Il sottoscritto, da umile recensore della domenica, non può certo accollarsi il basto di decretare quale parte ha ragione e quale no, se questo nuovo agnello sacrificale delle masse cinefile sia oggettivamente grandioso o indiscutibilmente aberrante.
L'unica cosa in mio potere è limitarmi a sottolineare l'ovvio, ovvero come la regia di Coppola, le scenografie, i costumi, la fotografia, il montaggio, le interpretazioni siano tutte di livello altissimo, come tutti questi elementi contribuiscano alla costruzione di un mondo e della "fiaba" (così viene chiamata fin dall'inizio del film) concepita dal suo autore, della grande allegoria portata avanti per quasi due ore e mezza. 
L'epopea di questi personaggi dai nomi molto familiari, specialmente per gli
spettatori europei e specialmente per gli spettatori italiani (Catilina, Cicero, Crasso), si svolge non a caso nella distopica megalopoli di Nuova Roma, centro di un impero a metà tra l'idealizzazione del sogno Americano e l'opulenza dell'Antica Roma, due facce della stessa medaglia secondo il regista, due volti dello stesso male che risponde al nome di edonismo.
Una fiaba che ha un che di Esopo, dunque, o di Fedro, una storia che ha una morale piuttosto chiara, ma tutt'altro che semplicistica: l'ambizione, il potere, l'avidità, l'aspirazione a uno status divino e immortale portano paradossalmente l'uomo all'estinzione, all'annullamento di sé, al fallimento in quanto essere umano. 
Francis Ford Coppola

Tutte le altre implicazioni, sottotrame e metafore lascio a voi lettori il piacere di scoprirle. Perché, ed è questo il messaggio che più ci tengo a trasmettere, Megalopolis è un'opera assolutamente da vedere, e da vedere rigorosamente sul grande schermo. Per quanti possano essere i suoi difetti, che a mio parere si riducono fondamentalmente a una mera questione di gusti personali e poco altro, perdersi un'opera d'arte come questa, creata con così tanta fatica da un artista così ispirato, sarebbe un crimine contro voi stessi. 

Megalopolis è un film difficile, lungo, sovraccarico di dialoghi, personaggi e simbologie... ed è esattamente questo che lo rende un'esperienza unica.
La discussione sull'ultima opera di Francis Ford Coppola durerà probabilmente per anni, forse per decenni. Se sarà ricordato come un Quarto potere o come un I cancelli del cielo, sarà il tempo a dirlo. In ogni caso, sarà ricordato come un grande film.


Dati tecnici


Regia: Francis Ford Coppola

Anno: 2024

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: American Zoetrope, Lionsgate

Fotografia: Mihai Mălaimare Jr.

Montaggio: Cam McLauchlin, Glen Scantlebury, Robert Schafer

Musiche:  Osvaldo Golijov, Grace VanderWaal

martedì 8 ottobre 2024

BEETLEJUICE BEETLEJUICE: TIM BURTON È ANCORA RILEVANTE



Salve a tutti gente, e bentornati! È da un po' che non ci vediamo su questi lidi... 
Di questo mi scuso, ma questi mesi sono stati per me un turbinio di impegni e cose da fare, tra esami, laurea e la sempre impigrente estate. Nel darvi il bentornato, ci tengo a informarvi che se il mio tempo a disposizione per scrivere su questo blog è scarseggiato, la mia attività da cinefilo ha continuato a proliferare come sempre.
Ed è stato l'assistere al grande ritorno di uno dei miei artisti preferiti ("regista" suona fin troppo limitante e ordinario) che mi ha concesso di ritrovare la voglia e la spinta per sproloquiare sulla nostra amatissima Settima Arte.

Più di due anni fa, recensii su questo blog uno dei miei film preferiti di Tim Burton, quel Beetlejuice che nel 1988 rivoluzionò il panorama della commedia fantasy con la sua esplosiva mistura di kitsch, pop, dark e glam, lasciando un segno indelebile nell'immaginario collettivo orrorifico/soprannaturale con qualcosa che raramente si era visto prima, per lo meno in veste di commedia per il grande pubblico.
Ebbene, quest'ultimo periodo ha visto il ritorno sul grande schermo del vecchio Tim proprio con un sequel di Beetlejuice, e ovviamente non potevo tirarmi indietro.
Le perplessità, per quanto mi riguarda, non mancavano di certo: come sempre più spesso vediamo accadere, si tratta di un sequel uscito a decenni di distanza dall'originale, da un regista che mancava dalla sala da 5 anni e i cui ultimi lavori non mi avevano certo fatto gridare al capolavoro, menomati dal soffocamento della poetica dell'autore sotto budget colossali e obbedienze forse troppo cieche alle esigenze delle grandi major che li hanno prodotti. Tuttavia, l'insaziabile appetito di cinema d'autore ha avuto la meglio, e mi sono recato al cinema, pur con colpevole ritardo, a svolgere il mio dovere di cinefilo.

E partiamo da questa definizione: Beetlejuice e il suo seguito sono a tutti gli effetti cinema d'autore. La prima lezione che la ventesima pellicola del maestro di Burbank ci insegna è vecchia, scontata e ridondante, eppure ancora oggi necessaria: autorialità e genere non sono due entità separate, sono anzi due anime della stessa arte che non potrebbero esistere l'una senza l'altra e che quando si incontrano danno vita alle migliori espressioni di cinema. 
E raramente questa verità è stata meglio dimostrata che in questo ispiratissimo sequel, ben lungi dall'essere l'ennesima auto-cannibalizzazione nostalgica, quanto più che altro una decisa e aggressiva dichiarazione di autoaffermazione da parte di un autore (ribadiamolo) finalmente privo di restrizioni, che riesuma, è proprio il caso di dirlo, una delle sue opere più fondative per riapplicarla ai tempi odierni, estremamente diversi da quelli del 1988.
Ma non fraintendete: questa profanazione della tomba degli anni '80 non è votata a una sterile e morbosa necrofilia, tutt'altro; perché la seconda lezione che apprendiamo è che il Burton riesumato non ha perso un'oncia della vitalità che ha caratterizzato i suoi lavori migliori. Tutto ciò che, consapevolmente o meno, ci ha sempre fatto amare il Burton artista si dimostra qui più immortale che mai, ed ecco che Mario Bava, la musica, pop, il gotico, l'Espressionismo, i bellicosi scontri generazionali si applicano perfettamente e sorprendentemente anche al 2024 d.C., in un modo che solo qualcuno con una visione decisa e incorrotta può orchestrare.

Il fan-service è senz'altro presente, come del resto è inevitabile, e il vecchio Tim
gestisce alla perfezione anche questo, tra citazioni non solo al primo Beetlejuice, tutte perfettamente contestualizzate e mai fini a se stesse, ma anche ad altri capitoli della sua filmografia e ad altri maestri che solo un vero amante della Settima Arte potrà riconoscere, apprezzare e godersi appieno (impossibile non citare in particolare un sentitissimo omaggio a un grande maestro italiano di cui non farò il nome). Piccole chicche che rendono ancora più gradevole la fruizione di un'opera d'arte, perché questo è, che non vive in funzione del capolavoro che l'ha preceduto, ma che si regge in tutta la sua grandiosità visiva, narrativa e sotto-narrativa, riprendendo vecchi temi mentre ne sviluppa altri, nuovi, adatti sia a questi personaggi invecchiati e non completamente identici a quelli che conoscevamo, sia a quelli nuovi, attuali, specchio di nuove generazioni che Burton tratteggia al tempo stesso con una dolcezza e una cattiveria talmente ispirate da sembrare quasi inconcepibili per un regista di 66 anni. 
La sceneggiatura è di Alfred Gough e Miles Millar, già con Burton al timone della serie Mercoledì, ed è un perfetto punto di partenza per la lucida follia di un Burton che sembra più giovane che mai, tra soluzioni registiche e di fotografia che restano impresse nelle retine dello spettatore esattamente come fu per quelle di Edward mani di forbice, Ed Wood o Batman Returns, quest'ultimo unico altro sequel diretto da Burton e, anche questo, tra i migliori e più rappresentativi esponenti della sua arte.

Ed anche gli interpreti sono eccellenti, dalle redivive Winona Ryder e Catherine O'Hara alle new entry Monica Bellucci, Jenna Ortega e Justin Theroux, calati con naturalezza in personaggi non solo coerenti all'interno del mondo che conoscevamo e che qui ritroviamo, ma coerenti con l'impronta visiva e filosofica del regista in generale; Delores, Astrid e Rory potrebbero essere di casa in qualsiasi produzione burtoniana dei suoi anni d'oro, con la loro presenza scenica, le loro idiosincrasie, le loro forze e debolezze; sono anche loro delle meravigliose contraddizioni, riflesso di quella gigantesca contraddizione che è il nostro mondo e che il nostro Burton non si stanca mai di sottolineare.

Monica Bellucci nei panni
della mefistofelica Delores
Farei un grande torto a Michael Keaton se non citassi il suo sfavillante ritorno nei panni del demone che dà il titolo al film, anche se suona quasi superfluo: cosa si può dire su un grande interprete come Keaton che riprende quello che è probabilmente il ruolo più iconico della sua carriera? Immagino che il miglior complimento che potrei fargli sia questo: dimenticate lo stanco e pietoso "Batman" ripreso per The Flash di Andy Muschietti, qui assistiamo a un Keaton completamente all'opposto, vibrante, estroso; è il Beetlejuice che conosciamo, né più né meno, e il meraviglioso climax nel terzo atto del film ne è l'inconfutabile dimostrazione.

Beetlejuice Beetlejuice non è solo un ottimo sequel, il che sarebbe già un risultato più che notevole di questi tempi, è molto, molto di più. È un'opera di grande ispirazione scenica, narrativa e musicale, ed è soprattutto una grande eredità. Un'eredità di un artista ancora in attività e che si spera (almeno da parte mia) resti in attività ancora per molto tempo, un artista che si presenta in questo momento storico con una perfetta sintesi del suo cinema, un cinema che da oltre quarant'anni è manifesto di creatività, vivacità e amore per tutto ciò che è strano e oscuro.

Tim Burton è tornato, e noi reietti siamo pronti a seguirlo di nuovo.


Dati tecnici


Regia: Tim Burton

Anno: 2024

Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Casa di produzione: Warner Bros.

Fotografia: Haris Zambarloukos

Montaggio: Jay Prychidny

Musiche: Danny Elfman